mercoledì 23 aprile 2014

NICCOLÒ FARACI "It Came To Broadcast The Yucatan"

Dal 22 aprile 2014 su tutte le piattaforme DIGITALI e dal 13 maggio nei NEGOZI.(Auand Records AU9038, distr. Goodfellas)

Niccolò Faraci considera questo disco come la propria opera di maggiore importanza sia nella filosofia di base che nella stesura di ogni singola composizione. Auand ha deciso di conoscere alla perfezione il disegno di Niccolò Faraci, condividendone ogni aspetto e valorizzandone il futuro. Undici composizioni per delineare chiaramente l'immagine del contrabbassista come autore di una nuova avventura in musica, suonata da un quartetto di grandi amici e fantastici artisti. Niccolò Faraci contrabbasso, basso elettrico Achille Succi clarinetto basso, flauto Lorenzo Paesani pianoforte, tastiere Dario Congedo batteria special guest: Luca Aquino tromba official website: www.niccolofaraci.com

lunedì 14 aprile 2014

Salvatore Arena: New Friday Morning (RAI Trade Edizioni Musicali)

New Friday Morning trova il suo tratto distintivo nel particolare timbro del fagotto, lo strumento suonato da Salvatore Arena, leader del quartetto completato da Paolo Pavan al pianoforte, Alessandro Marzi alla batteria e Carmine Iuvone al contrabbasso. Si tratta di un assetto inedito nell’ambito jazzistico, che nelle otto tracce firmate da Arena trova modo di esprimersi in situazioni melodiche dal buon impatto, atmosfere cariche di swing e attimi di estrema fantasia esecutiva. Il sound di Arena ben si amalgama con gli altri strumenti, e gli sviluppi formali si basano spesso sull’esposizione tematica seguita dal ciclo di soli. Il fagottista riesce sempre a incidere nell’intera durata dell’album, soprattutto quando si produce in soli snelli e melodiosi, come in Dolphy Street. In scaletta troviamo anche sonorità più aspre, come quelle della title track, e altre più sornione e compiaciute, come in Like Saturday, mentre l’idea d’insieme di questo lavoro è esposta nelle note di copertina: “La ragione compositiva nasce in una sorta di mattino iniziale, denso di rinnovamento dei suoni e di ricerca degli spazi”. Quella di Arena è dunque un’idea di musica capace di andare oltre, alle consuetudini di genere e ai concetti preconfezionati.

Francesco Pierotti Trio: A! (Abeat Records, 2013)

Il trio organizzato dal contrabbassista Fabrizio Pierotti si avvale della presenza di Enrico Zanisi al pianoforte e Fabio D’Isanto alla batteria, e presenta nel suo album di debutto A! una miscela stilistica che unisce la tradizione del piano trio, cadenze bluesy e piccoli innesti di derivazione drum and bass. Le tracce in programma, tranne due, portano la firma del leader, e si distinguono per il loro sviluppo formale, che in alcuni casi si rivela ondeggiante e incerto, mentre in altri più diretto e privo di sottintesi. Zanisi, vertice alto di questa formazione, si conferma come una delle realtà più brillanti del panorama pianistico nazionale, perché capace di imprimere a fuoco una presenza timbrica di rilievo, e fungere sia da elemeto ritmico, granitico nel suo modo di scandire le note, sia melodico, grazie a un approccio lirico e carico di espressività. Il trio muove in ambiti d’irregolarità formale, come nella spiazzante A Very Good Question, sia in momenti più lineari e consueti, come in Enri Calls Anna. Non mancano le ballate di grande eleganza ed enfasi espressiva, come Small Idea, in un complesso che si lascia ampiamente apprezzare sia per il movimento d’insieme sia per gli spunti solisti degli interpreti.

MOF: Fried Generation (Auand Records, 2013)

Fried Generation è la seconda prova discografica del quinetto MOF, una realtà nata tra le aule del Conservatorio Frescobaldi di Ferrara e oggi prodotta dalla Auand Records di Marco Valente. Nei tredici brani proposti, tutti originali, è messa in risalto la particolare cifra stilistica della band, che si distingue per l’utilizzo di sonorità elettroniche, chitarra elettrica, fiati e sezione ritmica, alla quale si aggiunge, in due brani, il pianoforte dell’ospite Alfonso Santimone. L’album trova sia momenti di sviluppo espressivo calmo e melodico, come in Leo Rising, dove sono Manuel Trabucco (sax) e Filippo Vignato (trombone) a dialogare con efficacia e grande feeling, sia passaggi maggiormente cortocircuitali, come The Unconscious Choise, nei quali la chitarra elettrica di Frank Martino si produce nelle vesti di valida alternativa ai fiati. L’approccio alla materia compositiva dei MOF include anche degli spoken word tra i vari brani, per un insieme stilistico difficilmente perimetrabile, in piena simbiosi tra linguaggio jazzistico tradizionale, inteso come movimento di gruppo e slanci solisti, e coniugazioni, con forme e simbolismi, che rimandano alla stretta attualità.

sabato 12 aprile 2014

Kekko Fornarelli: nuovo album "Outrush"

Domenica 13 aprile, alle ore 16, presso il Porgy & Bess di Vienna (Riemergasse, 11) Kekko Fornarelli presenterà dal vivo il suo nuovo disco outrush (Abeat Records/IRD) insieme al suo Trio formato da Giorgio Vendola, al contrabbasso, e Dario Congedo, alla batteria e percussioni.

Disponibile nei negozi tradizionali, su iTunes e negli altri digital store, outrush si sviluppa su otto brani originali dove i tre musicisti uniscono le loro sensibilità guidati dai tasti del pianoforte di Kekko Fornarelli. Ogni brano è un moto emotivo calibrato da crescendo e diminuendo continui che si innestano sulle dinamiche timbriche del pezzo. Contrabbasso e batteria non si accontentano di intelaiare la base ritmica ma ricercano continuamente di colorare i brani attraverso la scelta di timbri e suoni particolari.

L’evento rientra tra le attività del Road Show di promozione turistica #Weareinpuglia realizzato dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo, Pugliapromozione – Agenzia regionale del Turismo in collaborazione con Puglia Sounds – programma regionale per lo sviluppo del sistema musicale.

http://www.youtube.com/watch?v=ylvixAb_nZE

JAZZIT: INTERNATIONAL JAZZ DAY 30.04.2014

mercoledì 9 aprile 2014

Giacomo Papetti - Emanuele Maniscalco - Gabriele Rubino: Small Choices (Aut Records, 2013)

Small Choices è un album che sfugge con caparbietà agli incasellamenti di genere, anche se il trio pensato e fondato dal bassista Giacomo Papetti si muove in territori prossimi a quella che, in linea di massima, potremmo definire come moderna avaguardia. Questo sia per quanto riguarda la rivisitazione e l’ispirazione tratta da pagine importanti del colto Novecento, vedi Ligeti, ma anche George Gershwin, Olivier Messiaen e Jean Sibelius, sia per le scelte operate in fase di composizione dei brani originali, spesso nati dall’unione di piccoli riferimenti timbrici che dialogano in spazi ritmici dilatati, a volte al limite del silenzio. In After That le atmosfere sono sinistre e inquietatanti, l’andamento è frammentario in Thieves In Ainola, e raramente si rintaccaino brandelli di melodie lineari e facilmente assimilabili. I brani lasciano aperti varchi all’espressione solista, mentre l’intero insieme beneficia del pianismo di Maniscalco, capace all’occorrenza di essere sia docile sia spigoloso. In un ambito formale lontano dalle consuetudini risulta decisiva, in termini di ampiezza espressiva, l’alternanza che Rubino ottiene dall’utilizzo del clarinetto piccolo, soprano e basso, per un lavoro di sicuro interesse e prettamente dedicato agli amanti delle sonorità inconsuete.

Stefano Bollani – Hamilton de Holanda: O que será (ECM Records, 2013)

Se O que será fosse catalogato in un negozio di dischi andrebbe alla voce “grandi album”. Stefano Bollani e Hamilton de Holanda sono ripresi dal vivo al Jazz Middelheim Festival di Anversa, il 17 agosto 2012, in un concerto che li vede impegnati nella rivisitazione di brani tratti da repertori di comune interesse, come quelli di Edu Lobo, Chico Buarque, Antonio Carlos Jobim e Vinicius De Moraes. Il particolare intreccio timbrico tra il pianoforte di Bollani e il bandolim di Hamilton de Holanda dà forma a una figura intrigante, che incassa applausi a scena aperta e coinvolge grazie a un andamento flessibile, che spazia da momenti fast, vedi Guarda che luna, ad attimi di assoluta intimità espressiva, come quelli contenuti in Luiza. I movimenti di Bollani sulla tastiera denunciano una grande sensibilità timbrica, sulla quale de Holanda costruisce itinerari melodici di grande cantabilità. L’insieme rispecchia una visione musicale distesa, pronta a elogiare la bellezza dei temi proposti, senza stravolgerne in maniera evidente la natura e l’efficacia, come nel brano O que será, giocato su un interplay millimetrico, estatico. Si respira l’aria di quella nostalgia tipica del repertorio proposto, e l’album si lascia ampiamente apprezzare per l’intera durata.

Carla Bley - Andy Sheppard - Steve Swallow: Trios (ECM Records, 2013)

Trios segna l’incontro di tre musicisti dal valore inestimabile: Carla Bley, Andy Sheppard e Steve Swallow. Quello proposto è un percorso di cinque lunghi brani, firmati dalla Bley, fortemente caratterizzati dal grande relax delle esecuzioni, dalla perfetta occupazione dello spazio espressivo, dalla combinazione timbrica che il trio riesce a sviluppare in varie combinazioni. Sheppard è lirico e profondamente melodico con il tenore in Utviklingssang, e il pianismo deciso della Bley rende incalzante l’apertura di Vashkar prima che il sassofonista tracci il suo passaggio con il soprano. Nella mini suite Les Trois Lagons, nella quale vengono attraversati diversi ambienti sonori - da quelli swinganti a quelli che lambiscono il silenzio - gli elementi distintivi del trio emergono appieno, mentre è in Wildlife che Carla Bley dà fondo alla sua drammatica visione dell’espressività pianistica. Il ruolo di voce principale è diviso tra la Bley e Andy Sheppard, come nel dialogo a distanza che i due instaurano in The Girl Who Cried Champagne, mentre Swallow ha rari momenti di primo piano, ma le impalcature ritmiche che riesce a costruire rendono l’insieme propenso a un andamento formale di rara bellezza.

martedì 8 aprile 2014

MAT - Marcello Allulli Trio: stasera su Repubblica TV

Dopo il grande successo di “Hermanos”, esce il 15 aprile “MAT”, il secondo e attesissimo album del MAT - Marcello Allulli Trio, guidato dal sassofonista romano insieme al chitarrista Francesco Diodati e al batterista Ermanno Baron. Special guests Antonello Salis, Glauco Venier, David Boato e Greta Panettieri.

Edito da Zone di Musica, una ulteriore edizione sarà pubblicata dalla rivista JAZZIT in allegato al numero di settembre-ottobre.

Stasera il MAT sarà ospite di Repubblica Tv nella trasmissione Webnotte condotta da Assante e Castaldo per anticipare live l’uscita del disco.

lunedì 7 aprile 2014

EMANUELE CISI NY3: in concerto in Italia

Dopo la presentazione in anteprima avvenuta al prestigioso Jazz Standard di New York il 22 ottobre 2013, l’Emanuele Cisi NY3 porterà per la prima volta in tour in Italia il nuovo lavoro discografico "When Or When", edito da MaxJazz: il 26 aprile al Torino Jazz Festival e il 2 maggio alla Casa del Jazz di Roma.

L’album è votato all’essenzialità, all’energia e alla grande tradizione del Jazz. Cisi è l’unico artista europeo, oltre che italiano, mai pubblicato dalla famosa etichetta statunitense MaxJazz, label che ha in roster artisti come Jeremy Pelt, Mulgrew Miller, Ron Carter, Russell Malone, Terrell Stafford e Eric Reed.

Con Emanuele Cisi ci saranno gli italo-americani Joseph Lepore al contrabbasso e Luca Santaniello alla batteria, con i quali il sassofonista torinese ha anche registrato l’album.

martedì 4 marzo 2014

Susanne Abbuehl: THE GIFT

Si compone di sedici brani la scaletta di “The Gift”, l’album firmato dalla cantante Susanne Abbuehl che in questo nuovo episodio è affiancata da Matthieu Michel al flicorno, dal batterista Olavi Louhvouiri e da Wolfert Brederode al pianoforte, già presente nel precedente “Compass” del 2006. Nell’album si delinea un percorso che unisce l’approccio vocale della leader, sempre in perfetto equilibrio timbrico, con i significati dei testi, che fatta eccezione per Soon, Five Years Ago, sono scelti con estrema dedizione perlopiù dal repertorio della poetessa Emily Dickinson (dieci titoli), e da quelli firmati da Emily Brontë, Sara Teasdale, Wallace Stevens. Si tratta di un lavoro dal grande impatto lirico, nel quale la voce svolge un ruolo di primo piano nelle esposizioni tematiche e dove Michel si rivela valida alternativa melodica, capace all’occorrenza di liberarsi in solo. Il tutto è avvolto in un’atmosfera espressiva molto pacata, caratterizzata da ritmi lenti, al limite dell’immobilità, mentre i brani procedono secondo un rigoroso svolgimento di sottrazione che conduce l’insieme verso lidi di estrema essenzialità formale. Pause, momenti di riflessione e delicate sfumature timbriche si sedimentano con un grande senso del tempo, formando un’idea di musica dalle forti certezze concettuali.

Salvatore Pennisi - Giuseppe Mirabella: BRAINTRAIN

I nove brani originali presenti nella scaletta di “Braintrain” sono accomunati da un’ideale sfondo d’ispirazione, rintracciabile nella terra di Sicilia che unisce autori e interpreti di questo lavoro. Una parte di Mondo particolare, abitata da gente vogliosa di scoprire cosa c’è al di là del mare ma allo stesso tempo nostalgica e attaccata alle proprie origini. Salvatore Pennisi (elettronica) e Giuseppe Mirabella (chitarra) hanno messo insieme un ensemble dall’alto grado di espressività, nel quale compaiono, spesso in primo piano, Dino Rubino, in questo episodio nelle vesti di trombettista, e Orazio Maugeri al sax alto. Gli arrangiamenti curati da Mirabella prevedono un’attenzione particolare per l’aspetto timbrico, che mantiene in maniera costante un evidente equilibrio tra le sonorità acustiche e gli inserti elettronici. I suoni sintetici sono utilizzati, tranne che in un paio di brevi passaggi, come elementi di retroguradia, e lasciano ai fiati il compito di tradurre in musica le tematiche evocative a cui i titoli dei brani si riferiscono, come in Father’s Memory. Anche la chitarra bluesy di Mirabella trova diversi spazi creativi, e tra i tanti accostamenti strumentali che caratterizzano l’album si distingue Everything You’ll Be, svolta in piano solo da Giuseppe Vasapolli.

Joe Barbieri - Luca Aquino - Antonio Fresa: CHET LIVES!

Venticinque anni fa Chet Baker passava a miglior vita, lasciando in eredità al pubblico la propria arte e ai musicisti il doveroso piacere di renderla immortale. La sua figura continua a essere motivo di rivisitazioni e omaggi, come l’album “Chet Lives!” prodotto dal trio composto da Joe Barbieri (voce e chitarra), Antonio Fresa (pianoforte) e Luca Aquino (tromba). Una realtà aperta alla collaborazione di musicisti ospiti, come testimoniato dalle nove tracce in programma, nelle quali intervengono, tra gli altri, Furio Di Castri, Nicola Stilo e Stacey Kent. Si tratta di un repertorio teso a sottolineare il feeling che Baker aveva con le ballad e il filo conduttore che lo legava all’Italia, qui rappresentato da brani come Estate e Arrivederci. Tra gli eventi di particolare interesse segnaliamo la versione di But Not For Me, che include una poesia recitata da Márcio Faraco, l’originale Chet Lives scritto da Barbieri, e il notevole lavoro svolto da Fresa al piano, sia nel ruolo ritmico sia nelle introduzioni ai temi e nelle parti in solo. La tromba di Aquino traduce l’approccio lirico dei brani proposti, che virano quasi sempre in atmosfere malinconiche ed evocative, salvo nei casi in cui la chitarra di Barbieri interviene a mutarne il raggio espressivo.

venerdì 21 febbraio 2014

Pietro Tonolo DAJALOO (Parco della Musica Records, 2013)

Dopo alcuni soggiorni in terra senegalese Pietro Tonolo è riuscito a realizzare il progetto Dajaloo, attraverso il quale ha indagato le possibilità di mettersi in relazione con la musica tradizionale africana. L’idea ha preso forma nell’album omonimo, nel quale il sassofonista veneto presenta un ensemble composto dal trombettista Giampaolo Casati, Roberto Rossi al trombone, Giancarlo Bianchetti alle chitarre e da quattro percussionisti, tra i quali Dudu Koute (Odwalla) e Alex Bottoni, scomparso dopo le registrazioni del CD e al quale il lavoro è dedicato. È il ritmo l’elemento centrale dei tredici passaggi in scaletta, sia nelle situazioni in cui risulta matrice di sfondo pronta a ritagliarsi dei primi piani (Pafode), sia quando cede il terreno in favore di una maggiore liricità e introspezione (Poppi). Oltre ai temi originali la scaletta presenta le riletture di African Flower (Duke Ellington) e Dakar (Teddy Charles), in un contesto dove predomina il continuo scambio di ruoli tra i musicisti coinvolti, che interagiscono in modo tale da creare situazioni formali ed espressive multiformi. Bianchetti con la chitarra acustica sa essere elemento di rifinitura melodica, mentre con l’elettrica restituisce diversi momenti che si staccano dal contesto propriamente jazzistico.

The Framers THE FRAMERS (Auand Records, 2013)

Il progetto “The Framers”, ideato e prodotto da Phil Mer (batteria) e Andrea Lombardini (basso), unisce musica e riferimenti alla storia dell’arte, sia per quanto riguarda l’artwork, firmato da Sergio Pappalettera, sia per l’ispirazione tematica dei brani. Le tracce sono sviluppate intorno all’espressività dei quadri di famosi pittori, come Picasso, Bosch o Andy Warhol. La musica fa dunque da cornice alle immagini, come nel caso di Orologi molli, brano dal ritmo sfuggente e indefinibile, come gli orologi deformati di Dalì, o di Visioni simultanee, basato sui piani sovrapposti del futurista Boccioni, dove si incontrano atmosfere tra loro diverse e conflittuali. Si tratta di un percorso di temi originali, fatta eccezione per Sunday Morning dei Velvet Underground, che in questa versione ospita la voce di Malika Ayane. L’altro ospite del progetto è Mario Biondi, che compare nella conclusiva “Paint!”, mentre il resto dei brani sono caratterizzati dagli interventi dei musicisti chiamati in causa dai The Framers, come Jason Lindner, Fulvio Sigurtà e Francesco Bearzatti. Il CD è contenuto in un cofanetto curato nel dettaglio, che include dei cartoncini, uno per ogni traccia, dove sono riportati i credits e la riproduzione delle immagini che hanno ispirato le composizioni.

Alvin Curran - Paolo Tofani - Mauro Tespio SEGMENTS (Cramps Records, 2013)

Il titolo dell’album edito da Cramps Records, il primo della collana di musica contemparanea “POPtraits”, fa riferimento ai dieci segmenti musicali proposti in scaletta, nei quali l’inedito trio composto da Mauro Tespio, Paolo Tofani e Alvin Curran dà forma a una matrice sonora che non conosce punti fermi di identità, sia strutturali sia espressivi. Gli scenari prendono vita grazie all’accumulo degli eventi che si susseguono senza una determinata logica, e sono rappresentati da rumori ambientali catturati con macchine analogiche, singole note suonate con diversi strumenti, campionamenti, voci sciamaniche, accostamenti timbrici spesso in contrasto. “Segments” si mantiene in un ambito di sperimentazione pura e atonalità, dove le poche melodie sono prima accennate e poi prontamente smentite dagli interpreti. Nel cammino si incontrano situazioni totalmente free e strategie espressive prossime alla casualità, sviluppate su matrici ritmiche indefinibili, momenti di calma apparente alternati al caos creativo. L’album è un crocevia tra cultura europea, echi africani e idee orientali, ed è riferito quasi esclusivamente a un pubblico amante degli ascolti senza compromessi, pronto a dividere la propria opinione tra genialità e noia.

martedì 18 febbraio 2014

Keith Jarrett / Gary Peacock / Jack DeJohnette SOMEWHERE (ECM Records, 2013)

Sono passati tre decenni dalla prima incisione dello Standard Trio. Era il gennaio del 1983 quando Gary Peacock, Jack DeJohnette e Keith Jarrett entrarono in studio per registrare i 14 brani che confluirono negli album, editi da ECM, Standards, Vol. 1, Standards, Vol. 2 e Changes. Da quel momento una fetta importante di storia del jazz, che già in quel periodo li aveva apprezzati nelle vesti di leader, sarà scritta dalle loro gesta. Oggi l’etichetta di Manfred Eicher celebra questa ricorrenza con la pubblicazione di Somewhere, l’album che testimonia la performance dal vivo al KKL Concert Hall di Lucerna, datata 11 luglio 2009. In scaletta troviamo sei brani, alcuni dei quali superano i dieci minuti di durata, dove il trio ribadisce con estrema precisione e forza la propria empatia espressiva, unita alla capacità assoluta di piegare la musica verso linee di bellezza estrema. I tre, costantemente attesi da importanti riscontri, non si sono mai cullati sugli allori, e sono stati in grado di produrre con intensità ogni capitolo della loro storia. Quella che riescono a sviluppare è una sorta di magia, ampiamente confermata in questo lavoro, dove la spontaneità con cui è suonata la jarrettiana Deep Space ne è esempio esaustivo.

Craig Taborn Trio CHANTS (ECM Records, 2013)

La scaletta di Chants prende forma attraverso composizioni originali firmate da Craig Taborn, che torna a incidere per ECM dopo il piano solo Avenging Angel del 2011. Negli Avatar Studios di New York il pianista ha voluto al suo fianco Thomas Morgan al contrabbasso e Gerald Cleever alla batteria. Un trio fortemente caratterizzato dall’espressività di insieme, messa in primo piano sulle capacità tecniche dei singoli. L’album, pensato e messo a punto in un ampio arco temporale da Taborn, si distingue per le ambientazioni chiaroscurali (Cracking Hearts), giocate spesso su sottili equilibri dinamici, sfumature melodiche e triangolazioni empatiche, e sulla ricerca continia dell’esatto punto di tensione timbrica. Nella traccia d’aperura Saints, il leader disegna una linea melodica frastagliata, con scale ascendenti e discendenti, mentre la successiva Beat the Ground vive su un fraseggio più serrato, arricchito da ampi spazi improvvisativi. Nella traccia In Chant il sound si muove in territori minimali, dove gli interpreti si scambiano informazioni cifrate, intervallate da pause e melodie cantabili. Esile è la condotta di Taborn anche in All True Night / Future Perfect, dodici minuti nei quali il trio emana tutta la sua naturale forza espressiva.

Odwalla ANKARA LIVE (CD+DVD) (Splasc(H) Records, 2013)

La confezione di Ankara Live contiene un CD con la registrazione del concerto che gli Odwalla hanno tenuto il 3 novembre 2012 al Teatro Giacosa di Ivrea, in occasione dell’XI Open World Jazz Festival, e un DVD che testimonia la loro partecipazione al 15th International Ankara Jazz Festival del 16 aprile 2012. Rispetto al supporto audio, di maggiore interesse è il filmato realizzato dalla TRT (Turkish Radio and Television Corporation), nel quale si può apprezzare appieno la validità dell’ensemble capitanato da Massimo Barbiero, anche per via della presenza sul palco dei due ballerini: Sellou Sordet e Gerard Diby. La danza si fonde con la musica in un unico flusso, ed è un elemento essenziale nell’estetica degli Odwalla, i quali mettono insieme un’ora e mezza di concerto capace di coinvolgere il pubblico presente in sala, e di catturare l’attenzione anche attraverso il video. Questo perché le soluzioni adottate non riportano mai a linee di banalità, ma vivono di luce propria grazie all’innesto continuo di elementi timbrici e soluzioni melodiche, prodotte dalla marimba, dal djembe e dalla nutrita serie di strumenti utilizzati. Come bonus è disponibile un’intervista di circa quindici minuti, nella quale Barbiero descrive le dinamiche espressive degli Odwalla.

Alessio Menconi SKETCHES OF MILES (Abeat Records, 2013)

La figura artistica di Miles Davis è presa come punto di riferimento dal triO capitanato dal chitarrista Alessio Menconi, e completato dal batterista Alessandro Minetto e da Alberto Gurrisi all’organo Hammond. Il loro è un impasto timbrico particolare, nel quale la chitarra dagli accenti bluesy di Menconi si pone spesso in primo piano, anche se non mancano gli spazi solisti a favore degli altri due interpreti. In scaletta, come era lecito attendersi dal titolo, troviamo brani firmati da Davis o che ne hanno fatto la storia nelle sue diverse incarnazioni stilistiche e formali. In apertura 81 delinea le dinamiche costruttive del trio, mentre la successiva Four – giocata su ritmo veloce - mette in mostra sia la tecnica di Menconi sia le capacità interpretative di Gurrisi e Minetto, in un susseguirsi serrato di soli e break. L’album vive anche di momenti più rilassati e pensosi, come quelli di In Your Own Sweet Way, lo standard di Dave Brubeck del 1955, nei quali emerge la sensibilità di Menconi e quel suo modo di emettere note sospese ed evocative. Nell’insieme si tratta di un lavoro di rivisitazione attento alle trame originali dei brani, ma piegato dal trio verso una propria personalità.

lunedì 10 febbraio 2014

Enrico Pieranunzi: “The Day After The Silence” (Alfa Music)

L’etichetta Alfa Music dà alle stampe una nuova collana di cd dedicati a Enrico Pieranunzi, dal titolo “The Early Years”. Si tratta di una serie di interessanti ristampe, curate nella grafica e nella risposta audio, rimasterizzate negli studi Hi-Jazz (www.hi-jazz.com) di Grottaferrata (RM). Il primo album messo in circolazione è “The Day After The Silence”, del 1976, dove il pianista romano si produce nel primo piano solo della sua lunga carriera, originariamente edito su vinile dalla Edi-Pan. Dieci brani originali dove Pieranunzi dà fondo alla sua già ampia sapienza pianistica, che lo porterà a diventare uno dei più grandi esponenti dello strumento. Nel booklet si legge una lunga nota di Maurizio Franco, il quale descrive i brani presenti nel cd, e ci fornisce una retrospettiva di quello che era il jazz in Italia negli anni Settanta. Un genere che nel nostro Paese ancora doveva trovare una via personale, e che grazie a musicisti come Enrico Pieranunzi ha poi raggiunto un’identità e una forza espressiva notevole.

www.enricopieranunzi.com

martedì 21 gennaio 2014

Paolo Fresu: Vinodentro Soundtrack, Tǔk Music - 2014

“Vinodentro” è la colonna sonora dell’omonimo film del regista Ferdinando Vicentini Orgnani, che inaugura le serie Tǔk Movie dell’etichetta Tǔk Music, diretta da Paolo Fresu. L’album basa la sua riuscita espressiva su una forte componente melodica, che coinvolge tutti i protagonisti della registrazione. Oltre al trombettista sardo (in alcuni brani anche al piano) troviamo le percussioni di Michele Rabbia, gli archi dell’ensemble I Virtuosi Italiani e Daniele Di Bonaventura al bandoneon e al pianoforte nella traccia “Fermo”. La scaletta è un susseguirsi d’intense suggestioni, che rimandano a scenari malinconici, visioni di ampi orizzonti e movimenti che lasciano intendere soluzioni liete. Stilisticamente in bilico tra tango, musica classica (è indagato anche il repertorio mozartiano in due brani), e jazz in senso molto ampio, il lavoro scorre via per i suoi cinquanta minuti di durata in maniera pregevole e senza mai trovare cedimenti formali. La copertina è opera dell’astrattista siciliana Carla Accardi.

lunedì 20 gennaio 2014

Franco D’Andrea: La macchina del tempo

Quella di Franco D’Andrea è una visione musicale totale. Forte di un percorso capace di abbracciare decenni di storia del jazz, il pianista continua il suo lavoro di ricerca mantenendo a mente la lezione dei grandi maestri del passato, ma con lo sguardo fisso verso il futuro.

Il Perigeo, la didattica, i concerti con varie formazioni, l’approccio al piano solo, l’amore artistico per Thelonious Monk, l’ideazione di diversi progetti: parlare con Franco D’Andrea è come andare sulla giostra del tempo e dei concetti, tra mille emozioni e suggestioni particolari. Snocciola idee con sapienza e convizione, mantenendo sempre un profilo di garbatezza e autentica modestia. Le sue sono caratteristiche tipiche di un grande uomo, che in questo caso coincidono con quelle di un musicista eccelso.

Di recente hai pubblicato Today, un disco di piano solo che nella tua carriera mancava da alcuni anni. Sì, ci voleva. Era nell’aria anche perché era da molto tempo che non mi esprimevo in questa forma intima e particolare (dall’album Live At Radio Popolare del 2006, NdR). Si tratta di un lavoro registrato in studio, nel quale ho dato libero sfogo all’esplorazione. È un lavoro dove si rintracciano delle cose provenienti dal passato, dalle mie passioni musicali, ma istintivamente proiettato nel futuro. Amo mettere nei miei dischi un qualcosa che venga dalla storia del jazz, dai repertori di quei musicisti che mi hanno affascinato e colpito durante il mio cammino; e sono convinto che si possa costruire qualcosa di nuovo attingendo dai colori del passato, anche se non abbraccio i musicisti nella loro totalità, ne prendo spunto da determinati periodi, fatta eccezione per Thelonious Monk che rimane probabilmente il mio musicista di riferimento.

Non avevi nulla di pronto prima della resistrazione? I brani contenuti in Today sono quasi tutti frutto di un’improvvisazione libera. Ho sempre avuto l’idea che anche nell’espressione in solo bisognava avere dei pezzi del mosaiaco già pronti cui attaccare le altre tessere, come per esempio una semplice struttura ritmica, oppure un certo brano al quale sono affezionato o che mi stimola. In questo caso sono andato in studio dopo che per un anno avevo lavorato alle idee per l’album, ma alla fine non ho usato niente di cose precomposte e ho utilizzato solo quello che mi arrivava in testa in quel momento. I pezzi sono improvvistati in maniera totale. Non sapevo in che direzione mi stavo muovendo e ho fabbricato la forma di Today in tempo reale.

Hai nominato Monk. È appena uscito l’album Monk And The Machine per la Parco della Musica Records. Sì, è un lavoro dedicato alla figura di Monk, che è al centro di tutto il discorso espressivo. Prima o poi dovevo fare qualcosa del genere. A lui ho già dedicato delle cose: Plays Monk in solo nel 2003 e Our Monk in duo con Phil Woods nel 1994. Mi mancava un lavoro più complesso e per certi versi più orchestrale. Nell’occasione il sestetto (Andrea Ayassot, Daniele D’Agaro, Mauro Ottolini, Aldo Mella e Zeno De Rossi, NdR) si è rivelato come soluzione ideale e ha funzionato molto bene. La voglia di realizzare questo lavoro c’era già da qualche tempo, ed era nata in occasione di un concerto tenuto Vicenza, dove abbiamo suonato il repertorio di Monk. Da lì ho inizito a fare delle cose attinenti alla sua musica.

Come hai costruito la scaletta? Nel disco ci sono pezzi suoi, ma anche altri che sono dedicati o prendono spunto da sue caratteristiche, come l’uso dell’intervallo di seconda maggiore, certi riff, alcune frasi particolari, le scale esatonali. Abbiamo fatto dei pezzi improvvisati basati su queste peculiarità. Poi ci sono brani originali scritti da me che possono in qualche maniera avere un senso in questo contesto. Lui era un personaggio che aveva radici antiche, rintracciabili per esempio nel blues, ma poi si proiettava nel tempo in un futuro indeterminato. Molti ne restano scolvolti ancora oggi, perché aveva la vista lunga, era futuribile. È stato un po’ come Duke Ellington, che continuò sempre a inventare e scoprire cose nuove. In questo però Monk è avanti come nessun altro. La sua musica va avanti e indietro nel tempo e attinge da colori provenienti da diverse epoche. Il nostro disco vuole trasmettere questa idea.

Ti sei avvicinato a lui anche se il pianoforte non è stato il tuo primo amore. Vero. Per un bel po’ di tempo, anche quando già suonavo il piano, continuavo a pensare agli strumenti a fiato. All’inizio ero innamorato del jazz tradizionale, di musicisti come Louis Armstrong. Ho provato a suonare il sax, la tromba e il clarinetto, e il mio obiettivo era quello di suonare il jazz, una musica che mi aveva affascinato totalmente e che era legata strettamente agli strumenti a fiato. Anche da pianista mi sono portato dietro questo tipo di esperienza. A un certo punto il piano è stato un passaggio obbligato, perché iniziai a suonarlo per capire come funzionava l’armonia. Il pianoforte era in già casa, per casualità. Sono stato per molto tempo un “pianista prestato” come mentalità. Ancora oggi ho sempre la voglia di avere uno strumentista a fiato vicino a me. Da Tino Tracanna a Mauro Ottolini o Andrea Ayassot e Daniele D’Agaro, l’idea mi piace sempre, avere qualcuno che soffia in questi strumenti è magnifico, ci sono troppo affezzionato, sono strumenti con cui bisogna essere in simbiosi per far uscire un buon suono, mentre il piano è più mediato, c’è un meccansimo tra strumento e artista.

Per un periodo, quando eri nel Perigfeo, sei anche passato allo strumento elettrico. Sì, anche perché quel tipo di musica, come ampiamente dimostrato da Miles Davis, doveva adottare il colore, del resto molto interessante, del piano elettrico. L’ascolto di album come Bitches Brew mi avvicinarono a questo strumento. Il Perigeo nasce da un’idea di Giovanni Tommaso, il quale pensò subito a me per svolgere il ruolo del pianista. Era una situazione molto particolare dal punto di vista dell’insieme timbrico, e basata sull’elettronica. Adoperavo molti effetti per creare qualche forte variante sul suono del Fender Rhodes. Uscivano fuori suoni di vario tipo grazie a dei dispositivi che lo rendevano ora aggressivo, poi spaziale o più liquido. Ricordo con piacere quel periodo, molto creativo e volto e all’ispirazione timbrica.

Perché il progetto è poi terminato? Eravamo dei musicisti creativi, e come tali, arrivati a un certo punto del percorso, avevamo fatto tutto quello che dovevamo fare. Il fatto di avere successo o meno non era importante. Volevamo tirare fuori il massimo dalla musica e dopo cinque dischi non ci vedevamo molte cose oltre. Il ciclo era stato compiuto. Se avessimo badato solo ai soldi, saremmo andati avanti per altri venti anni. Ma noi eravamo un po’ particolari.

È passato molto tempo da quei giorni, oggi però continui a toglierti molte soddisfazioni, come i concerti dello scorso settembre a Milano e Torino dove ti è stata data “carta bianca”. Di cosa si è trattato? Per la prima volta della mia vita un’associazione di musica classica come Settembre Musica, che dedica anche spazio al jazz, mi ha dato “carta bianca” per fare quello che volevo nell’arco di due giorni. Ho così potuto realizzare il punto della situazione della mia vita musicale, e ho fatto dei concerti con diverse formazioni. Il progetto l’ho chiamato Traditions And Clusters (come l’album uscito per la El Gallo Rojo nel 2012 e premiato con il Top Jazz, NdR) e oltre ai musicisti del sestetto ho voluto con me due ospiti d’eccezione, con i quali ho di recente avuto modo di dividere alcune esperienze sul palco: Han Bennink e Dave Douglas. Mi fido di loro due in maniera assoluta e li considero nella cerchia dei miei musicisti preferiti attualmente. Nel pomeriggio l’ottetto si è scisso in varie situazioni, dal solo al duo e poi con gli altri per un programma esteso. Inoltre, ho suonato in duo con Douglas, e abbiamo fatto delle cose in quartetto. Questa formula è molto usata in Francia, dove succede spesso che venga data la possibilità a un musicista, anche non molto conosciuto di esprimersi nella totalità della sua esperienza artistica, mentre in Italia avviene di rado e solo con personaggi affermati. È stata una grande esperienza e una bella gratificazione.

Per te le gratificazioni arrivano anche dall’insegnamento. Sei dell’idea che le nozioni eccessive di cui dispongono oggi i giovani musicisti stanno portando verso un appiattimento della fantasia espressiva? Questo è il pericolo di ogni tipo di didattica. Dipende solo da chi è chiamato a insegnare, non è certo colpa degli allievi. Gli insegnanti sono quelli che ne sanno di più e dovrebbero capire certe cose, soprattutto nel campo della creatività, e non solo nella musica. La creatività è alla base di tutto ciò che di bello ha creato l’uomo. Bisogna essere disponibili a sperimentare e rischiare. Come insegnanti dobbiamo saper sviluppare le forze personali del singolo allievo. Capire quali sono i suoi punti deboli e insistere nel far emergere le qualità migliori. In questo modo daremo un servizio all’allievo basandoci sulla nostra esperienza. Solo così l’insegnamento ha un senso compiuto.

sabato 11 gennaio 2014

Note di gonna (quando il jazz lo suona lei)

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“Note di gonna” è il primo capitolo della collana “Dentro la scen@” - il jazz in Italia ai tempi del download -, una serie di ebook rivolta a illustrare la situazione del movimento jazzistico in Italia all’inizio degli anni Duemila. Si tratta di brevi indagini, svolte attraverso le interviste, le dichiarazioni e le idee di chi vive ogni giorno la realtà di questa musica, in perpetuo divenire e in continuo confronto tra passato, presente e ipotesi future. Parola dunque ai musicisti, esordienti e affermati, e alla comunità di riferimento, dai critici ai tecnici di registrazione, dai manager agli organizzatori di eventi, per far luce su una realtà artistica che non conosce stasi creativa, e capace di proiettare significati alti, ma che si possono riscontrare anche nella vita di ogni giorno. In questo episodio d’apertura l’argomento trattato è la condizione delle musiciste in un ambito storicamente di natura maschile. Tra i jazzisti esiste ancora discriminazione nei confronti delle colleghe donne? Il pubblico si trova spiazzato davanti a una donna che sul palco suona la batteria o il contrabbasso?