sabato 17 febbraio 2018

Dogwood: “Hecate’s Hounds” [nusica.org, 2018]

Il dodicesimo CD dell’etichetta nusica.org vede protagoniste le corde della chitarra di Nico Soffiato e del contrabbasso di Zach Swanson, il duo Dogwood attivo nell’attuale scena di Brooklyn al loro debutto discografico. Il lavoro si sviluppa attraverso tracce originali, che hanno nel loro centro formale, ed estetico, il dialogo tra i due musicisti, i quali operano un circospetto utilizzo degli spazi sonori a disposizione, senza creare grovigli o sovrapposizioni confusionarie. C’è sempre un’idea di “respiro sonoro” nel modo di suonare del duo, cosicché ogni nota prodotta ha la capacità di mostrarsi in tutta la sua pienezza espressiva. Un’attenzione particolare è riservata agli aspetti timbrici dell’album, in un continuo affiancamento di suoni e “colori”, che nel loro insieme formano un mosaico composto da tessere, a volte, piccolissime quanto preziose. Le tracce sono scaricabili gratuitamente al sito www.nusica.org, comprensive di partitura.

martedì 13 febbraio 2018

Trio Galactus: “Trio Galactus” [Improvvisatore Involontario, 2018]

Quelli composti e arrangiati dal chitarrista Giorgio Casadei sono brani ispirati alle figure dei fumetti provenienti dal mondo firmato Marvel, da Capitan America a Spider Woman, per un album che trova nella particolare cubatura timbrica il suo aspetto di maggior rilievo. Insieme a Casadei la line up del trio Galactus si completa con Alessio Alberghini ai sassofoni, baritono e contralto, e al flauto, e Simone Pederzoli al trombone, per una gamma dinamica che cambia spesso forma ed estensione. Ne deriva un’estetica d’insieme personale, che flette da passaggi introspettivi, quasi sinistri, ad altri cantabili e dall’ampio respiro melodico. Il progetto, edito dalla sempre attenta Improvvisatore Involontario, è pubblicato in edizione limitata in un cofanetto che, oltre al CD, contiene tredici cartoline d’autore, una abbinata a ogni brano, curate da altrettanti artisti, tra pittori, disegnatori e grafici.

Federico Gerini – Massimiliano Furia: “Correspondances – The Narrative sessions, Vol. 1” [Setola di Maiale, 2017]

Cinque improvvisazioni, un’ora di musica, due interpreti, Federico Gerini al pianoforte e Massimiliano Furia alle percussioni, che danno forma a un lavoro telepatico, avanguardistico, esponenziale. Il loro è un dialogo che trova passaggi fitti di suoni, oppure rimanda l’idea di singole gocce, dapprima rade e poi via via più insistenti e capaci di formare pozze di suono fluide, lineari. Ci sono delle frizioni, ma c’è anche una sonorità che rimanda al tema, alla cantabilità melodica, e il tutto risuona come fosse impresso su uno spartito, che tra i due rimane un’idea sottintesa, ancestrale. Solo un brano, Canto del maggio, si basa su un canto popolare, il resto è frutto di estemporaneità e feeling, voglia di espandere conoscenze e scavare profondi solchi di espressività in un insieme che non conosce sviluppi prevedibili.

lunedì 12 febbraio 2018

Francesco Cafiso Nonet: “We Play For Tips” [E Flat, 2018]

“We Play For Tips” segue nella discografia di Francesco Cafiso il precedente “20 Cents per Note”, l’album del 2015 facente parte del cofanetto “3” insieme a “La banda” e “Contemplation”. Si tratta di un lavoro che fa riferimento al jazz tradizionale, quello derivante dall’idioma di New Orleans, per il quale Cafiso organizza un gruppo di musicisti che ne condividono idee e aspetti espressivi. Registrato in presa diretta durante il jazz festival di Vittoria, kermesse che annualmente Cafiso organizza nella sua città natale, il lavoro presenta diversi motivi di interesse: una scaletta che spazia da passaggi ritmicamente decisi a situazioni più misurate, quasi sognati; alcune dediche a musicisti di rilevante importanza per il leader, come l’iniziale Blo-Wyn’ che richiama la sua collaborazione con Wynton Marsalis; una spontaneità estetica che proietta l’ascolto verso le radici del jazz, ma con freschezza e rinnovati entusiasmi.
Raggiunto per l’occasione, Cafiso ci ha parlato così di questa nuova uscita, edita dalla sua nuova etichetta E Flat: «Si tratta dell’estensione del precedente lavoro “20 Cents per Note”, l’organico è diverso, ma la direzione musicale è la stessa. C’è lo swing, c’è il blues e tutti gli elementi che caratterizzano il linguaggio jazzistico delle radici. Tutto nasce dalla mia esperienza a New Orleans nel 2005, quando andai a suonare lì con le marching band e in altri contesti caratteristici. Mi sono impregnato di quell’atmosfera, e su questa base mi sono messo a lavoro, in maniera spontanea, su questa musica. Abbiamo registrato le tracce durante la decima edizione del festival di Vittoria nel 2017, tranne See You Next Time del 2016. Sono le prime take di ogni brano, un po’ “buona la prima” come si usava fare una volta». 

Riguardo l’aspetto old fashioned che permea questo album, Cafiso ha un’idea ben precisa: «Non si può fare avanguardia senza conoscere le radici e il vocabolario del jazz. Senza questi elementi non si può sperimentare nulla. Non si può fare a meno della base di un linguaggio così complesso, intendo la tradizione, quella di Armstrong, Ellington e tutti gli altri. Nel nuovo disco ci sono dei riferimenti a questi grandi personaggi, come Mingus in 20 Cents per Note che è un blues che nel finale diventa un brano free dove improvvisiamo liberamente. Sono situazioni che mi divertono e averle in un mio lavoro mi fa piacere. L’obiettivo è cercare di metterci qualcosa di personale, ma certi riferimenti non si possono dimenticare. Ho scritto un brano per Wynton Marsalis, Blo-Wyn’. È un brano scritto di getto. Avendo avuto l’opportunità di lavorare con lui a inizio carriera ho imparato tantissime cose. Spero di suonarlo con lui questo brano, prima o poi. Nell’insieme c’è musica di spessore, ma volevo un disco che scorresse all’ascolto in maniera fluida. Sono in pochi ad avere tempo per ascoltare un disco intero, quindi ho cercato di rendere la scaletta sempre viva e di non dilungarmi troppo su alcune situazioni. È difficile catturare l’attenzione al giorno d’oggi». 

In “We Play For Tips” suonano: Francesco Cafiso (alto, fl); Marco Ferri (ten, cl); Sebastiano Ragusa (bar, cl b); Francesco Lento (tr, flic); Alessandro Presti (tr, flic); Humberto Amésquita (trn); Mauro Schiavone (pf); Pietro Ciancaglini (cb); Adam Pache (batt).

venerdì 9 febbraio 2018

Edna: “Born To Be Why” [Auand, 2018]

Il trio Edna è composto da Andrea Bozzetto (Fender Rhodes, Korg MS20), Stefano Risso (contrabbasso) e Mattia Barbieri (batteria), e il loro “Born To Be Why” si sviluppa attraverso dieci tracce, perlopiù originali, che denotano un approccio alla materia sonora lontano da immediati riferimenti stilistici. Il trio si muove su linee melodiche definite, cantabili, ma lo fa con accostamenti timbrici – tra suoni sintetici e acustici – che richiamano derivazioni di contemporaneità espressiva. Nel loro modo di operare c’è, ed è spesso in evidenza, un fattore di sperimentazione – ritmica e timbrica -, e ci sono diversi spunti di interesse formale, come nel rifacimento di Life On Mars?, di David Bowie, dove, prima di essere esplicitato, il tema è decostruito, soppresso e mischiato con estrema fluidità e ispirazione.

giovedì 8 febbraio 2018

Michael Mantler: “Comment c’est” [ECM, 2017]

“Comment c’est” è il nuovo lavoro per ECM Record pensato dal compositore e trombettista Michael Mantler, che per l’occasione presenta una scaletta di dieci brani autografi, con testi in francese, dove mette a reagire la voce di Himiko Paganotti, David Helbock al pianoforte e il Max Brand Ensemble diretto da Christoph Cech. Fiati, archi e percussioni che fanno da sfondo alla voce di Paganotti, spesso elemento primario delle dinamiche espressive, la quale evoca scenari drammatici, poco inclini all’abbellimento melodico, al quale pensa Mantler, con interventi sempre cantabili, lineari. Le atmosfere d’insieme rimandano a un’idea di suono cameristico, dove anche le pause, le note tenute e i sottintesi, giocano un ruolo fondamentale nelle forme estetiche che ne derivano. Mantler ha approcciato la materia sonora spinto dalla profonda ispirazione che lo contraddistingue da sempre: «Desidero semplicemente creare musica che sia bella e che abbia un significato per tutti noi. Con questa musica spero di toccare i sentimenti sfuggenti, ma anche di riuscire a raccontare concretamente come è». L’artwork del CD è curato da Sascha Kleis.

venerdì 2 febbraio 2018

Anna Ventimiglia: “Panuya” [Dodicilune, 2017]

Il primo aspetto di “Panuya” che balza all’orecchio è il particolare assetto timbrico che Anna Ventimiglia sceglie per dare forma alle sue composizioni, con sassofoni, tenore e soprano, pianoforte, contrabbasso, batteria e flauti, soprano, alto e basso, suonati dalla leader, la quale interviene anche con parti vocali. Le sue sono decisioni ben precise, vagliate con attenzione e dettate dalla volontà di mettere in risalto il feeling melodico del flauto con il resto degli strumenti. Ne deriva una musica cantabile, che rimane in territori jazzistici pur oscillando verso atmosfere di world music. Sensazioni che lei stessa ci ha confermato: «Il flauto è l’estensione del mio pensiero. Ho curato molto l’aspetto melodico di questo lavoro, anche grazie al supporto del pianista Giuseppe Finocchiaro che ha capito fin da subito quale fosse l’idea che avevo in mente. Preferisco indagare l’accostamento di suoni, la tecnica mi interessa marginalmente, e sono sempre alla ricerca del buon gusto. Inizialmente avevo in mente una line-up con la chitarra, ma probabilmente questo ingrediente timbrico mi avrebbe allontanato dall’area jazzistica, che rimane comunque centrale». Ventimiglia scrive traendo ispirazione da momenti, luoghi e pensieri di vita quotidiana, riversando nella musica tutta la sua personalità con entusiasmo e trasparenza. 

                                     

Stefano Carbonelli Quartet: “Morphé” [CAM Jazz, 2018]

In questa nuova incisione, come nel precedente “Ravens Like Desks” (Auand, 2016), il chitarrista Stefano Carbonelli è affiancato da Daniele Tittarelli all’alto, Matteo Bortone al basso e Riccardo Gambatesa alla batteria. “Morphé” si sviluppa attraverso nove tracce originali che evidenziano una scrittura sfaccettata, di brani costruiti con “scatole sonore” che si incastrano, collimano o si scontrano in forme che non danno spazio alla prevedibilità. Le trame espressive trovano la loro essenza su tempi moderati, anche se non privi di tensione, in una sorta di filo sottile, quanto persistente, che unisce l’album nella sua interezza. Sensazione sviluppata sia dalle chitarre del leader, che all’elettrica mostra un approccio di derivazione rock, sia dai movimenti d’insieme del quartetto, che si dimostra realtà rodata e fortemente coesa. 

                                     

martedì 30 gennaio 2018

Franco D’Andrea Octet: “Intervals I” [Parco della Musica Records, 2018]


«La musica deve essere una cosa da condividere insieme, e poi ognuno racconterà la sua storia». Introduce così il suo nuovo lavoro Franco D’Andrea, intervistato da Stefano Zenni al Parco della Musica di Roma durante una “Lezione di Jazz” dedicata al pianista di Merano. Si tratta di un album che vede protagonisti i musicisti che hanno lavorato con D’Andrea negli ultimi anni - Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria - comprese alcune recenti conoscenze artistiche, come il DJ Luca Roccatagliati e il chitarrista Enrico Terragnoli. “Intervals I”, primo dei due volumi previsti riguardo questa produzione, è stato registrato dal vivo il 2 marzo 2017 ed è un lavoro basato sugli intervalli (distanza tra due note, NdR), su quegli spazi di manovra che D’Andrea propone al gruppo andando di volta in volta a sviluppare idee diverse, tra passaggi scritti e finestre d’improvvisazione. Nella musica dell’ottetto non ci sono sviluppi predefiniti, si tratta di un repertorio coordinato da D’Andrea, che dà degli input, melodici o ritmici, e poi lascia spazio agli altri interpreti di far “succedere” delle situazioni. Questo produce una continua sensazione di sorpresa, che accompagna l’ascolto per le otto composizioni proposte. L’estetica d’insieme abbraccia il vasto background del leader, dalla tradizione jazzistica, passando per l’Africa, le movenze monkiane, alla contemporaneità, senza tradire mai un concetto di aggregazione sonora che ruota attorno a un tema, solitamente semplice, ma che poi si dirama in mille direzioni. Terragnoli e Roccatagliati hanno assimilato in fretta le idee della “famiglia musicale” di D’Andrea, e sono l’anello di congiunzione tra l’aspetto acustico e l’anima elettrica ed elettronica che contraddistingue l’ensemble. L’artwork del CD è curato da Carlos Tomas Lora Acosta.

lunedì 29 gennaio 2018

Django Bates Belovèd: “The Study Of Touch” [ECM, 2017]

“The Study Of Touch” è il terzo album del trio Belovèd capitanato da Django Bates al pianoforte, anche in questa occasione affiancato dai musicisti conosciuti durante il corso d’insegnamento alla Copenhagen Rhythmic Music Academy nel 2005: il bassista Petter Eldh e il batterista Peter Bruun. Il lavoro, registrato ai Rainbow Studio di Oslo con la supervisione di Manfred Eicher, si sviluppa attraverso undici tracce, perlopiù originali firmati dal leader, dalle quali emerge un suono di piano trio dalle diverse sfaccettature: sinistro e timbricamente scolpito in Slippage Street; elegiaco in passaggi misurati come Little Petherick; frammentario e angoloso in We Are Not Lost, We Are Simply Finding Our Way; avventuroso nello “swing alternativo” dell’omaggio a Charlie Parker di Passport. Il trio è una realtà ben coesa, ed è lo stesso Bates, attraverso una nota stampa, a spiegare la loro filosofia di suono: «Scrivo musica nei dettagli, e ho in mente il suo che vorrei ottenere, I ragazzi aggiungono a questo altri livelli di suono, portando la loro personalità nella mia musica, che poi decolla davvero…».
                                     

venerdì 19 gennaio 2018

Stefano Travaglini: “Ellipse” [Notami Jazz, 2017]


Risultato di un’ora di improvvisazione “Ellipse” è l’album in pianoforte solo di Stefano Travaglini, per l’occasione ripreso al Rainbow Studio di Oslo dall’ingegnere Jan Erik Kongshaug. Si tratta di un flusso sonoro, al quale non sono stati apportati lavori di editing, dalle diverse sfaccettature, dove si incontrano temi e citazioni, tangenti e linee melodiche che sono ora esili, poi austere, rigide, ma anche flessuose, morbide e cariche di luce espressiva. Nel pianismo di Travaglini ci sono tracce di avanguardia, c’è sia la tradizione colta europea sia il jazz “angolare” di Monk, e la sensazione, nell’ascolto d’insieme, è quella di un viaggio nel quale ogni fermata viene piacevolmente smentita dalla successiva.

                                           

Sergio Armaroli Quintet with Billy Lester: “To Play Standard(s) Amnesia” [Dodicilune, 2017]


In questa nuova incisione per Dodicilune, il vibrafonista Sergio Armaroli organizza un quintetto con il pianista Billy Lester e completato da Marcello Testa al contrabbasso, Claudio Guido al sassofono e Nicola Stranieri alla batteria. Come il titolo lascia intendere in scaletta troviamo una risma di standard, da Body And Soul a Just Friend o Autumn Leaves, interpretati con piglio personale anche se mai contraddittorio rispetto alle linee tematiche originali. Armaroli, artista spesso alle prese con situazioni dal carattere sperimentale e avanguardistico, ci racconta i motivi di questa immersione nella trazione del jazz mainstream: «Si tratta quasi di un “esercizio spirituale”, se vogliamo, una necessità di rigore, di dialogo, all’interno di una forma e di una tradizione che intendo, personalmente, come deviazione rispetto al mio background più sperimentale. Una dialettica, in fondo, in quello che chiamo e pratico come approccio post-ideologico: cioè una libertà consapevole e critica che non guarda alle convenienze, e rispetto alle mode preferisce la coerenza interiore. Se il jazz è dialogo, lo è anche e soprattutto in rapporto al passato nel rispetto dell’identità e della storia dei musicisti con cui collaboro. Questo è importantissimo: si parla la lingua di chi si ha di fronte, con umiltà e con interesse». Ne scaturisce un lavoro dal profondo scavo espressivo, dove si avverte, netto, il feeling tra la band e un repertorio di intramontabile fascino. A risaltare, spesso, è il pianismo di Lester: opaco nei passaggi di maggiore introspezione; chiaro e guizzante quando è il caso di scolpire melodie; intimo e misurato in certi dialoghi con il vibrafono di Armaroli.
                                       

martedì 16 gennaio 2018

Fratello Joseph Bassi with Domenico Sanna e Max Ionata: “Ciao… Amore” [Albore. 2017]


Registrate presso il Groovefarm Studio di Roma nell’ottobre 2015, le nove tracce di “Ciao… amore” sono, nelle parole di Giuseppe Bassi, «[…] un richiamo allo spirito dell’amore, in un momento in cui sembra essere abbandonato». Un sentimento che il bassista esprime in musica, insieme a Max Ionata al tenore e Domenico Sanna al pianoforte, attraverso un’estetica costruita con estremo equilibrio formale e con un modo di sottrazione che rasenta l’essenzialità. I suoni del trio non si aggrovigliano, ma muovono in spazi sempre nuovi dove scavano profondi solchi espressivi. Tempi moderati e temi cantabili per un insieme che rimanda l’idea di un mosaico, fatto di tessere millimetriche, tanto spontaneo quanto pensato nel dettaglio. Le foto di copertina è di Giuseppe Bassi.

venerdì 12 gennaio 2018

Antonio Ragosta: “Dall’infinito al mondo” [Glider Media Group Ltd, 2017]



“Dall’infinito al mondo” dà seguito alla discografia nelle vesti di leader di Antonio Ragosta, dopo l’apprezzato “Il mare e l’incanto a Roma est” del 2013. Il chitarrista e polistrumentista napoletano, di stanza nella capitale, ha nel frattempo arricchito il proprio bagaglio artistico, che riversa nelle tracce di questo nuovo lavoro, nel quale si incontrano diverse correnti stilistiche. Oltre al jazz, qui inteso come feeling strumentale ed espressivo, si avverto echi mediterranei, blues e riferimenti al rock. In scaletta, oltre agli originali, troviamo anche Anime salve, di Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati, e Femme Fatale, di Lou Reed, brani che esaltano le doti melodiche di Ragosta, capace sia di passaggi fatti di brevi accenni sia di situazioni timbricamente più ruvide. La voce di Teresa Matrone, ospite in alcuni brani, amplia l’orizzonte estetico di un album pensato e curato nel dettaglio.

                                         

sabato 6 gennaio 2018

Jano: “The Place Between Things” [Via Veneto Jazz, 2017]



“The Place Between Things” è per gli Jano, che in questo nuovo album si presentano in formazione rinnovata a settetto, uno snodo cruciale del proprio percorso artistico, sia per l’ampliamento dell’ensemble sia per la proposta musicale che si è fatta maggiormente incentrata sugli aspetti melodici e sulla cantabilità dei temi. È la voce di Alessia Martegani, e dell’ospite Linda Valori nel brano Hurry Up, With Pain, Henry, a catalizzare l’ascolto grazie al suo approccio mutevole, capace di spaziare dal mainstream a situazioni dal piglio contemporaneo. In scaletta troviamo originali scritti dal pianista Emiliano D’Auria, il quale organizza strutture timbriche flessibili, con fiati, batteria, basso elettrico ed effetti, che si materializzano in un territorio di mezzo tra atmosfere acustiche e sonorità elettriche ed elettroniche.