martedì 19 giugno 2018

CAM Jazz: “A Night At The Winery”

Da un’iniziativa di Elda Felluga e Stefano Amerio, e sposata dal produttore della CAM Jazz Ermanno Basso, nasce il progetto “A Night At The Winery”: sei diverse formazioni, un solo, tre duetti e due trio, registrate dal vivo durante una settimana, dal 5 al 10 giugno 2017, presso delle prestigiose cantine vinicole del Friuli-Venezia Giulia. Un lavoro meticoloso e intenso, basato tra l’incontro tra jazz e vino, tra musica e sensazioni annesse, che ha portato alla realizzazione di sei CD dal vivo, curati sia nelle riprese audio sia nei dettagliati artwork impreziositi dalle note di Brian Morton e dalle foto di Elisa Caldana
 
Michele Campanella – Javier Girotto: “Vers la grande porte de Kiev” – Live At Jermann Winery
Quello proposto da Michele Campanella al pianoforte e Javier Girotto, che oltre al soprano utilizza in alcune occasioni il sassofono baritono, è un itinerario di diciannove tappe attraverso le quali si indagano i repertori classici di Igor Stravinskij, Sergej Rachmaninov e Modest Musorgskij, del quale è rivisitata la celebre opera Tableaux d’une Exposition. Al rigore e alla misura di Campanella si affianca la flessibilità espressiva di Girotto, che sovrappone linee melodiche a quelle del pianoforte o prende tangenti soliste capaci di gravitare attorno al tema senza mai snaturarne l’estetica.

Enrico Pieranunzi: “Wine & Waltzes” – Live At Bastianich Winery 
 L’unico lavoro in solo della serie lo firma Enrico Pieranunzi, con un programma di otto originali tra loro legati dal tema del valzer. Il pianista, che ringrazia Bacco in una nota interna al booklet del CD, mette in mostra una sapienza espressiva capace di travalicare stili, radici e influenze con capacità feline: si ascoltano echi blues, notazioni classiche, melodie “stropicciate”, temi cantabili e flussi di idee pressoché infinite. Fasci di luce, intensi e corposi, si alternano a lampi diradati nelle penombre della cantina Bastianich.

Gabriele Mirabassi – Roberto Taufic: “Nítido e obscuro” – Live At Venica & Venica Winery
Fatta eccezione per alcuni originali la scaletta messa insieme da Gabriele Mirabassi, al clarinetto, e Roberto Taufic, chitarra classica, tocca i repertori di grandi autori brasiliani come, tra gli altri, Guinga e Pixinguinha. La notevole empatia del duo, rodata da lunga frequentazione, produce movimenti melodici sinuosi, dall’accostamento timbrico sempre equilibrato per un insieme dove figura centrale e contorno appaiono sempre sapientemente sfumati. Al centro del discorso espressivo c’è la cantabilità melodica dei temi, tra accenti aperti e altri più chiaroscurali, per una morbida e continua sensazione di narrazione poetica.


Régis Huby – Bruno Chevillon – Michele Rabbia: “Reminescence” – Live At Livio Felluga Winery
È un fruttuoso incontro tra sonorità acustiche ed elettroniche quello che vede protagonisti Michele Rabbia, percussioni, Bruno Chevillon, contrabbasso, e Régis Huby, violino. Il trio utilizza effetti sulla strumentazione in modo da ampliarne sia le capacità timbriche sia i possibili sviluppi espressivi. Si ascoltano quattro movimenti, nei quali troviamo voglia di sperimentare, passaggi d’insieme, slanci solisti, e un continuo rimando di idee tra figura di primo piano e sfondo. Ci sono aspetti di sperimentazione e l’estetica che ne deriva porta nel proprio nucleo una costante atmosfera di inquietudine, soprattutto dovuta alle corde di Huby. I suoni, sempre scelti in maniera funzionale e mai banali, si affastellano andando a creare situazioni sempre nuove e dal notevole appeal concettuale. 

Francesco Bearzatti – Federico Casagrande: “Lost Songs” – Live At Abbazia di Rosazzo Winery
Si compone di soli originali firmati da Francesco Bearzatti la scaletta di questo lavoro svolto in duo con Federico Casagrande. Due musicisti dalla notevole sensibilità espressiva, che riversano in ogni traccia la loro cifra stilistica, per un insieme dove troviamo atmosfere morbide, temi cantabili e strade melodiche percorribili. C’è il tenore di Bearzatti, o il clarinetto in alternanza, in primo piano, mentre le corde di Casagrande cuciono tappeti ritmici e sfondi di grande eleganza e leggerezza. Non mancano alcuni momenti di maggiore attrito, ma che non tradiscono la misura e l’intimità del momento artistico.

Claudio Filippini – Andrea Lombardini – U.T. Gandhi: “Two Grounds” – Live At Le Due Torri Winery
Elettronica, piano elettrico, percussioni, effetti. Il perimetro timbrico disegnato da Claudio Filippini, Andrea Lombardini e U.T. Gandhi racchiude un’anima estetica vibrante e carica di groove, ma che sa anche essere “notturna” e fascinosamente misteriosa. In repertorio troviamo, tra gli altri, brani di Joe Zawinul o di Hermeto Pascoal, per quello che è un lavoro di profonda ricerca e costruito attorno agli equilibri espressivi tra parti scritte e libere interpretazioni. Jazz elettrico per comoda scorciatoia, ma con mille e più tangenti, diramazioni e inversioni formali e di approccio.



                                      

venerdì 15 giugno 2018

Enten Eller: “Minótauros” [Autoproduzione, 2018]

Registrato il 17 marzo 2018 al Museo Garda Ivrea, per l’edizione 38 dell’Open Jazz Festival, “Minótaurus” è il nuovo episodio discografico del quartetto Enten Eller che, come da tradizione, vede protagonisti Alberto Mandarini (tromba, flicorno, effetti), Maurizio Brunod (chitarra elettrica, effetti), Giovanni Maier (contrabbasso) e Massimo Barbiero (batteria, percussioni). Musicisti dalla notevole cifra artistica, forti di un percorso d’insieme duraturo, mutevole e carico di significati, che si ritrovano a suonare in una sala del museo mentre in altre quattro stanze danzano quattro danzatrici, ognuna in relazione con uno dei musicisti senza il contatto visivo. Una sorta di installazione che mette in contatto suono e movimento, musica e ballo, in un insieme multi espressivo. Quella che ascoltiamo è una performance notevolmente ispirata, segnata da melodie cantabili quanto prossime a una pensosa e chiaroscurale atmosfera. Si susseguono temi e interludi, dove si impastano suoni acustici e inserti elettronici, per un equilibrio estetico raro e prezioso. La foto di copertina è firmata da Luca A. D’Agostino.

martedì 12 giugno 2018

GV3: “Juttin’ Out” [Emme Record Label, 2018]

Ad animare le sette tracce di “Juttin’ Out” è un gruppo di giovani musicisti con le idee chiare e l’anima artistica immersa nella tradizione jazzistica dei grandi maestri del passato, con riferimenti, a grandi linee, all’area hard bop. Ospiti del trio capitanato dal pianista Giuseppe Vitale, e completato da Stefano Zambon al contrabbasso ed Edoardo Battaglia alla batteria, troviamo Giovanni Cutello al sassofono contralto e Matteo Cutello alla tromba. Il sound che scaturisce da questo felice incontro solca sentieri ballad, oscillanti swing, fervente interplay, passaggi di contemporaneità, e nel suo insieme il lavoro risente positivamente del talento e della voglia di esprimersi di questi musicisti, capaci di legare le proprie esperienze in un linguaggio comune di grande appeal. Tra i ringraziamenti troviamo una menzione speciale per Antonio Faraò, del quale è vertiginosamente riletta la conclusiva Black Inside.

lunedì 11 giugno 2018

Cosmo Quintet: “H7 – 25” [Cat Sound Records, 2018]

Dopo il debutto del 2014 “Step Up And Play” il Cosmo Quintet, capitanato dal pianista Felice Cosmo, torna a incidere per la Cat Sound Records dopo un lungo periodo di gestazione, fatto di concerti e della messa a punto del nuovo repertorio. In scaletta, oltre agli originali, troviamo alcune riletture, come il classico I Want To Talk About You, di Billy Eckstine, che il quintetto omaggia con un’ammaliante rilettura. Le intenzioni del Cosmo Quintet sono messe in evidenza già nel brano di apertura One Slice, nel quale il gruppo mostra i suoi aspetti di maggiore appeal: ritmica “elastica” composta da John Webber al contrabbasso e Michele Carletti alla batteria; il pianismo funzionale di Felice Cosmo; i soli torrenziali e carichi di espressività di Joe Maganrelli alla tromba e Luca Ceribelli al tenore. Il titolo dell’album si rifà al personaggio alieno del film “Uno sceriffo extraterrestre… poco extra e molto terrestre” (Michele Lupo, 1979) e rappresenta un’ideale congiunzione tra la musica proposta e l’universo. 

                                     

sabato 9 giugno 2018

Alessandro Bottacchiari Quartet: “The Turning Point” [Tosky Records, 2018]

Il trombettista bergamasco Alessandro Bottacchiari giunge alla pubblicazione del suo primo disco da leader tramite la Tosky Records, etichetta sempre molto attenta alla qualità delle proprie uscite, curate in ogni dettaglio di produzione. In line up troviamo Antonio Vivenzio al pianoforte e Fender Rhodes, Marco Vaggi al contrabbasso, Tony Arco alla batteria e, in alcuni brani, gli ospiti Gabriele Comeglio (sax), Andrea Andreoli (trombone) e Sergio Orlandi (tromba). Quella proposta è una scaletta di quasi solo originali, fatta eccezione per le versioni di Dear John e My Foolish Heart posta in chiusura di programma. La scrittura di Bottacchiari è indirizzata verso il grande jazz mainstream degli anni Sessanta, rivisto attraverso una lente dinamica moderna, segnata da azzeccati accostamenti timbrici, interplay strumentale e un costante flusso melodico, cantabile e in equilibrio di assoli. In un insieme che riflette grande misura formale ed espressivo non mancano i passaggi più “infuocati”, che rimandano a un’idea di jam session ispirata e dai mille spunti creativi.

venerdì 8 giugno 2018

Nik Bärtsch’s Ronin: “Awase” [ECM, 2018]

In questa nuova versione dei suoi Ronin, il pianista svizzero Nik Bärtsch si avvale della presenza di Sha al clarinetto basso e sassofono contralto, Thomy Jordi al contrabbasso e Kaspar Rast alla batteria. “Awase” si compone di sei lunghe tracce composite: si tratta di moduli che Bärtsch propone ai componenti del gruppo e che si sviluppano attraverso ripetizioni formali e strati melodici che si incastrano andando di volta in volta a creare nuovi scenari, da situazioni sature e avvolgenti a passaggi dal carattere ambient. L’interazione strumentale tra gli interpreti sfiora la telepatia, e il tutto cresce con millimetrica e inesorabile precisione ed equilibrio. Nelle intenzioni dei Ronin non c’è alcuna fretta nel rincorrere lo spunto espressivo, e la musica si muove attraverso spazi dilatati, contorni ora visibili poi sfumati, e mantra penetranti. 

                                        

giovedì 7 giugno 2018

Elina Duni: “Partir” [ECM, 2018]

Registrato nel luglio 2017 negli studi La Buissonne, nella Francia meridionale, “Partir” è il nuovo lavoro per l’etichetta ECM della cantante e compositrice albanese Elina Duni. L’album si sviluppa attraverso dodici brani provenienti da repertori tra loro diversi: ascoltiamo, tra le altre, in apertura Amara terra mia, di Domenico Modugno, tradizionali kossovari e armeni, Je Ne Sais Pas di Jacques Brel. Il tutto è legato sia dal timbro levigato della voce, sia dalle atmosfere intime e raccolte che scaturiscono dalla performance in solo. Il canto, spesso trasparente e accennato è contornato da sfumature di pianoforte, percussioni e chitarra. Ne deriva un insieme ipnotico, dove emozioni e significati si affastellano lentamente, prossimi al diradamento espressivo. 
 
                                             

mercoledì 6 giugno 2018

Andrea Biondi Urban 5: “Matching Àlea” [Auand, 2018]

La realizzazione di Matching Àlea” [Auand, 2018] deriva da una serie di esperienze, studi e approfondimenti che il vibrafonista Andrea Biondi ha condotto in questi ultimi anni e che lo hanno portato verso una visione della materia sonora dettagliata e molto personale, derivante dalla frequentazione di repertori avanguardistici e di processi compositivi che abbracciano John Cage, Philip Glass o La Monte Young. Al centro dei concetti che segnano questo lavoro con gli Urban 5 (Daniele Tittarelli, alto; Enrico Bracco, chitarra; Jacopo Ferrazza, contrabbasso; Valerio Vantaggio, batteria) c’è l’utilizzo della casualità come punto di partenza degli sviluppi formali dei brani in scaletta, cosicché i temi proposti rimandano a situazioni che scaturiscono da un’organizzazione casuale, ma organizzata, di note, durate, parti improvvisate, movimenti d’insieme o singoli. Spiega nel particolare Biondi: «Nella trilogia dodecafonica (tre brani presenti all’interno di questo album, NdR) ho composto senza soluzione di continuità, con una sola serie dodecafonica generata da dodici bigliettini di carta dove avevo precedentemente scritto le singole dodici note. Il tema è stato creato per estrazione. Da quel momento ho utilizzato tutte le tecniche dodecafoniche schoenberghiane […] L’elemento jazzistico, cioè tema e variazione, è la cosa che tiene insieme il tutto, bilanciando scrittura e improvvisazione». 

                                             

martedì 5 giugno 2018

GB Project: “Magip” [Alfa Projects, 2018]

Scritte dal pianista Gilberto Mazzotti le otto tracce di “Magip”, il nuovo lavoro targato GB Project, il quartetto che allinea Alessandro Scala al soprano e tenore, Piero Simoncini al contrabbasso e Michele Iaia alla batteria, trovano nella cantabilità melodica il loro principale motivo di interesse. Carattere che emerge già dall’iniziale Bells In Dancing e che si amplia nei brani che vedono la presenza dell’ospite Simone Zanchini alla fisarmonica. Elemento che contribuisce ad allargare le maglie timbriche del quartetto, di per sé capace di una buona continuità di soluzioni, con l’alternanza di fiati e tra pianoforte e Fender Rhodes. Le partiture di Mazzotti prevedono anche espressioni a lunga gittata, come quelle di Aria mediterranea, brano che si protrae per undici minuti dove assistiamo al concatenamento di temi, velati da una sorta di “poetica malinconia”. In copertina è riprodotto un dipinto di Mauro Berretti. 

                                           

lunedì 4 giugno 2018

Lydian Sound Orchestra: “We Resist!” [Parco della Musica Records, 2018]

La registrazione dal vivo di questo album chiude il percorso creativo che ha portato la Lydian Sound Orchestra, diretta da Riccardo Brazzale, al compimento dell’opera dopo un anno di concerti, prove e messa a punto della scaletta proposta. Programma che vede, tra gli altri brani, le interpretazioni tratte dal celebre album “We Insist! – Freedom Now Suite” (Candid Records, 1960), di Max Roach, di Driva Man e Freedom Day, ed è pervaso da un senso di “voglia di libertà concettuale”, come lo stesso Brazzale indica attraverso la presentazione stampa: «Con un piccolo gioco di parole potremmo dire che la musica di questo disco è prima di tutto un impegno a resistere al disimpegno […] Resistere per essere liberi dalle mode, dal flusso delle correnti, dall’obbligo del conteggio dei "mi piace"». Intenzioni tradotte in musica da una condotta estetica che trova nella voce di Vivian Grillo un catalizzatore espressivo di notevole impatto, alla quale si accostano un ampio panorama timbrico, movimenti d’insieme compatti e carichi di groove, spunti solisti concreti e cantabili. L’opera riprodotta in copertina è firmata dalla pittrice greca Tania Dimitriadi.

sabato 2 giugno 2018

Drive!: “Drive!” [Auand, 2018]

Dietro la sigla Drive! troviamo Giovanni Guidi al Fender Rhodes e tastiere, Joe Rehmer al contrabbasso e basso elettrico e Federico Scettri alla batteria. Assistiti da Niccolò Tramontana, che si è occupato della produzione dei suoni dell’intero lavoro, i tre muovono in territori sperimentali dove si uniscono elettricità, dilatazioni, ruvidezze timbriche, scenari dub, ambient o carichi di groove. C’è della spontaneità espressiva, derivata dalle varie frequentazioni tra gli interpreti, e al centro dei meccanismi formali di questa realtà troviamo la camaleontica capacità di Guidi di spostarsi tra gli ambienti vitrei di casa ECM a situazioni dallo spirito underground come quello che anima questo nuovo gruppo. A volte lineare e cantabile, oppure labirintico e di non immediata interpretazione, “Drive!” è un lavoro sfaccettato, avvolgente e “moderno”, nell’accezione più lungimirante del termine. La foto di copertina è di Michele Palazzo.

venerdì 1 giugno 2018

Intervista a Roberto Magris

La recente pubblicazione targata JMood “Live In Miami At The WDNA Jazz Gallery” conferma le qualità di performer e compositore di Roberto Magris, pianista affiancato in questa performance dal vivo da Brian Lynch (tromba), Jonathan Gomez (tenore), Chuck Bergeron (contrabbasso), John Yarling (batteria) e Murph Aucamp (congas). Con l’occasione di questa nuova uscita abbiamo raggiunto il pianista triestino per parlare della sua attività e della sua visione della scena jazzistica internazionale


Hai ricordi particolari legati alle serata della registrazione di questo nuovo CD? 
È stata una serata “infuocata”, con musicisti ispirati e pubblico entusiasta. In alcuni brani qualcuno tra il pubblico si è pure alzato a ballare sui ritmi più latin jazz. Come dire, tutti erano a proprio agio e con il sorriso sulle labbra. C’era la situazione ideale per fare musica. Come band leader, di una band di lusso, mi sono sentito molto contento e soddisfatto, visto che abbiamo suonato anche parte di quello che è il mio storico songbook, come African Mood, Blues For My Sleeping Baby, Standard Life e Maliblues.

Perché avete deciso di pubblicare questo concerto? 
Il mio promoter negli Stati Uniti e produttore discografico della JMood era presente in sala e, dal momento che il concerto veniva registrato dalla radio WDNA per trasmetterlo in streaming, ha subito pensato di farsi dare il master. Poi, per il fatto che non avevo ancora in catalogo un “live” negli Stati Uniti e che tutti, musicisti e organizzatori, hanno dato la propria pronta disponibilità, è stato “inevitabile” far uscire questo concerto su CD. Ne sono particolarmente soddisfatto, perché consente di sentire effettivamente come suono dal vivo, senza rete, senza trucchi e senza inganni, e quale musica propongo come leader negli Stati Uniti. Una bella istantanea musicale che, tra l’altro, mi ha dato riscontri eccellenti come una recensione da quattro stelle su DownBeat.

Come si è formato il gruppo? 
Erano anni che il mio amico critico e giornalista Edward Blanco voleva invitarmi a Miami. Quando la cosa si è potuta finalmente concretizzare mi ha messo assieme un gruppo stellare, con i docenti jazz della Frost University di Miami, Brian Lynch, Chuck Bergeron e John Yarling, e due dei più bravi ex-allievi, e oggi musicisti di punta della locale scena jazz, Jonathan Gomez a Murph Aucamp. Sono abituato a lavorare così, incontrando musicisti diversi nelle diverse scene, come avviene ad esempio a Chicago, Los Angeles, Kansas City e anche in posti come Des Moines, nello Iowa, dove ho incontrato musicisti davvero ottimi e scoperto una tradizione del jazz che non conoscevo. Trovo particolarmente stimolante incontrare e lavorare con musicisti diversi e inaspettati. Per esempio, lo scorso anno sono ritornato a Miami per incidere un nuovo CD, che uscirà alla fine del prossimo anno, questa volta in studio di registrazione con un gruppo completamente diverso, con il sassofonista Mark Colby, il leggendario Ira Sullivan, il trombettista Shareef Clayton, e la ritmica formata da Jamie Ousley al basso e Rodolfo Zuniga alla batteria. Il titolo di questo CD sarà “Sun Stone”. A dicembre ci ritornerò nuovamente per concerti e un’ulteriore registrazione, ancora una volta con un gruppo diverso, probabilmente assieme al vibrafonista Alfredo Chacon. Ci sarà senz’altro da divertirsi anche se, nel frattempo, devo “produrre” nei prossimi mesi un ulteriore nuovo programma musicale.

Come si è sviluppata negli anni la collaborazione con la JMood, etichetta con la quale incidi spesso?
 Nel 2006 Paul Collins, impresario di Kansas City, mi organizzò dei concerti a Los Angeles assieme al contrabbassista Art Davis. Suonai alla Jazz Bakery e al Catalina Jazz Club di Hollywood. Le serate andarono molto bene e quindi venni di nuovo invitato a Los Angeles l’anno dopo per suonare e incidere assieme a Idris Muhammad, visto che Paul Collins nel frattempo aveva deciso di dar vita alla JMood Records, e pure a Kansas City per suonare e incidere con Art Davis e il batterista Jimmy “Junebug” Jackson. La sorpresa fu che sia Art Davis sia Idris Muhammad non avevano un loro repertorio né brani originali da suonare e incidere e quindi chiesero a me di “prendere in mano la situazione” e di decidere che cosa suonare. Quando poi venne il momento di decidere il titolo e i credits dei CD, sia Art Davis sia Idris Muhammad dissero che no, i CD non dovevano uscire a nome loro, ma era giusto che uscissero a mio nome visto che alla fine il leader ero stato io. Questo mi fece molto piacere e immediatamente guadagnare un bel credito, e identica situazione si ripropose quando fu la volta di suonare con il batterista Albert “Tootie” Heath e poi con il sassofonista veterano Sam Reed. Così, incisione dopo incisione, sono diventato di fatto e poi formalmente il direttore musicale della JMood, per la quale ho inciso a oggi quindici album “made in USA”, tutti usciti a mio nome. Una bella soddisfazione.

La tua attività si concentra dunque negli States. 
Colgo l’occasione per eliminare l’equivoco sul fatto che io viva in America, come ho letto anche su Wikipedia. Ho sempre vissuto e continuo a vivere a Trieste, ma è vero, sono spesso negli Stati Uniti, per concerti e registrazioni, con base principale a Kansas City, città di cui sono cittadino onorario. Ho anche riferimenti a Miami, Chicago e Los Angeles, dove negli ultimi anni ho suonato e inciso e dove, tra l’altro, ritornerò nei prossimi mesi. Va detto che l’America è grande e vi è una scena jazz praticamente in ogni città, di ogni dimensione, con migliaia di musicisti, dozzine di radio dedicate al jazz, svariate riviste, di cui DownBeat, Jazztimes, Jazziz, New York City Jazz Record, Jazzinside sono soltanto la punta dell’iceberg, e quindi c’è davvero tanto e tanto di diverso. Comunque, posso dire che proprio a partire dai miei primi concerti a Los Angeles nel 2006, mi sono ben inserito in certi ambienti del jazz americano. I critici e le riviste seguono e apprezzano il mio lavoro e soprattutto DownBeat mi riserva sempre una particolare attenzione, il che mi rende molto soddisfatto e motivato ad accettare i sempre nuovi progetti che mi vengono proposti dal mio promoter e produttore Paul Collins.

Come appare la scena jazzistica italiana vista da lì?
Generalmente vi è una innata simpatia e una positiva disposizione verso l’Italia, e conseguentemente verso il jazz italiano, che però è ben conosciuto soltanto da pochi e limitatamente ad alcuni nomi come Rava, Pieranunzi, Bollani, Fresu, Moroni, ai musicisti italiani che operano negli States, come Roberta Gambarini, Marco Pignataro, Antonio Ciacca, il sottoscritto e altri a seconda dei posti in cui ci si trova, o di origine italiana che si sono fatti un nome nella storia del jazz, vedi Tristano, Candoli, Tony Scott, Joe Pass. Posto quindi che la scena jazzistica italiana negli Stati Uniti è vista un po’ confusamente e da un presupposto tutto americano, posso fare un parallelo tra la variegata scena jazz americana, che è in realtà molto più mainstream di quello che si pensi in Italia, e quella italiana, che in realtà è molto più orientata verso il free/musica sperimentale di quel che si pensi in America. Certo, nomi come Mary Halvorson e Vijay Iyer, per dirne due oggi molto gettonati anche in Italia, sono stati sulle copertine delle riviste jazz statunitensi e sono oggetto di interesse e stima di gran parte della critica, ma non mi sembra e non ho la percezione che abbiano fatto breccia nel cuore degli appassionati statunitensi, neanche di quelli più giovani, che – se proprio dovessi fare una sintesi estrema – direi che parteggiano più come gusti e inclinazione, anche professionale, per la “corrente Wynton Marsalis” e il tipo di jazz che si insegna ed esce dalle centinaia di college e università che propongono corsi di jazz, peraltro sempre di alto livello e frequentati anche da europei e italiani. Un’altra percezione che ho, è che stia “culturalmente” sempre più sparendo un certo approccio al jazz di tipo afro-americano - ci sono musicisti afro-americani che, sentendoli, immagineresti “tipicamente” bianchi, quanto a impostazione e retaggio jazzistico, privi di qualsiasi riferimento al blues - e di conseguenza certi musicisti come Nicholas Payton o Logan Richardson calcano la mano su questo tipo di argomenti, secondo me a ragione. Direi che la loro giusta rivendicazione vada rivolta esclusivamente al mondo del jazz americano e alla società americana più in generale, non certo a noi europei, e soprattutto a certi loro colleghi che hanno sposato un percorso didattico e professionale di impronta soltanto quasi accademica: il jazz pronto a diventare una musica accademica, anche nelle sue cosiddette avanguardie, perdendo via via le originarie e fin qui sempre presenti connotazioni afro-americane che, anche secondo molti, ne sono la sua vera essenza. Qui c’è il vero “problema” e negli States, mi sembra che la scissione si stia consumando proprio a partire dalle basi di questa musica, dal concetto di tradizione e dai retaggi culturali di partenza. Ma, come dicevo, “il pubblico” mi sembra ancora schierato sul jazz “di base” e continua ad amare i grandi maestri e il jazz denominato, con connotazione sempre positiva, “mainstream”, rendendosi conto che il jazz è tradizione per gli Stati Uniti. In Europa non credo che siano ancora chiari questi aspetti e di conseguenza si immagini erroneamente un ritorno a un jazz di ispirazione anche politica. Non credo proprio. Oppure una felice unione con un certo modo europeizzante di intendere il jazz, ECM per fare un esempio banale, il che è in realtà un “abbraccio mortale” per il blues e il beat afroamericano e per l’armonia che proviene da tale imprinting afro-americano, due esempi per tutti: Monk e il mondo di Mingus.

sabato 19 maggio 2018

Michel Reis – Marc Demuth – Paul Wiltgen: “Once In A Blue Moon” [CAM Jazz, 2018]

Esce per la CAM Jazz del produttore Ermanno Basso il lavoro firmato dal trio composto Michel Reis al pianoforte, Marc Demuth al contrabbasso e Paul Wiltgen alla batteria. Si tratta di un album basato su composizioni originali, fatta eccezione per il rifacimento di Both Sides Now, dal repertorio di Joni Mitchell, nelle quali affiora con una certa evidenza la cantabilità melodica dei temi, perlopiù esposti da Reis che si produce in un pianismo lineare, fluttuante e capace di creare atmosfere spesso aperte e “solari”. Nell’insieme non mancano però passaggi di contrazione, come nei cambi di approccio più introspettivi, dove la notazione si dirada a favore di pause e sottintesi. È nei momenti misurati che emergono maggiormente le doti di equilibrio e interplay di questo trio, che nelle note di copertina il critico Brian Morton affianca, con le debite differenze, al trio di Paul Bley degli anni Settanta, ai The Bad Plus o al Cecil Taylor Feel Trio.

sabato 12 maggio 2018

Ermanno Novali Trio: “Passacaglia” [Emme Record Label, 2018]

Ci sono Matteo Milesi alla batteria e Luca Pissavini al contrabbasso al fianco di Ermanno Novali, pianista bergamasco al suo esordio discografico nelle vesti di leader, che del suo “Passacaglia” cura anche l’intressante artwork di copertina. La sua è una visione musicale sfaccettata, che include lunghi momenti melodicamente cantabili, come nell’introduzione di Two Souls, situazioni minimali, che sfiorano l’intimità espressiva, e un flusso di idee che portano l’ascoltatore verso tematiche spesso lineari, fluttuanti. Nell’insieme non mancano passaggi “increspati”, dove le atmosfere virano verso scenari imprevedibili, come accade in Torpedine, un brano che vede l’intervento di Pissavini con l’archetto a fare da voce contrastante alle figure disegnate da Novali. La rivisitazione dello standard Dear Old Stockholm e di The Boxer, di Paul Simon, danno soluzione di continuità a un programma di soli originali.

Hydra Quintet: “Kaleido” [Emme Record Label, 2018]

Nel 2016, durante la frequentazione del Conservatorio “Stanislao Giacomantonio” di Cosenza, nasce il quintetto Hydra, che giunge oggi al primo album in studio dal titolo “Kaleido” tramite la Emme Record Label. Si tratta di una giovane realtà che trova nella voce di Erica Gagliardi il principale motivo espressivo dei brani originali proposti, ognuno dei quali porta al proprio interno un significato specifico, come nel caso di For Michel scritto dal pianista Giuseppe Santelli e dedicato alla figura di Michel Camilo. La formazione si completa con Daniele Nicoletti al basso elettrico, Alessio Sisca alla batteria e Francesco Caligiuri ai sassofoni baritono e soprano, e al clarinetto basso. È quest’ultimo a rappresentare la “voce” alternativa a quella di Gagliardi, in un insieme capace di muovere in differenti territori stilistici, dal latin jazz al mainstream, dagli echi mediterranei ai passaggi di improvvisazione.

mercoledì 9 maggio 2018

Pietro Tonolo: “Too Many Pockets” [Parco della Musica Records, 2018]

Fatta eccezione per i rifacimenti di Oclupaca di Duke Ellington e di Jackie-ing di Theolonius Monk, la scaletta di “Too Many Pockets” si compone di soli originali firmati da Pietro Tonolo, per l’occasione affiancato da Giancarlo Bianchetti, elettronica e chitarra elettrica, e Marco Frattini, batteria. Il sassofonista, come sua consuetudine, indaga le diverse possibilità sonore offerte dai musicisti in line up, con particolare attenzione agli accostamenti timbrici di un trio che beneficia della suo indispensabile apporto, ampio e diversificato. Il leader si esprime attraverso l’utilizzo di tenore, soprano, flauto, elettronica e flutax, uno strumento di suo invenzione, e intesse con le corde di Bianchetti trame sonore che si annodano ai temi, vanno in contrasto creativo, rimandano a dialoghi mai scontati. È la mancanza di consuetudine il motivo di maggiore attrazione di questo lavoro, nel quale l’ascoltatore può imbattersi in atmosfere meditative e melodie cantabili, quanto in situazioni spigolose e abrasive. 

                                         

lunedì 7 maggio 2018

Question Market: “Question Market” [Emme Record Label, 2017]

Il quartetto Question Market è composto da Giovanni Benvenuti al sassofono tenore, Federico Carnevali alla chitarra, Giovanni Miatto al basso elettrico e Saverio Cacopardi alla batteria, e il loro album omonimo si sviluppa attraverso una scaletta di sette tracce originali, dove in ognuna l’ascoltatore può trarre diversi motivi d’interesse, sia espressivi sia formali. La principale caratteristica del quartetto va individuata nel modo in cui la tessitura sonora viene costruita, con accostamenti timbrici spesso essenziali, proficui dialoghi tra sassofono e chitarra, momenti in solo sempre misurati e funzionali al contesto d’insieme. Un respiro di gruppo che trova con continuità la cantabilità melodica del tema, anche in passaggi meno diretti, compositi e assemblati con attenzione. L’immagine di copertina è firmata da Caterina Di Perri.

sabato 5 maggio 2018

Mauro Schiavone Trio: “Pixel” [E Flat, 2018]

Il trio capitanato dal pianista Mauro Schiavone si completa con Pietro Ciancaglini al contrabbasso e Adam Pache alla batteria, e nel loro “Pixel” possiamo ascoltate una scaletta di brani firmati dal leader, fatta eccezione per la conclusiva Isfahan di Duke Ellington e Billy Strayhorn. Quella proposta è una musica perlopiù basata sulla cantabilità melodica dei temi, sia nel caso di passaggi intimi e chiaroscurali, come quelli di Ogni nota, sia nei momenti in cui è il ferreo interplay del trio a generare una trazione ritmica decisa e vorticosa, come in Doctor Stress. La frequentazione comune di progetti ideati da Francesco Cafiso rende il trio come un insieme compatto, capace di direzionare l’espressività del disco con estrema scioltezza, in forme che si rifanno al jazz tradizionale del piano trio, quello segnato dai grandi pianisti come Herbie Nichols, al quale è dedicato il brano omonimo.

venerdì 4 maggio 2018

Enrico Zanisi: “Blend Pages” [CAM Jazz, 2018]

Inizialmente nato come un progetto per pianoforte e quartetto d’archi, il Quatuor IXI, questo nuovo lavoro del pianista Enrico Zanisi, edito dalla CAM Jazz di Ermanno Basso, si avvale anche della presenza di Gabriele Mirabassi (clarinetto) e Michele Rabbia (percussioni, elettronica), elementi coinvolti durante il processo di realizzazione dell’album durato circa un anno. Zanisi compie un importante passo in avanti nel proprio processo di maturità artistica, grazie a un’ampia visione d’insieme della materia sonora, che principalmente si basa su atmosfere cameristiche, ma che poi prendono diverse direzioni nelle quali si indagano possibilità d’improvvisazione, innesti di elettronica e flessibilità tematica, soprattutto grazie al timbro “felino” di Mirabassi. La foto di copertina, firmata da Elisa Caldana, mostra il pianista allo specchio, che non osserva la propria immagine, ma guarda “oltre”, come fosse in una fase di “riflessione creativa” volta al futuro.

giovedì 3 maggio 2018

Natural Revolution Orchestra: “Climate Blues” [Drycastle Records]

Esce per l’etichetta indipendente Drycastle il nuovo lavoro firmato dalla Natural Revolution Orchestra diretta da Fabio Morgera, che anche in questa occasione si avvale della presenza in line up di musicisti di livello assoluto come, tra gli altri, Nico Gori, Stefano “Cocco” Cantini e Dario Cecchini. Tutti i brani sono firmati da Morgera, fatta eccezione per il rifacimento di You Know Who (I Mean You) (J. Hendricks , C. Hawkins, T. Monk), il quale dirige l’ensemble tramite la pratica della conduction, assimilata dal maestro Butch Morris e affinata attraverso diverse esperienze, in un percorso che conosce – come il titolo lascia intendere - forme blues, a volte dilatate e nelle quali trovano posto slanci solisti, ampi respiri d’insieme e un mood riconducibile al piacere della jam session. La Natural Revolution trova la propria estetica in un profilo che sa essere coinvolgente e ritmato, come nell’apertura di scaletta affidata al brano 1% mai contento, sia sornione e old fashioned, come nel passaggio che dà il titolo all’album. 

                                       

mercoledì 2 maggio 2018

Roberto Righetto Quartet: “Dimora” [Emme Record Label, 2017]

Fatto salvo per la rivisitazione di Parlami d’amore Mariù si compone di soli originali firmati da Roberto Righetto la scaletta del suo “Dimora”, l’album che lo vede protagonista insieme al quartetto completato dal sassofonista Marco Strano, Mattia Magatelli al contrabbasso e Marco Campigotto alla batteria. Al centro delle dinamiche espressive di questo lavoro troviamo sia la chitarra del leader, il quale mette in mostra un timbro e un modo di operare misurato e sempre in equilibrio con il contesto d’insieme, sia il tenore di Strano, a sua volta capace di un linguaggio confidenziale e piacevolmente old fashioned. Intorno a loro troviamo una ritmica flessibile, che rimane in filigrana nei brani chiaroscurali - in tal senso si ascoltino le ballad come la title track -, e sa ingaggiare situazioni dal maggiore impatto ritmico, come accade nella zigzagante Eastern Dance.
                                             

mercoledì 18 aprile 2018

Antonio Sanchez – WDR Big Band: “Channels Of Energy” [CAM Jazz, 2018]

Frutto di una settimana di registrazioni in quel di Colonia nel dicembre 2016 il doppio CD “Channels Of Energy”, edito dalla CAM Jazz di Ermanno Basso, segna l’incontro tra Antonio Sanchez e la WDR Big Band condotta da Vince Mendoza. Questo lavoro segue nella discografia del batterista messicano l’album in solo “Bad Hombre” [CAM Jazz, 2017], e conferma il suo ispirato momento creativo, per l’occasione espanso e amplificato attraverso la condivisione e il confronto con i membri dell’orchestra. Mendoza, che ha curato gli arrangiamenti degli otto brani in programma, disegna scenari capaci di far risaltare la narrazione di Sanchez, il quale si rivela solista dalle importanti dinamiche, decise quanto di estrema classe, e motore ritmico instancabile al servizio delle manovre d’insieme e degli altri solisti chiamati a intervenire. L’album emana una “freschezza compositiva” che trova nella cantabilità dei temi, e nell’ampio respiro timbrico dell’orchestra, il suo principale motivo di interesse, per una musica che ben si identifica con i “canali di energia” ai quali fa riferimento il titolo dell’album

Bobo Stenson Trio: Contra la indecisión [ECM, 2018]

Il trio capitanato da Bobo Stenson, con Anders Jormin al contrabbasso e Jon Fält alla batteria, torna a registrare per la ECM di Manfred Eicher a sei anni di distanza da “Indicum”. In quella incisione la scaletta era aperta da un brano di Bill Evans, Your Story, mentre nel nuovo lavoro “Contra la indecisión” il rifacimento posto a inizio programma è ripreso dal repertorio del cantante e compositore cubano Silvio Rodriguez. Il filo che lega i due album si incontra nell’organizzazione sonora del trio, nella capacità narrativa di Stenson, e in un modo di allacciare forme e sensazioni senza inutili giri di note. I brani si susseguono come storie tenute assieme da un amalgama che riflette la grande coesione di gruppo, basata su interplay sopraffino, equilibri timbrici, schemi che si incastrano con naturale evoluzione.

Andy Sheppard Quartet: “Romaria” [ECM, 2018]

“Romaria” segue nella discografia di Andy Sheppard “Surrender By Sea” (ECM, 2015), e anche in questa occasione vede al fianco del sassofonista inglese Eivind Aarset alla chitarra elettrica, Michel Benita al contrabbasso e Sebastian Rochford alla batteria. Scenario dell’incisione è di nuovo l’Auditorio Stelio Molo RSI di Lugano, e il quartetto muove verso le consuete, quanto profonde e ispirate, dinamiche espressive, che prevedono in primo piano il timbro di Sheppard, con intorno una tessitura di estremo pregio, prodotta dai piatti di Rochford, dalle corde di Aarset e dai discreti riempimenti di Benita. Il lavoro si sviluppa attraverso originali del leader, fatta eccezione per la title track ripresa dal repertorio di Renato Teixeira, che attraversano scenari sonori compatti, dove l’ascoltatore si imbatte in una trama sonora dall’estrema cura timbrica, costruita con attenzione melodica e con la precisa, quanto avvolgente e poetica, esposizione tematica.

lunedì 16 aprile 2018

Emanuele Passerini – Alessandro “Pacho” Rossi: “Our World” [Dodicilune, 2018]

“Our World” è il frutto dell’incontro artistico tra il sassofonista Emanuele Passerini e il percussionista Alessandro “Pacho” Rossi. I dieci brani in scaletta sono concettualmente divisi in “The Light Side” e “The Dark Side”, in modo da offrire all’ascoltatore un indizio riguardo quello che accadrà nel lungo dialogo tra i due strumentisti, carico di melodie cantabili, ritmi sostenuti e rigogliose fioriture di note, ma anche meditativo, pensoso e diradato. Quello che accomuna il percorso dell’album è il profondo feeling che lega gli interpreti, pronti nello scambiarsi i ruoli di primo piano espressivo e nel confluire in forme sempre in divenire. Passerini alterna soprano, alto, tenore, sopranino, fluato balinese e mbira, arricchendo così uno scenario timbrico già ampio, dato l’armamentario di percussioni che Pacho porta in dote, compresi suoni vocali e oggetti. L’insieme gode di grande libertà espressiva, e l’ispirazione è tratta da alcuni grandi maestri come Nana Vasconcelos, Rashied Ali e John Coltrane, ai quali è dedicata la conclusiva Praises To The Masters. L’artwork di copertina è firmato da Raffaella Simoncini.