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venerdì 6 aprile 2012
Francesco Negro Trio: Silentium
Gian Piero Alloisio: Ogni vita è grande
Nicolò Carnesi: Gli eroi non escono il sabato
Le Case del Futuro: Lucertole
lunedì 2 aprile 2012
Cristina Donà: a Roma, Piper Club, il 3 maggio
martedì 27 marzo 2012
White Rabbits: Milk Famous
Per i White Rabbits si tratta del terzo lavoro sulla distanza che conta. Se i precedenti Fort Nughtly (2007) – per l’esotismo dal sapore new wave - e It’s Frightening (2009) – per la sua energia percussiva dal passo maggiormente rock - avevano ottenuto una buona dose di consensi da parte di critica e pubblico pagante, Milk Famous è destinato a dividere opinioni e stati d’animo. Questo perché neel’interezza del cammino finora intrapreso sembra essere il primo concreto tentativo di smarcarsi dai riferimenti del passato, leggi Specials su tutti.
Le undici tracce proposte presentano diversi motivi di interesse e altrettanti passaggi che lasciano a desiderare sotto il profilo della ricerca espressiva, proprio lì dove la band - che oggi si muove nalla scena indie-rock di Brooklyn, vale a dire in quel sottobosco di ibridazioni di varia natura, - aveva costruito la propria impalcatura di credibilità. Il riferimento va a brani come I’m Not Me, che rilasciano un pop privo del giusto appeal, pronto nel deragliare alla prima curva di un ritornello cantilenante che denuncia una certa mancanza di inventiva, o come nella successiva Hold It To the Fire dove si avverte l’eccessiva leggerezza nelle trame melodiche, tendenzialmente shoegaze, e nella struttura ritmica di un brano fin troppo vago nelle sue intenzioni.
L’antifona cambia in altri passaggi, meglio messi a fuoco, come Temporary, perché la band incanala le sue forze in maniera fruttuosa, investendo in suoni dal taglio più aggressivo, che delineano un andamento ai confini della ballabilità, che non guasta e cattura l’attenzione dell’ascoltatore di turno, grazie a un tiro che non lascia spazio alle facili distrazioni. Stesso discorso per Danny Come Inside, pezzo cortocircuitale e ossessivo dalle venature electro, capace di spiazzare e coinvolgere, come del resto Back For More, che rispetto agli altri brani del lotto lascia emergere echi vagamente calypso e un songwriting di buona levatura.
Senza rivelare nessuna invenzione tangibile, i White Rabbits – guidati in una fin troppo eccessiva fase di produzione da Mike McCarthy - mescolano e innestano nel loro modo una discreta serie di idee, anche se Milk Famous si appiattisce troppo spesso verso un orizzonte pop incolore e non riesce a tenere la giusta tensione per la sua intera durata.
sabato 17 marzo 2012
[Alessandra Gismondi]
Nei giorni in cui l’Italia musicale si interrogava sulle acconciature di Anna Tatangelo al Festival di Sanremo, noi raggiungevamo telefonicamente Alessandra Gismondi, cantante e principale artefice del progetto Pitch – con il quale ha da poco dato alla luce l’intrigante Comme un flux – e protagonista del sottobosco indie anche con Vessel (trio completato da Emanuele Reverberi e Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò) e Schonwald (insieme a Luca Bandini). Il suo è il punto di vista di chi la scena, anziché subirla, la fa.
Comme un flux è il titolo del nuovo album dei Pitch. Fa riferimento al modo in cui sono state composte le canzoni? Sì, il titolo è ispirato al flusso della musica, delle parole e anche della danza, in quanto ho studiato danza per tantissimi anni e quindi cercavo qualcosa che riassumesse un po’ tutto il mio percorso, il mio excursus artistico sia musicale che come ballerina.
Che gestazione ha avuto questo nuovo disco? Questo per noi è il quarto album, ed è l’unico che abbiamo creato esclusivamente in studio. Siamo partiti da un canovaccio di canzoni di note abbozzate. Avevamo circa un mese per registrare il disco, ed è stato creato passo dopo passo all’interno dello studio, in un modo diverso rispetto al passato. La fotografia, che è un'altra forma d'arte che mi appassiona, ha influito nella nascita della canzoni: l’anno scorso ho collaborato con Paolo Zauli alla stesura delle didascalie per il suo libro fotografico, questo probabilmente ha sviluppato in me la voglia di avvicinarmi alla fotografia attraverso la musica.
Anche rispetto ai precedenti dischi, questa volta con quali aspettative avete lavorato? Ad essere sincera ce ne sono sempre. Il primo lavoro (Bambina atomica, 1997 ndr) è importantissimo perché è come presentarsi con un biglietto da visita a delle persone che non sanno nemmeno chi sei; il secondo (Velluto, 1999 ndr) è importante perché c’è l’ansia da prestazione, perché vuoi essere all’altezza del lavoro precedente, se è andato bene; il terzo (A Violent Dinner, 2007 ndr) per i Pitch ha rappresentato una specie di rinascita, in quanto c’è stato un rinnovo della line-up, siamo stati fermi sette anni perché di fatto il gruppo si era sciolto, quando ho deciso di riprendere in mano il progetto ho riformato una nuova band, c’era voglia di riproporsi in maniera diversa rispetto al passato. Comme un flux, infine, è l’album che raggiunge una maturità superiore rispetto alle precedenti prove, in quanto all’interno del gruppo ci conosciamo meglio, e come approccio risulta più fresco e più immediato.
Quali obiettivi vi siete prefissi? Sinceramente non ci siamo mai dati un obiettivo, perché le cose le viviamo alla giornata, anche se questa frase può sembrare un po’ un cliché. Forse un obiettivo è quello di suonare, fare un album e cercare di promuoverlo in modo da farlo conoscere a più persone possibile, fare concerti e arrivare a molta gente. Per me è importante il contatto diretto con le persone.
Quando componi i brani hai in mente il tipo di ascoltatore che andrai a raggiungere? Scrivo molto d’istinto, di getto. Il titolo stesso dell’album te lo dice “come un flusso”. Dentro di me è come se avessi un flusso che spero vada a toccare più persone possibili. Non ho un ascoltatore standard. La magia della musica è quella di riuscire a catturare le persone.
La vostra musica è accostabile al pop anglosassone, seppur utilizzate anche la lingua francese. E' vero che il vostro è un omaggio a Serge Gainsbourg. Sì, sono molto legata alle sue canzoni, fin da bambina, avendo avuto la fortuna di avere un padre che ascoltava tantissima musica italiana, inglese e francese, sono rimasta affascinata da Gainsbourg. Negli ultimi anni, anche con l’altro mio progetto Vessel, mi sono avvicinata alla sua canzone. Questo mi ha dato modo di liberare la mia vena da chansonnier francese.
I vostri esordi vi vedono nella scuderia Vox Pop di Manuel Agnelli a metà anni Novanta, da allora quali cambiamenti della scena indie potete raccontarci? Di base io vivo in Italia, anche se sono stata molto all’estero in questi ultimi dieci anni. Diciamo che è cambiata tanto, c’è stata una rivoluzione della scena cantautorale, molto radicata da come posso notare, però dal punto di vista indie-rock vedo uno stallo; confrontando sempre l’Italia con il resto del mondo chiaramente. Rispetto a un decennio fa si producono molti più dischi, è cambiato il tipo di fruizione, ci si dimentica in fretta di ciò che si ascolta. Il fatto di vendere materialmente meno cd ha contribuito a un certo appiattimento.
Proprio Manuel Agnelli, nel 2009, andando al Festival di Sanremo ha provato ad avvicinare l’indie al mainstream italiano. A conti fatti un tentativo fallito, sei d’accordo? Sì, sono totalmente d’accordo, non trovo che ci sia un filo conduttore che possa portare la musica di culto in quel conteso. Già nel 2000 mi fu proposto dalla mia casa discografica di partecipare al Festival e rifiutai perché sarei andata a snaturare una parte di me che non poteva far parte di Sanremo. La musica indipendente non può arrivare a Sanremo, perché lì è tutta una strategia di marketing.
Marketing e immagine prima ancora della musica in sé. Quest'anno si sono accesi dibattiti sull’acconciatura di Anna Tatangelo. Sono rimasta di stucco, non mi aspettavo una Tatangelo contro corrente. Le persone vogliono vedere l’Anna Tatangelo di sempre.
Tornando ai tuoi progetti, oltre ai Pitch fai parte dei Vessel. Andrà in porto l’idea di realizzare un album intero dal momento che avete solo fatto degli ep? Siamo rimasti un attimo fermi perché avevo in cantiere l’album dei Pitch. Stiamo ancora valutando su come verrà sviluppato il nostro percorso, nel senso che sicuramente andremo avanti a registarre nuove canzoni. Sul come verranno utilizzate siamo ancora in alto mare. Era un nostro desiderio realizzare una trilogia di ep e stampare un album, sarebbe stato perfetto, ma questo non dipende da me, ma dall’etichetta.
Nei Pitch emerge il tuo lato più cordiale, mentre in Schonwald tiri fuori quello più introverso, scuro. Sì, quando siamo in due con Luca - che fa parte anche dei Pitch - salta fuori una vena melodica un po’ più dark. Forse perché Luca ha origini tedesche, quindi nordiche, fredde. Lui è il capobanda di Schonwald, quindi io mi lego a lui e vado dietro alla sua creatività, ed esce fuori un’Alessandra più tenebrosa. Mentre nei Pitch i lavori partono da mie idee che sono più aperte e solari.
Dunque tre progetti da portare avanti non sono pochi, non avrai mica altre sorprese in cantiere? Il realtà sì, dal momento che farò parte del solo project di Hanin Elias, cantante e fondatrice di Atari Teenage Riot di Berlino, band storica di metà anni Novanta punk-industrial. Lei ha lasciato la band che si è da poco riunita per un tour mondiale e ha inciso un disco solista. Io sarò la sua bassista per le date del tour dal vivo.
mercoledì 15 febbraio 2012
Francesco Di Giacomo (Banco): intervista
Quanto è importante a livello umano - viste le vicende personali che vi hanno attraversato negli ultimi anni – tornare sul palco a suonare la musica del Banco? Se vivi il palco con un po’ di senso critico, nel senso che non è la ripetizione di te stesso tutte le volte che ci Sali, non a caso noi pur facendo concerti con materiale che ha quarantanni, eppure reagice sotto le mani e sul pubblico come se fosse attuale, anche perché noi per non subire quello che abitualmente è il tuo brano ne cambiamo le strutture cercando di attualizzarlo. Riuscire a non essere la cover di te stesso è una grossa sfida.
Salirete sul palco con Le Orme. È una cosa che andrà amplita un po’ di più, perché non basta suonare i pezzi a vicenda, pensiamo di fare dei nuovi arrangiamenti ognuno sui brani dell’altro, cercare una via espressiva più complessa. La musica è fatta di un materile talmente “possiible” che se metti dieci note insieme puoi suonarle per tutta la vita, l’importante è come le rigiri.
In un altro paese un gruppo come il vostro godrebbe di ben altra notorietà e considerazione. Sei dello stesso avviso? Sarei un ipocrita a dirti di no, però nella vita pensi semopre che qualche riconoscimento in più sarebbe sicuramente stato apprezzato. Posso dire che di renderti conto di andare a suonare di fronte a un pubblico, come successo di recente, che aderisce in massa, alla fine il riconoscimento è quello. Ci avevavo proposto di fare una cosa televisiva che va per la maggiore e abbiamo detto di no, chiaramente sempre con qualche titubanza, ma alla fine crediamo che il responso sia nel nostro pubblico. La gente che vedi dal palco è l’energia, la propulsione per mantenerti su quel palco.
Se dovessi lasciare ai posteri un testamento musicale del Banco, quale brano sceglieresti? (ride, ndr). Non saprei, ma più che ai posteri lascerei un brano a me stesso. Un brano che mi dà sempre molto è “Canto nomade”, anche se lo abbiamo suonato poco.
Dopo diversi anni di silenzio in che stato di salute hai trovato la tua voce? Mi dicono bene, sinceramente. Mi dicono che ho dei capelli in meno, ma la voce sembra meglio di prima. Ma questo non è un merito, è una questione di fortuna, perché io non faccio niente per curarla, non sono il tipo che fa i sulfumigi del Novecento o i gargarismi con le code di lucertola.
Una tua frase celebre di qualche tempo fa era “la musica sceglietevela sempre”. Io non sono uno che naviga, e devo dire purtroppo, e non per fortuna, ho un pessimo rapporto informatico. Nel mare di internet la scelta individuale non dipenda mai da quanto hai di fronte per scegliere, ma da cosa tu hai deciso di sceglire.
venerdì 10 febbraio 2012
Vittorio Nocenzi (Banco): intervista
Qual è stato il momento più bello a livello musicale della vostra carriera? È molto difficile dare una risposta onesta, vista una carriera così lunga fatta di percorsi affrontati e superati. Ci sono diversi momenti di soddisfazione. Certo che gli inizi sono sempre gli inizi, quindi quando agguanti il successo derivante non da una hit parade che strizza l’occhio alle canzonette, ma l’agguanti con della musica alla quale credi completamente è una soddisfazione profonda, sia a livello artistico che umano, il primo posto con “Il salvadanaio” è stato un momento magico, come del resto per “Darwin” e “Io sono nato libero”. Andando avanti con il tempo diventi sempre più smaliziato, le soddisfazioni diventano di altra natura, direi che un altro momento indimenticabile è stato il lavoro di “Terra”, il primo lavoro sinfonico, non con un’orchestra che accompagna una band rock, ma un lavoro scritto per un organico completo, per una creatura sia elettrica che acustica. Lavoro lungo e complesso, con i concerti indimenticabili fatti all’Arena di Verona. Un altro passaggio a me molto caro è stato quando abbiamo scoperto all’estero il seguito che la musica del Banco aveva. Non un seguito scontato tra gli emigranti italiani, ma fra i giapponesi, fra i messicani, gli statunitensi. Internet, dagli anni Novanta in poi, ha creato per il progressive una realtà molto ampia e molto attenta. A Tokyo, durante la prima tournée tra le tante che abbiamo fatto in Giappone, trovai l’intera discografia del Banco. Ho trovato lì una grande competenza, conoscevano benissimo i nostri brani, anche quelli da diciotto minuti, conoscevano il nostro repertorio a memoria. Non dimenticherei poi i successi che alcuni nostri brani, con la struttura di canzone, hanno avuto, come paolo pa del 1980, che affontava un tema scottante come l’omosessualità rinnegata nelle perifrei metropolitane, o Moby dick, con il suo celebrare il sogno, l’utopia, così irrinunciabile per una persona. Situazioni che ci hanno portato una grande crescita artistica.
Se potessi riscrivere qualche pagina del vostra storia, dove metteresti mano? Non ho dubbi: l’album E via, che abbiamo fatto per il mercato europeo nell’85, credo che sia il più brutto, non tanto per scrittura compositiva, ma come realizzazione, perché nacque esclusivamente per il mercato europeo ma poi la casa discografica abortì il progetto e ci trovammo, dopo aver fatto dei concerti in Olanda, in Belgio, in Francia, ci trovammo questo prodotto sul mercato italiano, ed era assolutamente in distonia.
Quante probabilità ci sono di ascoltare a breve un nuovo album di inediti? È già uscito il primo dei due libri in programma, “Sguardi dall’estremo occidente” che è una mia conversazione sulla musica che ho composto in questi quaranta anni, soprattutto per il Banco, prima di giugno poi uscirà la nostra prima biografia ufficiale.
Qual è il motivo, il filo conduttore che vi ha tenuto legati per tutti questi anni? Credo un rispetto reciproco che è stato più forte dei disaccordi, delle divergenze di opinione, che inevitabilmente ci sono, anche tra persone legate profondamente. La serietà che abbiamo cercato di dare al nostro modo di lavorare è stato un cemento molto forte. Nella realtà siamo così diversi, ma che noia mortale sarebbe pensarla sempre nello stesso verso!
Un musicista come te, venuto su negli anni Settanta, come vede e vive le trasformazioni che la materia musicale ha subito? Internet è una cosa fantastica, un’opportunità enorme che la musica, la cultura e noi tutti abbiamo. Certo è che va sempre utilizzata al meglio anziché nel modo banale che a volte vedo essere preferito da molti. Direi che se hai una Ferrari non ci fai il giro del palazzo per andare a comprare il pesce, con una Ferrari ci fai il chilomentro lanciato e sfidi il record, almeno questo è il mio pensiero. Internet va utilizzato per conoscere, apprendere, coltivare le diversità, per avere memoria, questa è una cosa fondamentale, per celebrare il passato e per scegliere e progettare il proprio futuro. In giro c’è tanta musica senza significato e senza valore, perché è aumentata la quantità e per come ogni cosa questo è inversamente proporzionale alla qualità. Certo, ci sono grandi talenti, grandi proposte, solo che si confondono in questo oceano di offerta. Starei alla lontana da un eccesso di consumismo miope perché confonde le idee e uccide le emozioni . direi ai giovani artisti di armarsi di un coraggio da minatori, di mettersi l’elmetto e proseguire il proprio percorso senza farsi scoraggiare. Di sicuro è più difficle oggi che quarantanni fa, paradossalmente è così, perché i media sono diventati sempre più invasivi e puntano – con poche eccezioni – alla quantità, detteta dalle necessità di mercato. Poi ci sono realtà come SUONO che si dedicano a una nicchia di qualità, nei quali si respira la scelta, si respira la selezione, non si può sempre vivere della banalità del luogo comune, sarebbe la morte dell’arte, del talento, della creatività.
mercoledì 8 febbraio 2012
Michi Dei Rossi (Le Orme): intervista
Qual è la difficoltà nello stare sul palco insieme? Non ho trovato grandi difficoltà, perhè ognuno di noi si è messo al servizio della musica e questa è una cosa miracolosa, riusciamo a suonare con grande unità d’intenti. Certo all’inizio qualche difficoltà c’è stata per preparare i brani, ma a forza di provare abbiamo trovato il giusto equilibrio, e questo quando poi si va sul palco si sente e la risposta del pubblico è fantastica. Sono stati dei concerti magici, il pubblico ha risposto benissimo, abbiamo visto la gente esultare, e artisticamente è stata una cosa importante, peccato che non si sia fatta negli anni Settanta quando c’erano più band coinvolte, ma fortunatamente l’abbiamo rcuperata. Alla fine
Negli anni Settanta c’era rivalità tra di voi? Ci sono state delle cose dette in radio e sui giornali, credo però che noi eravamo tutti cugini, erano i media a volere questa cosa e a cercare degli scoop. I giornali dicevano della rivalità, ma non abbiamo mai fatto niente di spiacevole, era una cosa montata alla perfezione e ancora oggi se ne parla.
Questa esperienza cosa può rappresentare nel vostro cammino? Quando ci sono delle collaborazioni del genere c’è sempre da imparare, qualcosa porti sempre a casa. Credo che l’esperienza con il Banco ci frutterà amicizia, che al giorno d’oggi è una cosa molto importante, e cose positive fatte di sentimenti veri.
giovedì 26 gennaio 2012
Giovanni Falzone_live @ auditorium, Roma 25.01.12
mercoledì 25 gennaio 2012
Intervista a Gaetano Curreri (Stadio)
Trent'anni di carriera, il nuovo album Diamanti e caramelle, la collaborazione con Noemi, la polemica tra Vasco Rossi e Luciano Ligabue, la musica per il nuovo film di Carlo Verdone... con Gaetano Curreri non mancano gli argomenti di conversazione. Il leader degli Stadio ci concede un punto della situazione sulla sua perpetua attività di musicista che – piaccia o meno – rappresenta ormai un punto fermo della storia della musica italiana.
Stai lavorando alla colonna sonora del prossimo film di Carlo Verdone, parliamone! È un film molto bello, uno di quei film di Verdone che rimarranno nella storia del suo cinema, come “Compagni di scuola”, “Acqua e sapone” e “Borotalco”. Si intitola “Posti in piedi in paradiso”. Ho curato l’intera colonna sonora insieme a Fabio Liberatori e Andrea Formini; abbiamo scritto un paio di pezzi appositamente per questo film e poi ci saranno diverse canzoni storiche, perché Carlo fa la parte di un venditore di dischi in vinile, quindi c’è un po’ di storia del rock, da Jim Morrison a tanti gruppi degli anni Settanta. C’è tanta musica bella e Carlo quando fa un film dà molta importanza alla musica. Ci sarà modo di ridere e di pensare, perché la storia è uno spaccato della nostra società, di come la stiamo vivendo, di come molte volte ci buttiamo via, di come ci incasiniamo la vita e ce la rendiamo un po’ difficile, mentre potrebbe essere molto più bella e molto più semplice.
Mentre il recente lavoro degli Stadio si intitola Diamanti e caramelle. Qual è il significato del titolo? Prende il titolo da una canzone contenuta nell’abum scritta insieme a Irene Grandi e Carlo Rizioli, un giovane autore che è un enorme talento che si propone nella musica italiana. Credo che gli autori siano la vera linfa per far sì che la musica sia una cosa che continua nel tempo, molto spesso vengono dimenticati, ma è attraverso loro che la musica cresce e rimane un fatto di emozione collettiva. Quindi ascoltando Diamanti e caramelle e lavorandoci su ho scoperto che questa canzone poteva essere un po’ lo spot di questo lavoro e della nostra storia, del nostro modo di fare musica.
Diamanti e caramelle è anche l'album del vostro trentennale. Sì, tempo fa ascoltavo alla radio Acqua e sapone, un pezzo che ha circa 27 anni, lo ascoltavo insieme ad altre canzoni uscite in questi anni e non sfigurava affatto, anzi forse brilla più adesso che quando l’abbiamo fatto. Questo per la capacità che abbiamo avuto in quegli anni di saper leggere la direzione della musica e soprattutto di saper fare una musica non strettamente legata alla moda del momento; abbiamo seguito quelle che erano le nostre aspirazioni, le nostre capacità. Questi sono dei piccoli diamanti, poi se pensi alle nostre canzoni d’amore allora lì ci trovi le caramelle. Abbiamo sempre cercato di fare musica in maniera dolce e preziosa.
Per una band così longeva, qual è il senso di continuare a fare album se con tutta probabilità il pubblico vi apprezza e vi ricorderà per cose fatte in passato? Ci andrei piano con questa considerazione, perché in questo album ci sono tre o quattro canzoni che già stanno segnando la nostra storia. Mi viene in mente Gaetano e Giacinto, la canzone che abbiamo scritto per ricordare Giacinto Facchetti e Gaetano Scirea, che è già come un evergreen che può stare bene vicino a Chiedi chi erano i Beatles, perché credo che Facchetti e Scirea stiano al calcio come i Beatles stiano alla musica. In questo disco ci sono canzoni che hanno la loro riconoscibilità, che hanno la capacità di fare la nostra storia, ed è questo che ci aiuta ad andare avanti con grande entusiasmo.
Un album che parla di sentimenti, di amore, in un’epoca dove l’odio e la violenza sono all’ordine del giorno. Non vi sentite un po’ anacronistici? No, assolutamente, perché noi abbiamo sempre fatto questo, abbiamo raccontato la cronaca attraverso la nostra poesia. L’idea è che la poesia è un qualcosa che c’è in ognuno di noi, ed è quella che rimane nel tempo contrapponendosi alla cronaca, che tende un po’ a impolverare. Gaetano e Giacinto è una canzone che avevamo in mente da anni, poi nel momento in cui l’abbiamo fatta uscire c’è stato il tentativo di impolverare uno di questi due personaggi attraverso la cronaca del processo di Napoli su Calciopoli. Però raccontando le gesta di questi due personaggi, attraverso una forma poetica, abbiamo notato che tutto si è diradato.
In che modo? Tutti hanno capito che la nostra era un’operazione di posizionamento di questi grandi campioni nell’immaginario collettivo, che è un immaginario poetico, non certo figlio di una cronaca un po’ becera, che un giorno dice una cosa e un giorno ne dice un’altra. Questo è il compito di chi fa musica, perché altrimenti saremmo figli solo del tempo che stiamo vivendo, mentre lo siamo di un tempo molto lungo. Trentanni di carriera ci hanno permesso di raccontare delle storie che sono rimaste negli anni proprio perché non erano solo legate a quel periodo, noi ce ne siamo – per dirla in maniera molto semplice - fregati di quello che ci accadeva, senza però nasconderci, perché poi abbiamo cantato anche canzoni che parlano di fatti che hanno scritto la storia del nostro Paese, però sempre attraverso la poesia, con le possibilità che ti dà la forma canzone. Questo ce lo ha insegnato Roberto Roversi all’inizio della nostra carriera, da lì abbiamo capito che avevamo in mano una grande possibilità, quella di poter scavalcare la stretta attualità e le brutture della cronaca.
C’è anche un discreto utilizzo dell’elettronica. Non pensi che questo elemento possa raffreddare il feeling di alcuni brani, come per esempio Piuttosto che non averti mai incontrato? No, abbiamo sempre usato l’elettronica attraverso una logica molto personale. Non ci siamo mai fatti prendere dall’elettronica, anche se dicono che nel 2040 saranno le macchine a essere più intelligenti dell’uomo, ma io credo che le macchine possano solo aiutare a mettere un po’ di ordine. Il computer, soprattutto nella fase compositiva, non lo uso assolutamante, mentre poi nella fase di realizzazione dei primi arrangiamenti mi dà una mano a farmi lavorare con una velocità un pochino superiore rispetto a qualche tempo fa. Dopodichè noi continuiamo a suonare molto le nostre canzoni, senza farci condizionare da macchine che schematizzano; grazie a Dio siamo dei musicisti capaci, ci piace molto suonare insieme e questo, se è fatto con i nostri tempi e la nostra sensibilità, funziona bene, mentre se è fatto con una macchina allora non funziona più. L’elettronica ci aiuta a organizzare il lavoro, ma la creatività lasciala a noi.
Nel disco c'è La promessa, cantata insieme a Noemi. Una collaborazione reciproca che dunque continua. C’è l’intenzione di realizzare con lei un qualcosa di più importante e concreto? Con Noemi abbiamo fatto una canzone importantissima che è Vuoto a perdere, che ha fatto da traino al suo album, e poi anche questa canzone che è nata dalla gioia reciproca di cantare insieme. Lei è capitata mentre stavamo finendo di registrare il brano e la vedevo al di là del vetro che canticchiava la melodia, quindi l’ho invitata a cantare e, quando si è trovata lì, si è avventata sul microfono; infatti se si ascolta bene la canzone sembra che io sia il suo ospite e non il contrario. Lei la canta con la sua anima blues, con la sua anima un po’ nera, è un duetto abbastanza anomalo che mi è piaciuto molto inserire in scaletta. Noemi è un talento musicale grandissimo, è una cantante a livello internazionale, se avrà la possibilità di avere canzoni di livello come merita, è pronta per fare grandi cose. E' una delle più belle voci che abbiamo in Italia tra le cantanti nuove.
Noemi è figlia di un talent show televisivo. Qual è la tua idea su questa nuova realtà di scouting? I talent show non li seguo, sono molto sincero. Sono programmi televisivi che usano la musica in maniera un po’ impropria, non hanno un grande senso. In questi anni è attraverso i gruppi che la musica italiana è cresciuta, hanno fatto da spartiacque, hanno cercato di portare avanti qualche novità. Nei talent show c’è un andamento un po’ obsoleto di voci molto belle che poi ripropongono figure di personaggi che ci sono già, mentre di gruppi non se ne vedono. Mi vengono in mente gruppi come i Negramaro, sono questi i personaggi veri di questi ultimi anni, o mi viene in mente anche Caparezza, personaggio che amo profondamente, mentre ciò che è proposto dai talent show lo vedo un pochino stantio. Certo poi ci sono personaggi interessanti come Noemi o qualcun altro, ma per il resto vedo poca novità.
E Internet? Mi incuriosisce di più. Lì c’è qualcuno che si fa conoscere e viene fuori con tutta la sua oroginalità, ed è attraverso questo che la musica cresce, mentre la riproposizione di cose già sentite lascia il tempo che trova.
E di tutto ciò che si muove a distanza dal grande pubblico, che solitamente viene etichettato come “indie”, che idea hai? E' un mondo che mi interessa molto, anche perché ho la fortuna di abitare a Bologna e quindi di frequentare dei locali dove suonano gruppi molto interessanti, come per esempio la Cantina Bentivoglio e altri. È lì che la musica cresce e riesce a tirare fuori delle novità. Da questo punto di vista però la discografia è imbalsamata, ma è sempre stato così: basti pensare a quando andavo in giro con Vasco Rossi a far sentire le sue canzoni, ci dicevano che in Italia non avrebbe mai venduto, pensa quei discografici quanto erano illuminati (ride, ndr).
A proposito di Vasco, perché sei voluto tornare sulla diatriba tra lui e Ligabue, schierandoti dalla parte del primo? Ho espresso il mio parere: ci sono dei personaggi che hanno fatto girare pagina alla musica e, in Italia – esclusi Guccini e De Andrè che considero fuori dalla cerchia della canzone in quanto li ritengo più vicini ai grandi poeti –, credo siano Battisti e Vasco. Poi ci sono una serie di personaggi che si sono infilati tra questi due, e uno è Luciano Ligabue. Lui non è uno di quelli che ha fatto girare pagina, poi non metto in dubbio che sia bravo, che scrive belle canzoni e attira tanta gente ai concerti. Non credo di essere stato irrispettoso, ma chi lo paragona a Vasco è come se paragonasse me a John Lennon, forse è un po’ forte come equazione, ma anche io sono un cantante di un gruppo, anche io scrivo canzoni, ho cantato anche belle canzoni, ma non sono John Lennon, e così vale per Ligabue, che ha scitto belle canzoni, ha cantato belle canzoni, ma non è Vasco Rossi. 16 gennaio 2012




















