mercoledì 25 gennaio 2012

Intervista a Gaetano Curreri (Stadio)

Trent'anni di carriera, il nuovo album Diamanti e caramelle, la collaborazione con Noemi, la polemica tra Vasco Rossi e Luciano Ligabue, la musica per il nuovo film di Carlo Verdone... con Gaetano Curreri non mancano gli argomenti di conversazione. Il leader degli Stadio ci concede un punto della situazione sulla sua perpetua attività di musicista che – piaccia o meno – rappresenta ormai un punto fermo della storia della musica italiana.

Stai lavorando alla colonna sonora del prossimo film di Carlo Verdone, parliamone! È un film molto bello, uno di quei film di Verdone che rimarranno nella storia del suo cinema, come “Compagni di scuola”, “Acqua e sapone” e “Borotalco”. Si intitola “Posti in piedi in paradiso”. Ho curato l’intera colonna sonora insieme a Fabio Liberatori e Andrea Formini; abbiamo scritto un paio di pezzi appositamente per questo film e poi ci saranno diverse canzoni storiche, perché Carlo fa la parte di un venditore di dischi in vinile, quindi c’è un po’ di storia del rock, da Jim Morrison a tanti gruppi degli anni Settanta. C’è tanta musica bella e Carlo quando fa un film dà molta importanza alla musica. Ci sarà modo di ridere e di pensare, perché la storia è uno spaccato della nostra società, di come la stiamo vivendo, di come molte volte ci buttiamo via, di come ci incasiniamo la vita e ce la rendiamo un po’ difficile, mentre potrebbe essere molto più bella e molto più semplice.

Mentre il recente lavoro degli Stadio si intitola Diamanti e caramelle. Qual è il significato del titolo? Prende il titolo da una canzone contenuta nell’abum scritta insieme a Irene Grandi e Carlo Rizioli, un giovane autore che è un enorme talento che si propone nella musica italiana. Credo che gli autori siano la vera linfa per far sì che la musica sia una cosa che continua nel tempo, molto spesso vengono dimenticati, ma è attraverso loro che la musica cresce e rimane un fatto di emozione collettiva. Quindi ascoltando Diamanti e caramelle e lavorandoci su ho scoperto che questa canzone poteva essere un po’ lo spot di questo lavoro e della nostra storia, del nostro modo di fare musica.

Diamanti e caramelle è anche l'album del vostro trentennale. Sì, tempo fa ascoltavo alla radio Acqua e sapone, un pezzo che ha circa 27 anni, lo ascoltavo insieme ad altre canzoni uscite in questi anni e non sfigurava affatto, anzi forse brilla più adesso che quando l’abbiamo fatto. Questo per la capacità che abbiamo avuto in quegli anni di saper leggere la direzione della musica e soprattutto di saper fare una musica non strettamente legata alla moda del momento; abbiamo seguito quelle che erano le nostre aspirazioni, le nostre capacità. Questi sono dei piccoli diamanti, poi se pensi alle nostre canzoni d’amore allora lì ci trovi le caramelle. Abbiamo sempre cercato di fare musica in maniera dolce e preziosa.

Per una band così longeva, qual è il senso di continuare a fare album se con tutta probabilità il pubblico vi apprezza e vi ricorderà per cose fatte in passato? Ci andrei piano con questa considerazione, perché in questo album ci sono tre o quattro canzoni che già stanno segnando la nostra storia. Mi viene in mente Gaetano e Giacinto, la canzone che abbiamo scritto per ricordare Giacinto Facchetti e Gaetano Scirea, che è già come un evergreen che può stare bene vicino a Chiedi chi erano i Beatles, perché credo che Facchetti e Scirea stiano al calcio come i Beatles stiano alla musica. In questo disco ci sono canzoni che hanno la loro riconoscibilità, che hanno la capacità di fare la nostra storia, ed è questo che ci aiuta ad andare avanti con grande entusiasmo.

Un album che parla di sentimenti, di amore, in un’epoca dove l’odio e la violenza sono all’ordine del giorno. Non vi sentite un po’ anacronistici? No, assolutamente, perché noi abbiamo sempre fatto questo, abbiamo raccontato la cronaca attraverso la nostra poesia. L’idea è che la poesia è un qualcosa che c’è in ognuno di noi, ed è quella che rimane nel tempo contrapponendosi alla cronaca, che tende un po’ a impolverare. Gaetano e Giacinto è una canzone che avevamo in mente da anni, poi nel momento in cui l’abbiamo fatta uscire c’è stato il tentativo di impolverare uno di questi due personaggi attraverso la cronaca del processo di Napoli su Calciopoli. Però raccontando le gesta di questi due personaggi, attraverso una forma poetica, abbiamo notato che tutto si è diradato.

In che modo? Tutti hanno capito che la nostra era un’operazione di posizionamento di questi grandi campioni nell’immaginario collettivo, che è un immaginario poetico, non certo figlio di una cronaca un po’ becera, che un giorno dice una cosa e un giorno ne dice un’altra. Questo è il compito di chi fa musica, perché altrimenti saremmo figli solo del tempo che stiamo vivendo, mentre lo siamo di un tempo molto lungo. Trentanni di carriera ci hanno permesso di raccontare delle storie che sono rimaste negli anni proprio perché non erano solo legate a quel periodo, noi ce ne siamo – per dirla in maniera molto semplice - fregati di quello che ci accadeva, senza però nasconderci, perché poi abbiamo cantato anche canzoni che parlano di fatti che hanno scritto la storia del nostro Paese, però sempre attraverso la poesia, con le possibilità che ti dà la forma canzone. Questo ce lo ha insegnato Roberto Roversi all’inizio della nostra carriera, da lì abbiamo capito che avevamo in mano una grande possibilità, quella di poter scavalcare la stretta attualità e le brutture della cronaca.

C’è anche un discreto utilizzo dell’elettronica. Non pensi che questo elemento possa raffreddare il feeling di alcuni brani, come per esempio Piuttosto che non averti mai incontrato? No, abbiamo sempre usato l’elettronica attraverso una logica molto personale. Non ci siamo mai fatti prendere dall’elettronica, anche se dicono che nel 2040 saranno le macchine a essere più intelligenti dell’uomo, ma io credo che le macchine possano solo aiutare a mettere un po’ di ordine. Il computer, soprattutto nella fase compositiva, non lo uso assolutamante, mentre poi nella fase di realizzazione dei primi arrangiamenti mi dà una mano a farmi lavorare con una velocità un pochino superiore rispetto a qualche tempo fa. Dopodichè noi continuiamo a suonare molto le nostre canzoni, senza farci condizionare da macchine che schematizzano; grazie a Dio siamo dei musicisti capaci, ci piace molto suonare insieme e questo, se è fatto con i nostri tempi e la nostra sensibilità, funziona bene, mentre se è fatto con una macchina allora non funziona più. L’elettronica ci aiuta a organizzare il lavoro, ma la creatività lasciala a noi.

Nel disco c'è La promessa, cantata insieme a Noemi. Una collaborazione reciproca che dunque continua. C’è l’intenzione di realizzare con lei un qualcosa di più importante e concreto? Con Noemi abbiamo fatto una canzone importantissima che è Vuoto a perdere, che ha fatto da traino al suo album, e poi anche questa canzone che è nata dalla gioia reciproca di cantare insieme. Lei è capitata mentre stavamo finendo di registrare il brano e la vedevo al di là del vetro che canticchiava la melodia, quindi l’ho invitata a cantare e, quando si è trovata lì, si è avventata sul microfono; infatti se si ascolta bene la canzone sembra che io sia il suo ospite e non il contrario. Lei la canta con la sua anima blues, con la sua anima un po’ nera, è un duetto abbastanza anomalo che mi è piaciuto molto inserire in scaletta. Noemi è un talento musicale grandissimo, è una cantante a livello internazionale, se avrà la possibilità di avere canzoni di livello come merita, è pronta per fare grandi cose. E' una delle più belle voci che abbiamo in Italia tra le cantanti nuove.

Noemi è figlia di un talent show televisivo. Qual è la tua idea su questa nuova realtà di scouting? I talent show non li seguo, sono molto sincero. Sono programmi televisivi che usano la musica in maniera un po’ impropria, non hanno un grande senso. In questi anni è attraverso i gruppi che la musica italiana è cresciuta, hanno fatto da spartiacque, hanno cercato di portare avanti qualche novità. Nei talent show c’è un andamento un po’ obsoleto di voci molto belle che poi ripropongono figure di personaggi che ci sono già, mentre di gruppi non se ne vedono. Mi vengono in mente gruppi come i Negramaro, sono questi i personaggi veri di questi ultimi anni, o mi viene in mente anche Caparezza, personaggio che amo profondamente, mentre ciò che è proposto dai talent show lo vedo un pochino stantio. Certo poi ci sono personaggi interessanti come Noemi o qualcun altro, ma per il resto vedo poca novità.

E Internet? Mi incuriosisce di più. Lì c’è qualcuno che si fa conoscere e viene fuori con tutta la sua oroginalità, ed è attraverso questo che la musica cresce, mentre la riproposizione di cose già sentite lascia il tempo che trova.

E di tutto ciò che si muove a distanza dal grande pubblico, che solitamente viene etichettato come “indie”, che idea hai? E' un mondo che mi interessa molto, anche perché ho la fortuna di abitare a Bologna e quindi di frequentare dei locali dove suonano gruppi molto interessanti, come per esempio la Cantina Bentivoglio e altri. È lì che la musica cresce e riesce a tirare fuori delle novità. Da questo punto di vista però la discografia è imbalsamata, ma è sempre stato così: basti pensare a quando andavo in giro con Vasco Rossi a far sentire le sue canzoni, ci dicevano che in Italia non avrebbe mai venduto, pensa quei discografici quanto erano illuminati (ride, ndr).

A proposito di Vasco, perché sei voluto tornare sulla diatriba tra lui e Ligabue, schierandoti dalla parte del primo? Ho espresso il mio parere: ci sono dei personaggi che hanno fatto girare pagina alla musica e, in Italia – esclusi Guccini e De Andrè che considero fuori dalla cerchia della canzone in quanto li ritengo più vicini ai grandi poeti –, credo siano Battisti e Vasco. Poi ci sono una serie di personaggi che si sono infilati tra questi due, e uno è Luciano Ligabue. Lui non è uno di quelli che ha fatto girare pagina, poi non metto in dubbio che sia bravo, che scrive belle canzoni e attira tanta gente ai concerti. Non credo di essere stato irrispettoso, ma chi lo paragona a Vasco è come se paragonasse me a John Lennon, forse è un po’ forte come equazione, ma anche io sono un cantante di un gruppo, anche io scrivo canzoni, ho cantato anche belle canzoni, ma non sono John Lennon, e così vale per Ligabue, che ha scitto belle canzoni, ha cantato belle canzoni, ma non è Vasco Rossi. 16 gennaio 2012

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