Si tratta di un CD (disponibile anche in vinile) contenente due extended play dei Child Bite, realtà tra le più attive nell’area di Detroit. Le tracce di “Vision Crimes” (2013) e “Monomania” (2012) formano un insieme coeso, in quanto riportano nel loro dna il medesimo approccio alla materia sonora, fatto di tagli improvvisi, irruenza melodica e ritmi sostenuti. Nelle trame di questa band – capitanata dalla mente pensante del vocalist Shawn Knight - non è semplice inquadrare situazioni accomodamti, dal momento che i ragazzi fanno il possibile per andare sempre verso una direzione noise, che sulla lunga distanza si rivela piegata a una evidente monotonia espressiva. Brani dall’alto contenuto adrenalinico delineano un atteggiamento che potrebbe portare a risultati concreti nella dimensione live, mentre trova meno adattabilità in un ascolto casalingo.
Edito anche in versione strumentale, “Return to Zooathalon” segna il ritorno di Sananda Maitreya (dai più conosciuto prima del 2001 come Terence Trent D’Arby) a due anni dal precendete “The Sphinx”, e sancisce uno dei momenti maggiormente ispirati del suo percorso. Si tratta di un lavoro complesso, sia nei significati che sotto il profilo prettamente formale ed espressivo. Al centro del discorso c’è la splendida voce di Maitreya, capace di accarezzare le melodie, ma anche di scendere in profondità cariche di groove dal fascinoso appeal. L’album riesce a coinvolgere anche grazie a un andamento ritmico sempre in perfetta tensione con le ellissi melodiche, e a ruotare in buona sincronia ci sono molteplici esperienze stilistiche, che spostano le coloriture timbriche dal funk al pop più disimpegnato, dal rock alle diramazioni blues. Un calderone importante, forte di una scaletta di oltre venti brani necessaria per illustrare il concetto stesso di Zooathalon, riferito all’insieme del movimento stellare, lo zodiaco, gli spiriti, e le anime che vivono intorno a noi. Una sorta di mondo parallelo che in questo lavoro è tradotto dall’artista con estrema efficacia e caleidoscopica capacità di mettere a frutto la sua esperienza venticinquennale, che ha conosciuto situazioni importanti e delle flessioni, ma che avrebbe meritato nel suo insieme una rilevanza maggiore.
In questo lavoro, organizzato nel 2005 da Auand records, vengono a contatto due tra i personaggi più fantasiosi, e pronti nel prendersi dei rischi creativi, che ci sono in circolazione: Cuong Vu e Bill Frisell. I due, supportati da Ted Poor alla batteria e Stomu Takeishi al basso elettrico, danno vita a un percorso di sei brani – tutti a firma del trombettista di Saigon – che rilasciano diverse sensazioni emozionali. Ci sono i cortocircuiti ritmico-melodici, come accade in “Brittle, Like Twigs”, una traccia capace di far saltare i polsi anche all’ascoltatore più compassato; c’è l’amore per l’atmosfera rilassata, vedi “Chitter Chatter”, ma il tutto è legato dalla voglia di non fermarsi mai davanti alle apparenze, cercando di andare sempre oltre il limite raggiunto. Contraddizioni creative, che portano la musica prodotta in territori di confine stilistico, dove il jazz si bagna di psichedelia visionaria, come in “Expressions of a Neuronic Impulse”, o prende il largo verso scenari levigati a perfezione, come nella title track. Album eccitante e di grande impatto.
Il Devil Quartet è per Paolo Fresu una dimensione di libertà espressiva, dove riesce a far uscire al meglio la sua diversità di linguaggio. È per lui anche un posto dove poter incontrare degli ottimi compagni di ventura, con i quali mettere insieme le idee per poi intraprendere degli itinerari capaci di far scoprire all’ascoltatore degli orizzonti sempre nuovi e inattesi.
“Desertico”, che segue di sei anni il precedente “Stanley Music”, vive di queste sensazioni in dodici tracce coinvolgenti, nelle quali possiamo apprezzare l’ottimo lavoro di squadra svolto da Fresu con Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria, e i grandi dialoghi – che sfociano spesso in scontri o accordi creativi – imbastiti con Bebo Ferra, che anche in questo episodio si conferma musicista dalla grande sensibilità e di livello assoluto.
Sullo sfondo c’è l’Africa, introdotta dall’immagine di copertina e poi rilasciata nel disco attraverso gli ampi spazi di manovra ritmico/melodici, dove trovano posto episodi di grande brio e lucentezza timbrica, come la cover di “Satisfaction” posta in apertura; momenti di assoluta tranquillità emotiva, come nella splendida “Ambra”; discese piene d’insidie nel sottosuolo di uno scenario metropolitano incontrato lungo il cammino, come nella title track. Fresu lascia molta iniziativa agli altri componenti del gruppo, ma la forza della sua poetica, che si tratti di passaggi serrati che di note accennate, rimane il motivo principale intorno al quale ruotano gli altri intenti. Ci mette anche degli effetti elettronici il trombettista sardo, per dare una maggiore ampiezza formale, senza strafare e con il buon gusto esecutivo che lo contraddistingue da sempre.
Lavoro dai significati densi, avvolto da vesti melodiche di fascinosa bellezza, come nella traccia “Suite for Devil”, dove Fresu e Ferra ingaggiano un rimbalzo di scambi emozionali che danno vita a una sorta di danza pacata, capace di dare brividi anche a una pietra.
I Quintorigo non sono nuovi a lavori di rivisitazione, basti ricordare il premiato “Plays Mingus” che nel 2008 ripercorreva il sentiero tracciato da un’icona del Novecento come Charles Mingus, e non sono nuovi a spiazzare chi li segue con lavori sempre diversi e interessanti, sia come approccio che dal punto di vista dell’organizzazione formale.
In “Experience” si sono messi sulle tracce di Jimi Hendrix, cavando quattordici brani dal forziere del chitarrista di Seattle e mettendoci del loro sotto il profilo dell’interpretazione, che assume diverse colorazioni anche grazie agli ospiti chiamati a interagire. Moris Pradella alla voce entra senza sfigurare nella prestigiosa lista di cantanti che si sono susseguiti in questi anni dietro al microfono della band; poi ci sono Vincenzo Vasi, voce e anche theremin in “Voodoo Child”, Eric Mingus – sì, proprio il figlio di - e il pianista Michele Francesconi.
Nei vari brani proposti – quasi tutti classici del repertorio, come “Hey Joe” o “Angel” - c’è del retrogusto bluesy, ci sono gli innesti al vetriolo di Andrea Costa al violino, c’è il sax – quasi sempre incendiario – di Valentino Bianchi e dunque ci sono tutte le componenti che rendono unico il suono dei Quintorigo. Si tratta di una band che ama suonare, nell’accezione più pura del termine "amare", e le performance dal vivo – ancor più delle incisioni - ne sono evidente testimonianza.
"Come dirti" si sviluppa attravero sedici brani di musica totalmente improvvisata, nei quali l'espressività narrativa della voce di Marilena Paradisi e la forza melodica del pianismo delicato di Stefania Tallini intrecciano le loro strade in un destino di grande fascino, dove regna sovrano il divenire delle situazioni, in una sorta di equilibrismo senza rete di grande interesse, Primo piano (voce) e sfondo (pianoforte) mantengono le loro posizioni fidandosi senza remore dei rispettivi ruoli, dipingendo un'atmosfera chiaroscurale fatta di lievi sfumature, timbri accennati, tradotti dalla voce lieve e spettrale della Paradisi. Brani a volte molto brevi, che spesso sembrano dei bozzetti accennati con un filo di matita, pronti nel poter diventare qualcosa di più concreto, ma che vengono lasciati nel loro stato embrionale proprio per creare quel senso di continuità che caratterizza l'intero album. Un lavoro pensato e avvolto da una trama in bianco e nero, fitta, quasi impenetrabile, nella quale difficilmente si scorgono angoli luminosi di melodie aperte e assonanti. Non è semplice individuare un momento di maggiore impatto rispetto agli altri, perché "Come dirti" è un discorso che va interpretato nel suo insieme, nell'interezza di uno stile personale che potremmo avvicinare a quello dello sperimentalismo vocale, o se preferite a un'avanguardia minimale e colta.Esperienza ostica, alla quale bisogna dare il giusto tempo di sedimentazione e l'esatto spazio di comprensione, altrimenti il tutto potrebbe cedere facilmente il fianco a tentazioni di distrazione. Abbassare le luci in sala.
Nel nuovo album “Banale” i Box Demolition ripropongono la loro formula ad alta tensione emozionale: punk rock tagliente, tempi sostenuti, suono rugginoso e tanta voglia di lasciare ricordi tangibili nelle orrecchie di chi ascolta. Segni di riconoscimento che hanno permesso a questa realtà del sottobosco toscano di farsi conoscere in giro per il Paese, con al loro attivo cinque demo, più di cento esibizioni live e tanta gavetta sfociata in due album.In questo secondo lavoro troviamo otto tracce in poco più di venti minuti, nelle quali c’è tanta voglia di divertirsi e divertire, come riportato nella nota stampa, ma anche di creare musica con delle vere credenziali. Apprezzabile l’utilizzo sia della lingua madre che dell’inglese; ottima la tenuta della band sui tempi sostenuti; decisa la tendenza a portare a galla tematiche scomode di disagio e rapporti interpersonali non certo semplici.Cattivi, ma anche intelligenti, musicalemnte parlando i Box Demolition possono essere accusati di tutto tranne che di mancare sotto l’aspetto dell’autenticità, in un contesto – quello della musica emergente italiana - eccessivamente xfactorato e piegato alle logiche di un mercato che, grazie al cielo, non esiste più. Gli dei se ne vanno e gli arrabbiati continuano a rimanere tra i piedi.
Quello operato dal trio Barber Mouse - Fabrizio Rat (pianoforte), Stefano Risso (contrabbasso), Mattia Barbieri (batteria) - sul repertorio dei Subsonica è un lavoro decisamente intrigante, sia sotto il profilo dell’espressività che dal punto di vista prettamente formale. Il progetto, al quale partecipa anche Samuel Romano che presta la voce in alcuni passaggi, vive su una tensione generale sviluppata grazie alla “preparazione” degli strumenti, ai quali è stato abbinato l’utilizzo di oggetti di vario tipo in modo da creare effetti curiori, dissonanze, e vibrazioni innatuarli che in qualche modo si sostituiscono agli inserti elettronici tipici del sound della band piemontese. Vengono a crearsi delle piacevoli analogie che producono cantabilità in “Incantevole”, isterismi creativi che vanno a caratterizzare l’iniziale “Colpo di pistola”, stravolgimenti ideali per intraprendere tangenti lontane e a volte lontanissime, come in “Disco labirinto”. La voce di Samuel e alcune cellule melodiche mantengono intatto un filo – che a tratti tende a scomparire – con la linea madre del repertorio proposto, in un lavoro di rivisitazione rischioso, di grande impatto e rara originalità.
“X-Ray” segna l’inizio di due grandi storie: quella della Auand di Marco Valente, etichetta tra le più intraprendenti in circolazione malgrado la prima decade degli anni Duemila abbia di fatto sancito il passaggio dal supporto fisico alla fruizione “liquida”; e quella di Gianluca Petrella come leader, da lì a poco ritenuto come una delle più belle e interessanti realtà del jazz italiano ed europeo. Nelle undici tracce proposte si può ascoltare un grande quartetto, con Javier Girotto spesso sugli scudi con il suono profondo e importante del sax baritono, con il quale fa il paio il trombone di Petrella, già intriso della sua anima bluesy, scura e impenetrabile. Completano il quadro il batterista Francesco Sotgiu e soprattutto il bassista Paul Rogers, capace di far ulteriormente vibrare le atmosfere con un lavoro di grande sostanza e flessibilità. In scaletta, tra le cose migliori, va segnalata l’ipnotica “Crunch”, con la sua forma in divenire, e la lamentosa “Reflex”, spledida nella sua concezione rilassata e tragica, che se chiudi gli occhi sembra di stare in un posto sperduto verso l’ora del tramonto. Nel complesso si tratta di un album che mantiene intatta - a distanza di oltre dieci anni - la concezione comunicativa e quella tensione esecutiva tipica degli eventi importani e decisivi. File under: nuovi classici.
Nota: il cd include anche una traccia ROM con foto e brevi video della realizzazione di X-Ray presso l’Artesuono Studio di Stefano Amerio.
Gianluca Petrella continua con il progetto Tubolibre - alla prima uscita discografica - la sua personale esplorazione musicale. Stavolta, al centro della ricerca, c'è il concetto di schiavitù, che ancora oggi affiora in molti aspetti della nostra quotidianeità. Slaves non è un disco morbido, le linee sonore sono spesso velate di malinconia e strette in una morsa ritmico/melodica che ben idealizza le catene raffigurate in copertina. Ma sono proprio le tensioni tra gli strumenti, l'acidità di un groove scuro e gli andamenti tutt'altro che prevedibili, a rendere questo lavoro particolarmente interessante. Il trombonista mette in scaletta, stravolgendoli, un paio di passaggi accreditati a bluesman storici, come Skip James e Joe Williams, costruendo degli arrangiamenti capaci di far risaltare la duttilità ritmica di Cristiano Calcagnile, la particolare colorazione timbrica di Mauro Ottolini (al trombone, sousafono e tromba basso) e le sferzate chitarristiche di Gabrio Baldacci.I brani autografi si distinguono per la loro grande intensità e per la lentezza esecutiva, con la quale rimandano in mente immagini di sofferenza e soprusi. Una menzione speciale va alla title-track, che con i suoi labirintici ventidue minuti risulta essere l'emblema dell'intero lavoro. Una suite che si sviluppa attraverso stanze sonore caratterizzate dall'immaginazione sconfinata del leader, che riprende il filo del discorso dai tipici slanci visionari con i quali aveva segnato il sound della sua Cosmic Band, interagendo in maniera libera ed efficace con il resto del gruppo.
Completamente liberato: intervista a Gianluca Petrella
Non è stato semplice trovare un day-off nell'agenda di Gianluca Petrella per condurre questa intervista. È ormai una star del firmamento jazzistico, e come tale è impegnato in diversi contesti, progetti e iniziative artistiche di varia natura. Al trombonista pugliese abbiamo rivolto delle domande tese a far luce sui motivi di Slaves, il primo lavoro in studio realizzato con i suoi Tubolibre e incentrato sul concetto di schiavitù.
All About Jazz Italia: Gianluca, finalmente un attimo per l'intervista.
Gianluca Petrella: Stiamo promuovendo l'ultimo disco di Giovanni Guidi (We Don't Live Here Anymore, CamJazz, ndr), in cui sono ospite insieme a Michael Blake, Thomas Morgan e Gerard Cleaver; stiamo girando l'Italia in lungo e in largo a andiamo anche in Francia, quindi sono abbastanza impegnato in questo periodo.
AAJ: E da poco hai dato alle stampe Slaves con i Tubolibre (Mauro Ottolini; Gabrio Baldacci; Cristiano Calcagnile), un lavoro che si sviluppa intorno al concetto di schiavitù. Da dove nasce la necessità di tradurre in musica questo aspetto?
G.P.: In realtà mi capita molto spesso di registrare delle cose, poi man mano che registro e più sono in studio a lavorarci su mi viene l'idea di concettualizzare il discorso musicale che ho fatto. Sono associazioni tra concetti e musica che mi vengono con il tempo. In questo caso è venuta fuori l'idea dello schiavismo in generale, qualsiasi forma di schiavismo, che è partita da un concetto di blues, e quindi pensando a tutte le varie deportazioni. In seguito ho voluto ampliare il discorso ad altre varie forme di schiavismo. Qualsiasi forma. Per esempio in questo momento sono davanti a un computer, ci lavoro molto e quindi subentra una forma di schiavismo tecnologico: la dipendenza dal computer per portare avanti la mia vita. Ci sono poi altre forme che vanno un po' più sul sociale, come i bambini che vengono sfruttati, le donne che vengono sfruttate e illuse da personaggi malvagi, ma anche di uomini schiavi delle donne, basta dare un'occhiata alle news per accorgersi di queste storie che accadono nel quotidiano.
AAJ: Quando hai deciso la forma concettuale che avrebbe avuto il disco?
G.P.: Le idee musicali erano ben chiare prima di entrare in studio: la scelta dei brani, la forma che bisognava dare ad alcune improvvisazioni che si trovano all'interno del disco. Poi, giacché ho fatto un discorso ampio sul blues ho voluto associare il tutto e dare una linea comune a Slaves.
AAJ: È per questo che hai scelto di lavorare su due brani di bluesman come Skip James e Joe Williams?
G.P.: Sì, quelli li avevo già in cantiere per la registrazione, in più ho scritto altri brani e poi ci sono delle improvvisazioni.
AAJ: Questa è per Tubolibre la prima incisione, ma il gruppo esiste da diversi anni.
“Chi è schiavo della musica è una persona piena di sensazioni, una persona contenta di esserlo.”
G.P.: È un'idea di tre o quattro anni fa; siamo partiti senza pensarci più di tanto. Ricordo che iniziammo con un tour di dieci giorni, giusto per stare insieme e suonare, una cosa presa in maniera neanche troppo seria. Poi si è evoluta naturalmente e siamo riusciti a trovare una linea che potesse andar bene per noi quattro. Siamo musicisti con dei background differenti, ma riusciamo a coinvogliare in un unico punto tutti insieme. Quindi la storia del gruppo si è basata su un discorso molto vicino al blues, alla psichedelia con influenze elettroniche. La presenza di un susafono, che è molto vicino come idea e alle caratteristiche peculiari delle street band di New Orleans, può far pensare che questa band sia vicina a quelle sonorità, mentre invece gira intorno a quel sound, percorre una specie di tangenziale del blues per poi arrivare a tutto ciò che mettiamo sul piatto quando suoniamo, come strumenti elettronici, vari gingilli, chitarra elettrica e altro. In un primo momento chi si avvicina alla band può pensare che si tratti di una cosa un po' allegrotta, giocosa, mentre è un discorso musicale molto profondo.
AAJ: Qual è l'aspetto musicale maggiormente messo a fuoco in Slaves?
G.P.: Abbiamo lavorato molto sui suoni, ho chiesto ai miei musicisti di concentrarsi sulle dinamiche, sul dover creare qualche suono diverso e di non convenzionale, di pensare meno alla tecnica, al mostrare quanto uno è capace a suonare il proprio strumento. Ci siamo tolti dalla testa tutto questo ambito virtuosistico per ragionare più sul timbro e sulla profondità della musica.
AAJ: Come si è sviluppata la suite che dà il titolo all'album?
G.P.: Sono ventuno minuti di improvvisazione pura e semplice e messa lì così come è, la versione che ascolti è quella fatta in studio. Penso che sia una delle tracce improvvisate più belle che abbia mai fatto. È per questo che l'ho voluta mettere così sul disco, non andava toccato e tagliato nulla. Descrive la concentrazione che era nello studio. Eravamo concentrati e questa traccia traduce esattamente il livello di concentrazione che c'era in studio in quei giorni.
AAJ: Avete l'intenzione di portare il disco dal vivo?
G.P.: Sicuramente. Adesso ci stiamo lavorando su, stiamo cercando di capire, è difficile trovare spazio in base agli impegni che ognuno di noi ha; ma sicuramente il progetto verrà promosso e sicuramente andrà avanti.
AAJ: Alla musica potrebbe essere abbinata una parte visiva?
G.P.: Non ho intenzione di abbinare video a Tubolibre. Anche perché questa cosa dei video sta prendendo piede e c'è anche altra gente che lo fa. Sono uno che si complica sempre la vita, in qualsiasi cosa, quindi mi complico la vita anche nei progetti musicali che ho, e mi sforzo il più possibile di tirar fuori cose diverse e nuove. Diciamo che la storia dei video, per me, è un po' passata, anche se è molto bello fare musica con dei video, ma non saprei su cosa orientarmi per le immagini. Faccio già delle cose con dei video con il progetto "Exp and Tricks," dove vado a musicare da solo dei cortometraggi degli inizi del secolo scorso. Cortometraggi molto brevi, sperimentali, come i primi rallenty, i primi trucchetti, le prime cose a colori, chiaramente all'epoca non c'erano tutte le attrezzature di oggi, c'erano delle persone che coloravano fotogramma per fotogramma il cortometraggio.
AAJ: Esiste una forma di schiavitù nell'ambiente musicale?
G.P.: Per quanto mi riguarda non la vivo, anche perché a livello di produzioni mi sono concentrato per i fatti miei e quindi non devo essere schiavo più di nessuno. Non ho direttive da parte di nessuno, non ho intralci per quanto riguarda le idee e ora nessuno potrà più mettermi i bastoni tra le ruote tra quello che ho in testa, musicalmente parlando, e quello che vorrei produrre. Slaves è stato interamente prodotto da me per la Spacebone records, l'etichetta che ho creato. Mi sono liberato di molte cose che mi opprimevano, come fare a ogni costo un prodotto che potesse andar bene per il mercato, dover fare per forza una traccia del disco che potesse andar bene per le radio. Mi sono liberato della presenza del produttore che ti dà delle direttive. Mi sono completamente liberato di tuttò ciò.
AAJ: Personalmente parlando, di cosa ti senti schiavo?
G.P.: Mi sento schiavo del lavoro. Cioè, mi sento schiavo delle giornate che passano, delle giornate passate a pensare, è il dover lavorare inteso in termini economici per poter sopravvivere. Mi sento schiavo, ma sono ben felice di essere musica-dipendente, e questo ovviamente è un bene. È uno schiavismo musicale che mi tiene in piedi, ed è sinonimo di energia e di lucidità. Chi è schiavo della musica è una persona piena di sensazioni, una persona contenta di esserlo.
Una buona presenza di pubblico ha fatto da cornice alla terza e conclusiva serata del Festival Jazz di Albano Laziale, giunto alla quarta edizione, che ha visto protagonista il quartetto guidato dal chitarrista Andrea Gomellini e ottimamente completato da Pier Paolo Pozzi alla batteria, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Claudio Corvini alla tromba. A quest’ultimo sono state affidate le linee melodiche principali del repertorio proposto, fatto di standard della canzone italiana – da De André a Lucio Battisti, passando per Gino Paoli e il Quartetto Cetra – per l’occasione arrangiati seguendo uno schema espressivo semplice e diretto, senza grandi stravolgimenti tematici. Si è trattato di un’ora di musica piacevole, nella quale Bulgarelli si è ritagliato un paio di soli di grande cantabilità e Gomellini ha dato prova di ottima tecnica e forza espressiva, capace – grazie a un approccio rilassato e flessuoso – di ribattere i temi di Corvini e di liberarsi in solo con elegante naturalezza. Forse, nel complesso, è mancata un po’ d’imprevedibilità, ma di certo non si può rimproverare niente a un quartetto capace di rendere comprensibile e condivisibile un linguaggio – quello jazzistico e di musica lontana dai canoni pop - che nel comune laziale trova rarissimi momenti di visibilità.
I Marlene Kuntz lo avevano promesso, tramite Facebook, alcuni giorni prima del concerto romano: “Ci sarà una prima parte di scaletta a perdifiato, con i pezzi dei nostri primi quattro album, e poi un bis su e giù, molto psichedelico. Vi sonicizzeremo del tutto”. E così è stato. A Stazione Birra c’è il tutto esaurito e sotto il palco si assiepa la generazione del download, che fotografa e riprende con smartphone, iPad e apparecchi di ogni genere che a un certo punto sembra di stare in un negozio di elettronica.
Apertura affidata ad “Ape regina” e primo momento di sosta, che arriva dopo una mezzora di muscoli e bordate, con “Impressioni di settembre”, cantata da tutti e marlenizzata con una saturazione di suono da far paura. Quello che colpisce della band guidata da Cristiano Godano è proprio la loro idea di suono: corposo, imponente, incredibilmente definito, che travolge e non lascia scampo. La camicia del frontman è presto vinta dall’ardore e dal sudore provocato da una performance fatta di suoni che si aggrovigliano e si fanno aggressivi, fino a “Festa Mesta”, con la situazione che precipita, gli argini si rompono e s’inizia a pogare. Godano non fa niente per attenuare l’atmosfera e il concerto prende le sembianze di un rito pagano. Strumenti in distorsione, materia musicale che vibra e significati spinti all’estremo. Sembra che il nastro si sia riavvolto, come per incanto, fino a quegli esordi così pieni di forza e veleno. C’è un momento di evidente smarrimento temporale.
Arriva però “Io e me” a sincronizzare i Marlene Kuntz con un’attualità che li ha visti anche vestire i panni buoni per andare a Sanremo, un’esperienza che non ha fatto smarrire agli occhi di Godano il suo odio migliore, la sua carica d’adrenalina purissima. Quella vista a Roma è una band in forma clamorosa, con Riccardo Tesio e Luca Bergia perfettamente allineati a Cristiano e in grado di reggerne la voglia sostenuta di travolgere gli avventori. Tra l’altro si parla di nove pezzi già pronti per il prossimo album, si attendono dunque sviluppi importanti.
Il 23, 24 e 25 gennaio tornano i concerti organizzati dal collettivo romano Franco Ferguson. La rassegna è organizzata attorno a due idee concettuali di musica dal vivo: gli IMPRORING, che vedono alternarsi sullo stesso palco musicisti di diversa estrazione e provenienza geografica, in formazioni inedite appositamente assemblate; gli AMAZING CONCERTS, riservati ai gruppi formatisi all'interno dei collettivi che aderiscono alla manifestazione (Baap!, Crossroads Quartet, Luz, Monkey Brain Trio, Acre, The Assassins, Mansarda, Mr. Rencore, P.B.B. Special Trio, Mediterranean Collective, Scraps).
L'IMPRORING di mercoledì 23 al Forte Fanfulla di Roma, curato questo mese dal trio Acre, vedrà alternarsi sul palco, in varie tipologie di formazione: Ludovica Manzo (voce); Francesco Negro, Lorenzo Colombini, Jack D'Amico (pianoforte); Giuliano Ferrari, Lele Tommasi, Michele Rabbia (batteria); Angelo Olivieri, Francesco Fratini (tromba); Davide Piersanti (trombone); Arturo Tallini, Antonio Jasevoli (chitarra), Luca Venitucci (fisarmonica); Alipio C Neto (sax); Andrea Federici (elettronica). Negli AMAZING CONCERTS di gennaio saranno protagonisti: giovedì 24, il trio Acre al 30 Formiche di Roma; venerdì 25, il trio Luz al QB Jazz Club di Viterbo.
more:
Forte Fanfulla, via Fanfulla da Lodi 5, Roma www.fanfulla.org
30 Formiche, via del Mandrione, Roma info@30formiche.it
QB Jazz Club, S.P. Cimina, Km 2.500, Viterbo restaurant.qb@gmail.com
Massimo Schiavon è un cantautore genovese, che con “Piccolo blu” conosce il secondo lavoro in studio di un percorso artistico passato attraverso diverse fasi: la gavetta nei piccoli locali, gli incontri con personaggi di rilievo come Bruno Lauzi, e un momento di pausa al quale ha fatto seguito nel 2007 il primo album dal titolo “Senza rotta”. Tra i dodici nuovi brani proposti spicca l’inedito scritto da Enzo Jannacci “I passi di una donna”, posto in fondo a una scaletta da dove emerge in maniera decisa la connotazione cantautorale di Schiavon, che esplora le proprie emozioni con un approccio dalle forti connotazioni descrittive. A ispirarlo è la pittura, la fotografia e le arti visive in genere, che si riflettono in metafore e accostamenti suggestivi, ricercati e di classe. Gli andamenti ritmici sono pacati, senza inutili eccessi, e gli sfondi mostrano un arrangiamento - composto dalla chitarra di Armando Corsi, fiati, pianoforte e fisarmonica - sempre fuzionale all’intreccio narrativo. “Piccolo blu” è un album dedicato a chi ama le cose semplici, oneste, che non stravolgono l’esistenza, ma di certo possono regalare un momento di piacevole riflessione.
Se del precedente “Aedi Met Heidi” andava sottolineata la pacatezza interpretativa e la voglia di percorrere vie espressive lontane dagli ammiccamenti, nel nuovo “Ha Ta Ka Pa” gli Aedi si fanno apprezzare per il coraggio di osare soluzioni formali inconsuete e prive di evidenti punti di riferimento esterni. All’atto pratico si tratta di originalità. Dote rara, anzi rarissima, in un contesto – quello rock pop dall’atteggiamento indie – sempre più uguale a se stesso e incapace di conquistare una propria identità di concretezza. In questo episodio la band italiana si è affidata alla produzione di Alexander Hacke (Einsturzende Neubauten), il quale ha innestato una buona dose di adrenalina e convincimento nella già valida intelaiatura espressiva e formale. La voce di Celeste Carboni – mutevole e pronta al cambio improvviso di registro - continua a rappresentare la migliore arma a disposizione di questa realtà, mentre dietro di lei si muove uno scenario dall’approccio punk, per i ritmi coinvolgenti che riesce a sviluppare (“Animale”), ma dall’anima gentile, dal momento che sono diverse le melodie capaci di catturare l’attenzione senza scorciatoie di sorta (“Tomasz”). Cattivi e spiritosi, taglienti e leggeri, gli Aedi mettono così insieme un altro lavoro da non sottovalutare.
L’Ep “In the Light” è l’esordio discografico di Shana Falana, vocalist in grado di mettere insieme una manciata di brani – sei in mezzora – dalle atmosfere sospese e impalpabili, dalla grana fine e gentile, dal timbro delicato. Approccio ben chiaro già in apertura di scaletta, dal momento che “Dizzy Chant” è una sorta di ballata sussurrata con retrogusto di psichedelia e “Light the Fire” porta in dote visioni lisergiche e disincantate. Quello descritto dall’artista di base a Brooklyn è un mondo in dissolvenza, dove i colori sono sfumati e nel quale penetrano a stento raggi di luce melodica. La sua è musica che sa affascinare, a patto di aver voglia e tempo per lasciarsi investire senza fretta, dando ai suoni la possibilità di sedimentarsi fino a formare uno strato solido di emozione e forte espressività, come in “Tragic”. La title track è probabilmente il passaggio meno intrigato del lotto, anche se ugualmente intrigante e buono per tentare di attirare più in fretta l’attenzione dell’ascoltatore di passaggio. Il resto è pop d’autore, affrescato con gusto ed eleganza.
Sono passati quasi due anni dalla pubblicazione di “Hermann”, il terzo album solista di Paolo Benvegnù, che in molti continuano anacronisticamente a ricordare come l’ex leader degli Scisma. Acqua passata. Oggi Benvegnù è un’identità artistica a sé stante, capace di sviluppare un discorso cantautorale di livello assoluto, che è andato ben oltre le più lecite aspettative e che si è posto in maniera decisa in un limbo di precisa qualità interpretativa. Paolo Benvegnù non si è saputo vendere bene, questo sembra chiaro. Per molti si tratta di un pregio, per tanti altri uno spreco. Di talento, di forza, di voglia di scardinare una scena cantautorale italiana troppo ferma a guardarsi sempre attraverso i medesimi specchi. E forse questi pensieri hanno attraversato la mente anche di quelli che hanno gremito il Blackout Rock Club di Roma, in una fredda sera di gennaio, per assistere all’atto conclusivo del lunghissimo tour basato sulla musica di “Hermann” e non solo. Musica che emoziona, attraverso una performance dal vivo che riesce sempre a lasciare il segno, anche quando le condizioni audio non sono delle migliori e qualcosa no va come dovrebbe.
Benvugnù sul palco – in formazione a quattro, con Andrea Franchi (batteria), Luca Baldini (basso), Guglielmo Ridolfo Gagliano (chitarre) – sprigiona la consueta grinta in un set di un’ora e mezza che prende il via con una vibrante “Il mare è bellissimo” e che riesce sia ad accarezzare (“Anime avanzate”), ma anche a prendere a schiaffi l’ascoltatore (“Suggestionabili”) nel volgere di pochi brani, pescati in un repertorio che ha da tempo preso consistenza e valore. Qualche aneddoto per prendere fiato, qualche verità amara detta con il sorriso («invece di un presidente del Consiglio ci sarebbe bisogno di più antidepressivi»), e il concerto scorre tra gli applausi di un pubblico composto per la maggior parte da affezionati, i quali apprezzano anche i brani più recenti, vedi “Moses”. L’evento era stato presentato sulla pagina Facebook di Benvegnù come “Il sonno - idea di letargo post-apocalittico”. Preludio, probabilmente, a un lungo e necessario silenzio che servirà al cantautore per riorganizzare le idee e trovare la rotta esatta del suo percorso che si è finora posto a debita distanza dalle soluzioni semplicistiche.
La quinta stagione di concerti organizzata a Roma e Viterbo dal collettivo Franco Ferguson continuerà fino al prossimo giugno. Gli appuntamenti, con cadenza mensile, vedranno protagonisti alcuni gruppi italiani che si muovono nell’ambito dell’improvvisazione jazzistica, e avranno come intento quello di creare una rete di connessione attraverso l’incontro tra le varie realtà.
Per realizzare questo obiettivo il collettivo romano ha messo in campo le proprie risorse, coinvolgendo alcuni locali particolarmente affini allo spirito del gruppo, come il Forte Fanfulla di via Fanfulla da Lodi, il 30 Formiche di via del Mandrione, entrambi in zona Pigneto, a Roma, e il QB Jazz Club di Viterbo.
La rassegna è organizzata sulla base di due tipi di avvenimenti: gli Improring, che vedranno alternarsi sullo stesso palco musicisti di diversa estrazione e provenienza geografica, in formazioni inedite appositamente assemblate; gli Amazing Concerts, nei quali si esibiranno gruppi stabili che si sono formati all’interno dei collettivi (Baap!, Crossroads Quartet, Luz, Monkey Brain Trio, Acre, The Assassins, Mansarda, Mr. Rencore, P.B.B. Special Trio, Mediterranean Collective, Scraps).
Novità di questa sessione di concerti è la presenza di gruppi provenienti da altre regioni: Mediterraneo Radicale (Bari, Puglia), Crossroads Improring (Napoli, Campania), El Gallo Rojo (Veneto, Emilia Romagna, Lombardia), Improvvisatore Involontario (Catania, Sicilia), Spazio Zero (Firenze-Livorno-Pisa, Toscana). A questi si aggiungono alcune formazioni che hanno gravitato nell'orbita fergusoniana nel corso degli ultimi cinque anni, o che si sono formate a seguito degli incontri tra musicisti avvenuti durante gli Improring.
19 dicembre - IMPRORINGIN' with LUZ @ Forte Fanfulla
20 dicembre - LUZ + TOMEKA REID @ 30 Formiche
21 dicembre - MONKEY BRAIN TRIO @ QB Jazz Club
23 gennaio - IMPRORINGIN' with ACRE @ Forte Fanfulla
24 gennaio - ACRE @ 30 Formiche
25 gennaio - LUZ @ QB Jazz Club
20 febbraio - IMPRORINGIN' with IMPROVVISATORE INVOLONTARIO @ Forte Fanfulla
21 febbraio - THE ASSASSINS @ 30 Formiche
22 febbraio - MANSARDA @ QB Jazz Club
20 marzo - IMPRORINGIN' with SPAZIOZERO @ Forte Fanfulla
21 marzo - Mr. RENCORE @ 30 Formiche
22 marzo - Mr. RENCORE @ QB Jazz Club
17 aprile - IMPRORINGIN' with GALLO ROJO @ Forte Fanfulla
18 aprile - PBB SPECIAL TRIO @ 30 Formiche
19 aprile - PBB SPECIAL TRIO @ QB Jazz Club
15 maggio - IMPRORINGIN' with MEDITERRANEO RADICALE @ Forte Fanfulla
16 maggio - MEDITERRANEAN COLLECTIVE @ 30 Formiche
17 maggio - MEDITERRANEAN COLLECTIVE @ QB Jazz Club
19 giugno - IMPRORINGIN' with MONKEY BRAIN TRIO @ Forte Fanfulla
20 giugno - MONKEY BRAIN TRIO @ 30 Formiche
21 giugno - SCRAPS @ QB Jazz Club
Forte Fanfulla
Via Fanfulla da Lodi 5, Roma
www.fanfulla.org
30 Formiche
Via del Mandrione, Roma
info@30formiche.it
QB Jazz Club
S.P. Cimina, Km 2,500 - Viterbo
restaurant.qb@gmail.com
“30 anni ortodossia” fa riferimento al concerto di Reggio Emilia del 29 agosto 2012, che ha visto protagonisti Massimo Zamboni, Angela Baraldi, Nada, Fatur, Cisco e Giorgio Canali. Un’iniziativa nata dal buon riscontro di pubblico che Zamboni ha ottenuto in alcune date dal vivo nell’estate 2012, nelle quali l’ex componente dei CCCP-CSI ha riproposto i brani d’inizio carriera, che oltre ad averne delineato la cifra stilistica hanno segnato a fuoco un periodo del quale si sente la mancanza, anche dal punto di vista culturale. In questa operazione c’è voglia di guaradarsi alle spalle per cercare di capire come procedere nel futuro, c’è voglia di sentire quelle canzoni cariche di andrenalina e forza espressiva, anche se non c’è la nostalgia fine a se stessa, ma la necessaria consapevolezza delle proprie capacità per liberarsi da questa sorta di apatia che attanaglia il presente.
Concetti espressi con chiarezza nei contenuti audio-video: il cd è un album dal vivo apprezzabile sotto diversi aspetti, anche estetici grazie soprattutto alle voci di Nada e Angela Baraldi; nel dvd il concerto diventa film-documentario - per la regia di Paolo Bonfanti e Massimo Corsini - attraverso le parole dei protagonisti e dei filmati che si mescolano alle riprese del live, per sottolineare ulteriormente idee e sensazioni che riemergono dal passato e che per una sera tornano a scrivere la storia, di chi le ha vissute, ma anche di chi ne ha subito le positive conseguenze. E lo fanno in maniera decisa, come nell’iniziale “Emilia paranoica”, partenza obbligata di un percorso rabbioso, tradotto dalla voce della Baraldi, e spigoloso come le chitarre affilate di Zamboni e soci, sempre pronti a non spartirsi un bottino facile, sempre tesi a scattare senza inutili preamboli verso l’obiettivo espressivo. Punk d’autore, si direbbe. Sta di fatto che Giorgio Canali in “Valium Tavor” è un’autentica spina nel fianco, e poi passano in rassegna brani che continuano a mettere i brividi addosso: “Annarella”, “Io sto bene”, la conclusiva “Fuochi nella notte”. C’è Nada ad aggiungere presenza scenica e carattere interpretativo – è splendida in “Miccia”-, c’è Cisco a rendere una collettività che è il vero successo di questo repertorio, e c’è Fatur chiuso in una gabbia che con la sua performance proietta l’immagine di un’attualità strozzata da divieti e restrizioni di ogni genere.
L’Emilia è una terra che non nasconde le sconfitte e la sua gente – come del resto la cultura di questo Paese - non conosce mai la resa, e “30 anni ortodossia” sarà solo la terapia di una sera, ma ne è ulteriore prova.
Registrato tra l’appennino toscano e Berlino “Sophia Verloren” è il nuovo album dei Somnambulist, una band dalla line-up internazionale capace di mettere in piedi una scaletta con diversi argomenti interessanti, come del resto accadeva nel loro debutto “Moda Borderline” del 2010. Tra le frecce del loro arco comunicativo c’è la capacità di cambiare ambientazione sonora, che si sposta dalle trame sinistre di “Dried Fireflies Dust” ai movimenti paranoici dell’iniziale “My Own Paranormal Activity”, ai lineamenti più morbidi e commestibili di “Logsailor”. Il tutto mantiene una positiva tensione di fondo che si sviluppa tra la voce di Marco Bianciardi, cavernosa e ruvida quanto basta, il violino di Rafael Bord – essenziale nel comporre la cifra stilistica del gruppo - e un coinvolgente intreccio chitarra-sezione ritmica che non molla mai la presa. Si tratta di canzoni curate nel dettaglio, ma non ampollose, in grado di mantenere una certa immediatezza esecutiva senza perdere mai di mira il nocciolo della questione espressiva, che trova in “A Daisy Field” anche il tempo di aprirsi a timbri più solari e distesi, grazie anche alla voce ospite di Albertine Sarges. Intrigante.
“…If a Night” è il secondo lavoro in studio degli abruzzesi Shijo X, realtà che si era fatta notare per la partecipazione all'Italia Love Wave Festival 2011 e per il buon debutto “One Minute Before” del 2009. La loro è una cifra stilistica individuabile in ambito trip-hop, una sorta di via di mezzo tra Portishead e Moloko, che trova nella voce di Laura Sinigaglia il motivo di principale riconoscimento. Un timbro gentile e accattivante il suo, che si adagia su un intreccio rock-electro mutevole, in grado di argomentare situazioni essenziali e momenti di maggiore coinvolgimento ritmico-melodico. L’album sviluppa un’idea concettuale che accompagna l’ascoltatore nelle ore notturne – dalle 2 alle 6 -, attraverso un mondo di sogni e visioni surreali fino al risveglio. È dunque il nero della notte il colore predominante nelle trame di questa band, anche se – a conti fatti – i ragazzi non riescono a sintetizzare uno stile proprio, originale, cosicché per l’intera durata di “…If a Night” sono continui i richiami a realtà già esistenti, a stereotipi che per quanto li si voglia mascherare portano sempre allo stesso punto di partenza: Bristol.
Dietro la sigla Roquentin si cela la figura del cantautore Nico Di Florio, già conosciuto in ambito underground per i testi dei Sunflower, che in questo progetto solista si ispira al romanzo “La Nausea” di Jean Paul Satre, dando vita a un album incentrato sull’idea della voglia di perdersi e del procedere senza punti fermi. Le otto tracce in scaletta riflettono un buon songwriting, semplice, ma non semplicistico, dalle diverse chiavi di lettura e stilisticamente vario. Di Florio trova la sua forza espressiva attraverso i testi, che si adagiano su uno sfondo fatto di suoni mai invadenti - che includono chitarra e poche percussioni -, e accenni di intrecci melodici che restano spesso sospesi e che lasciano l’ascoltatore in un limbo di piacevole assuefazione. Tra le cose migliori va messo un asterisco a “La strage dei pretendenti”, per via della leggera tensione tra primo piano vocale e arrangiamento, nel quale intervengono gli archi a creare una maggiore suggestione e avvolgere il tutto in una sorta di atmosfera surreale. La conclusiva “Venite a prendermi” chiude una mezzora di ottima musica, che ha la sola pretesa di comunicare un pensiero originale, che trova momenti di equilibrio melodico raro e che si tiene a distanza dalle soluzioni a presa rapida.
I Greenthief stanno preparando il terreno per il loro album di debutto, auspicato per il 2013, nel migliore dei modi: in tour come supporto degli australiani The Butterfly Effect; il singolo “Vultures” che sta raccogliendo diversi consensi mediatici; l’Ep autoprodotto “Retribution” – a tre anni dal precedente “Annica” - registrato in collaborazione con Steve James. Si tratta di cinque brani che delineano l’attitudine rock-pop di questa band, la quale paga un forte dazio a diverse realtà già esistenti nel panorama internazionale, leggi Placebo nell’iniziale “Sanity” o Muse nella successiva “Salad Days”. Parallelismi evidenti, al confine della citazione, che però si miscelano bene a uno stile personale, non ancora del tutto messo a fuoco, che presenta di fondo un intreccio chitarristico che alterna momenti di calma ad atri di irruenza, e in primo piano la voce di Julian Schweitzer, che a sua volta sa essere sia lieve e carezzovole, ma all’occorrenza piacevolmente ruvida. È probabilmente su questa alternanza di umori che i tre ragazzi potrebbero basare la riuscita del loro full length, anche se per il momento i venticinque minuti proposti servono solo a rimandare qualsiasi considerazione plausibile.
Dieci brani stipati in mezzora compongono la scaletta del nuovo lavoro in studio dei The Mohawk Lodge, realtà capitanata da Ryder Havdale che in “Damaged Goods” riversa una buona attitudine rock fatta di ritmi incalzanti, riff messi al posto giusto e soluzioni ritmico-melodiche coinvolgenti. Anche in questo episodio Havdale collabora con Eamon McGrath, che lo ha supportato in fase di registrazione, con cori e chitarra. In programma troviamo sia tracce che sanno far battere il piede a tempo, come l’iniziale “Howling at the Moon” – brano fortemente indiziato come principale attrazione nelle live performance -, che rock-ballad dal grande senso di aggregazione, come “Using your Love”. Alternanza di atmosfere che restituisce all’intero lavoro un alto grado di fruibilità, che potrebbe quindi abbracciare chi già conosce lo spessore di Havdale e anche chi si avvicina per la prima volta alla sua band. “Damaged Goods” colpisce nel segno per via dell’ottima capacità di sintesi della band e per e lo stile senza inuitli orpelli costruito attorno a una radice rock autentica, priva di abbellimenti senza senso compiuto.
*Il lavoro è disponibile in digitale e anche in versione vinile da 180gr.
Dietro alla sigla Ferc si cela il duo composto dalla vocalist Rossella Cangini e dal multi-strumentista Fabrizio Elvetico. Una struttura formale consueta, che con l’ascolto del loro The Trail of Monologue rivela un carattere tutt’altro che scontato, anzi. Quello dei Ferc è un raggio d’azione che spazia dall’improvvisazione di matrice jazzistica alle impalcature rigide del post-industrial, dalle linee continue di una melodia riconoscibile a suoni flebili e rarefatti.
Si tratta di cinque brani dall’ambientazione glaciale e apocalittica, nei quali la voce-strumento dell Cangini risulta spesso in primo piano, con il suo modo delirante, le sue parole slegate, atonali, onomatopeiche, fortemente intrise da uno sperimentalismo estremo. Sullo sfondo c’è l’ibridazione tra elettronica e suoni di varia natura, che si accatastano in una sorta di destino inevitabile e potenzialmente infinito. Elvetico porta avanti un discorso compositivo fatto di frammenti singoli, come la melodia di pianoforte della title track, andamenti isterici, come quelli di “Run Run Run”, e linee di condotta insidiose, come gli echi terrificanti che frustano “Slams”, passaggio estremo di un lavoro che non sa rimanere in un unico binario espressivo.
Tra l’altro Ferc è un progetto aperto, nel senso che accoglie l'integrazione con altre modalità artistiche come accade nelle loro performance con il video processing in tempo reale. Non classificabile è con tutta probabilità il modo di smarcarsi da un solo aggettivo possibile.
I Lebowski, nel frattempo diventati Lebowski & Nico con l’entrata nella band di Nicola Amici, danno seguito al precedente “The Best Love Songs…” con un album dal carattere psichedelico e visionario, dove convivono fiati, elettronica, ritmi sostenuti e irriverenza espressa senza mezze misure.
Registrato e mixato da Giulio Ragno Favero “Propaganda” conosce i suoi momenti migliori nell’opener “Mattia Pascal”, brano rapido e schizoide che trova una buona alternanza stilistica con il successivo “Kansas City”, e nella claudicante “Avevo un sogno nel cassonetto”, che deraglia piacevolmente in territori dub senza perdere di mira l’approccio diretto della band. Testi ironici e atmosfere surreali fanno da collante tra le nove tracce in programma, nelle quali si trovano sparse a piene mani influenze elettroniche di derivazione anni Ottanta e dove il sax risulta a più riprese l’arma in più di questa spiazzante realtà.
L’album dà costantemente l’impressione di avere in serbo una sorpresa per chi ascolta: un ritornello a presa rapida, un innesco ritmico coinvolgente, una trovata timbrica inusuale, cosicchè potrebbe soddisfare le aspettative di chi già conosce i Lebowski, ma anche dei curiosi in cerca di originalità.