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venerdì 6 luglio 2012
Ada Montellanico: Suono di donna
Dieci brani di ispirazione stilistica lontana – si va dal pop di Carmen Consoli alla storia del jazz di Abbey Lincoln – compongono il nuovo lavoro firmato dalla vocalist Ada Montellanico, la quale ha affidato il complesso compito di arrangiamento a Giovanni Falzone, che a sua volta ha fatto leva su un gruppo di musicisti giovani e duttili, tra i quali Francesco Diodati (chitarra) e Alessandro Paternesi (batteria). Suono di donna si ispira all’universo poetico femminile e rivela un’anima profonda e coesa, dove la voce e la tromba svolgono ruoli primari, trovando nei suoni e nelle parole una grande liricità e una forza espressiva notevole. Il lavoro, giocato su timbri forti e atmosfere strumentali di grande impatto, presenta diversi momenti di interessante sviluppo formale, anche quando, come nell’originale appositamente composto (Meteora), i toni si fanno più soffusi e pensosi.
Alessandro Bertozzi: Crystals
Undici brani originali compongono Crystals, l’album nel quale il saxofonista Alessandro Bertozzi propone una miscela stilistica che include derivazioni funk, venature soul e mainstream jazz. Il leader si distingue per i suoi lunghi soli, nei quali sviluppa melodie dalla grande canatabilità, come nell’iniziale Da Vince Blues, che formano il primo piano di una scenario nel quale compaiono diversi musicisti come, tra gli altri, Andrea Braido, John Patitucci e Hiram Bullock, splendida voce in Why Must I Wait. O come Randy Breacker che segna in maniera indelebile Falling Leaves, uno dei momenti più intimi e introspettivi di un programma che emana una notevole quantità di groove e passaggi dal tiro ritmico più importante. Si tratta di un lavoro interessante, perché costruito con intelligenza da Bertozzi e con grande unione di intenti malgrado un’affollata credits list.
Max De Aloe Quartet: Björk on the Moon
L’armonicista Max De Aloe innesta nelle tessiture timbriche del suo quartetto – completato da Roberto Olzer (piano, Fender Rhodes), Nicola Stranieri (batteria) e Marco Mistrangelo (contrabbasso) – il violoncello barocco di Marlise Goidanich per dar vita a Björk on the Moon, un progetto incentrato sulla musica della cantante islandese. In tal senso non siamo al primo tentativo che si registra nell’area jazzistica, ma il lavoro di De Aloe si distingue per la grande voglia di allargare gli orizzonti del repertorio, facendo proprio il nocciolo compositivo per poi intraprendere percorsi che non ti aspetti. Così Hyper Ballad diventa un pretesto per un’improvvisazione collettiva di grande spontaneità; Overture un episodio dall’approccio poetico; Come to Me vira in territori melodici più ampi e solari, in un insieme che ha diversi motivi per farsi ricordare.
Bebo Ferra: Specs People
Per il suo nuovo lavoro Bebo Ferra sceglie l’assetto chitarra-Hammond-batteria, dando vita a un percorso interessante composto da brani originali, sconfinamenti in ambito rock (Satisfaction) e nella musica da film (Gran Torino). Un insieme tenuto legato dal comune senso della profondità espressiva, tradotta dalla chitarra elettrica del leader – molto melodica, ma anche tagliente all’occorrenza - e dal tipico suono dell’Hammond, capace di avvolgere il tutto in un’atmosfera inevitabilmente vintage. Tra le cose migliori di Specs People va segnalata l’iniziale Scuro, dove il leader rilascia sia valore tecnico che comunicativo, in un brano che ben riassume l’intenzione di spaziare tra generi e approcci stilistici diversi. Il trio si muove da situazioni cullanti ad altre intrise di psichedelia, in cinquanta minuti che sanno come rapire l’attenzione di chi ascolta.
sabato 23 giugno 2012
Lips Against the Glass: Vivid Colour
La sempre attenta Seahorse dà alle stampe “Vivid Colour”, l’album di debutto dei Lips Against the Glass, band che si muove in territori post rock, valorizzati e resi più accattivanti da un apporto elettronico deciso, azzeccato sia per rimarcare le trame ritmiche che per dare maggiore risalto alle lunghe ellissi melodiche che caratterizzano buona parte della scaletta. In programma troviamo dieci tracce, tra le quali va messo un asterisco vicino a “56”, brano che più di altri riesce a catturare l’attenzione di chi ascolta, proprio perché condensa le attitudini sopra elencate, con un approccio alla materia musicale istintivo, irruento e molto ben messo a fuoco. La musica prodotta dai Lips Against the Glass vira spesso su andamenti sostenuti, ipnotici e ripetitivi, cosicchè può risultare adatta anche in un contesto dance-oriented (“Tremolo”) o ambient (“Keep Focus”), anche se – nel complesso – i ragazzi prediligono i toni chiaroscurali, le figure in penombra, da osservare a lungo prendendosi il tempo necessario.
Patrizio Trampetti: Qui non si muove mai niente
Da sempre divulgatore della musica tradizionale, prima con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma soprattutto nella lunga collaborazione con Edoardo Bennato, Patrizio Trampetti dà alle stampe un album cantautorale dalla grana espressiva notevole, impreziosito dalla presenza di ospiti di rilievo e curato in fase di produzione da Jennà Romano dei Letti Sfatti. Nei dieci brani di “Qui non si muove mai niente” va sottolineata la voce di Silvia Romano, capace di regalare eleganza con un intervento dal sicuro appeal emozionale in “Sono un animale”, e quella altrettanto aggraziata di Mena Casoria in “Perdere tempo”. Tra le cose migliori c'è la rilettura del brano di Ivan Graziani “Scappo di casa”, probabilmente il passaggio più leggero della scaletta, e la più aggressiva “Italian Kaos”, nella quale fanno la loro comparsa i partenopei A’67. Nel complesso si tratta di un insieme interessante, nel quale Trampetti propone brani originali e cover piegate verso una propria identità radicata nel tempo, legati insieme dai timbri caldi, dai ritmi e dalle atmosfere mediterranee, che trovano la loro sintesi in “Al mercato delle parole”, dove compare la tromba di David Larible.
Chiude questo lavoro “Portugal”, nella quale Trampetti dialoga con Gilberto Gil, e dove la lingua portoghese e il dialetto napoletano si fondono in un esempio riuscito di commistione tra culture diverse.
venerdì 22 giugno 2012
Peppe Fonte: Secondo me è l’una
Influenzato in maniera decisiva dall’incontro personale con Piero Ciampi – al quale, nel precedente lavoro “Quello che ti dirò”, aveva dedicato la cover di “Sobborghi” – Peppe Fonte arriva alla pubblicazione del nuovo album “Secondo me è l’una”, dopo un percorso che lo ha visto impegnato, oltre che nella composizione, in diverse live performance. Dodici brani, arrangiati dal maestro Riccardo Biseo, nei quali si susseguono scenari di vita personale e sociale, descrizioni di rapporti, situazioni quotidiane ed eventuali. Il suo è un modo che si allaccia con quello del cantautorato italiano: atmosfere chiaroscurali al limite dell’essenziale; momenti timbricamente più aperti e solari; voglia di costruire melodie cantabili con testi di buonissima levatura, che non conoscono il qualunquismo. Peppe Fonte ha stile. Fatto di cose semplici, ma mai semplicistiche, che insieme riescono a formare una piacevole alternanza.Nella lista dei crediti sono diversi i nomi noti: tra gli altri Francesco Puglisi al basso, Derek Wilson dietro i tamburi, Pino Iodice alle chitarre, per un contesto capace di formare lo sfondo mutevole alla voce di Fonte, a sua volta pronta nel risultare confidenziale o di liberarsi in ritornelli aggreganti.
giovedì 21 giugno 2012
Lüger: Concrete Light
Il quintetto madrileno Lüger – già in vista in alcuni festival importanti come il Primavera e il South By Southwest - dà seguito all’omonimo debutto del 2010 con un album che ne ribadisce l’ottimo approccio stilistico, a metà strada tra rock tendenzialmente industrial (“Dracula’s Chauffeur Wants More”), estasiante psichedelia e una dose di riconoscibilità melodica che non guasta. Sono questi gli elementi che emergono dalle sette tracce di “Concrete Light”, lavoro dove si alternano atmosfere sinistre, come in “Zwischenspiel”, nella quale fa bella mostra il sitar di Daniel Fernandez, e sintesi elettroniche, come nell’iniziale “Belldrummer Motherfucker”, un pezzo strumentale che scomoda paragoni fin troppo scontati con la serialità della scena kraut di settantiana memoria. I ragazzi si muovono in maniera decisa attraverso un percorso mai scontato, che li vede spingere spesso sull’acceleratore espressivo, come nella vorticosa e ipnotica “Monkey’s Everywhere”. “Concrete Light” non mostra evidenti punti deboli, rimanendo in costante tensione espressiva, che a sua volta richiede a chi ascolta un piccolo sforzo di attenzione.
mercoledì 20 giugno 2012
Tindara: Quando parlo urlo
I Tindara conoscono il loro debutto negli undici brani che compongono “Quando parlo urlo”, un album di rock italiano molto curato sotto l’aspetto produttivo (firmato da Luca Bergia dei Marlene Kuntz), che porta in serbo diversi motivi di interesse e alcuni passaggi trascurabili. I nostri si fanno largamente apprezzare quando propongono un suono d’insieme avvolgente, pronto nel colpire a fondo grazie ai ritornelli piazzati con decisione, come in “Ho scelto il nero”, mentre si perdono in un’anonima sufficienza quando i toni si fanno più compassati, come nella title track. A emergere è sempre più la voglia di urlare anziché di parlare, attitudine che affiora in “Sopra la delusione”, tra i momenti meglio messi a fuoco di una scaletta apprezzabile, alla quale fa da relativo poco convincete “Sogna che ti passa”, brano con atteggiamento pop leggermente fuori luogo. Forse si poteva azzardare qualcosa in più, ma per il momento va bene così, perché i ragazzi hanno trovato una giusta base dove poter costruire qualcosa di importante.
domenica 17 giugno 2012
Joan & The Sailors: Mermaid
“Mermaid” è un disco dove confluiscono diversi filoni espressivi: c’è del retrogusto folk, c’è una netta sensazione di malinconia cantautorale, c’è anche del post rock spinto al giusto livello di introspezione. In “Mermaid” c’è la voce di Joan – profonda, sensuale e un pizzico bjorkiana – che si prende quasi tutti i primi piani, relegando i suoi Sailors a tessere fitte tele melodiche, fatte di violoncello, ritmica robusta e chitarre timbricamente gentili. Dodici brani che nel loro insieme compongono un quadro sonoro importante, dove non trovano spazio né i silenzi – anche se l’incedere è spesso compassato, riflessivo – né gli spiragli di luce, anche perché Joan concede poco e niente al registro alto, ed è restia nel liberare in cielo melodie che tiene strette al petto, come gioielli preziosi, dei quali non ci si può disfare con troppa semplicità. Brani che portano nel loro destino una coerenza certa, fino alla “traccia fantasma”, che chiude il cerchio in splendida dissolvenza. Un’ora di musica incredibilmente buia, magnificamente impenetrabile.
mercoledì 13 giugno 2012
Diego Nozza: Hard Core (Crac Edizioni)
Hard Core di Diego Nozza vuole essere nelle sue intenzioni un’introduzione al punk italiano degli anni Ottanta, come del resto recita senza indugi il sottotilono posto in copertina. È in effetti lo è, ma non solo. Perché il libro può risultare buono sia come viatico, come campo base da dove partire alla scoperta di un panorama ampio e insidioso, ma anche un punto di arrivo, un ottimo riassunto per coloro che vogliono solo prendere visione di ciò che è accaduto in Italia – nel sottosuolo della musica del nostro Paese - a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta.
Il libro è strutturato in maniera semplice quanto lineare e di immediata comprensione. A una parte introduttiva, nella quale viene descritta in modo complessivo la scena di quegli anni, seguono delle mini biografie di un numero considerevole di gruppi, suddivisi in modo ragionato in prima e seconda ondata. Linea di confine necessaria per guidare il lettore tra i gruppi che hanno sviluppato un’attitudine punk derivante dall’estero e altri che sono stati in grado di erigere una tessitura culturale, musicale e politica tipicamente italiana. Band che sono elencate in rigoroso ordine alfabetico, tra le quali troviamo nomi dimenticati, altri più famosi, metti i Gaznevada o le Kandeggina Gang di Jo Squillo, altri ancora che hanno fatto parte della situazione in maniera marginale, alcuni che non sono mai arrivati a incidere dischi ma che hanno contribuito a fomentare la scena. Un orizzonte multiforme, spontaneo, nel quale non era semplice muoversi vista l’assoluta mancanza di fondi a disposizione, caratterizzato dalle difficoltà nel coprire le distanze e dunque relazionarsi in maniera costruttiva con altre realtà, dall’esigenza di creare, e in certi casi occupare, spazi come i Centri Sociali nei quali esprimersi liberamente, senza eventuali patteggiamenti.
C’è dunque una storia in questo libro, che si rintraccia e che si mette insieme attraverso la descrizioni, a volte brevissime, dei singoli gruppi. Un puzzle multiforme che solo dopo averne rimesso insieme tutte le tessere regala una figura singolare e ben delineta. – 152 pgg – 14 euro.
lunedì 11 giugno 2012
Joy as a Toy: Dead as a Dodo
“Dead as a Dodo” è il secondo lavoro dei belgi Joy as a Toy (Gil Mortio, Clément Nourry, Jean-Philippe De Gheest), che in questo nuovo episodio propongono una scaletta – quasi esclusivamente strumentale - che prende spunto dalla musica di Ennio Morricone e i Goblin, proiettandosi in una terra di confine in equilibrio tra la sountrack di un film horror e una tessitura dai filamenti progressive-rock.
Miscela di sicuro interesse, che trova il giusto innesco in “Subway To Your Brain”,un brano dalla melodia facilmente assimilabile, seguita dai brevi accenni di “Better Lock you Door” e “Successful Failure”, che introducono “Zombie Safari”, passaggio dai lineamenti vintage, con riferimento agli anni Settanta e a tutto quel substarto culturale che rimanda costantemente alle colonne sonore, meglio se in modalità low-fi.
Disco nel complesso non semplice, dall’andamento irregolare e che a volte cede il passo a qualche situazione priva di senso concreto, ma anche per questo apprezzabile soprattutto da chi cerca un ascolto lontano dalle soluzioni semplicistiche.
giovedì 7 giugno 2012
Adam’s Castle: Vices
Gli Adam’s Castle sono originari di Detroit, ma negli ultimi anni si sono gradualmente spostati nell’area newyorkese, entrando a far parte della scena sotterranea di Brooklyn. Sono una band dall’alta produttività creativa, e il loro full length “Vices” (2010) conferma una certa attitudine alla ricerca, all’ibridazione di stili e modi lontani. In queste nove tracce strumentali la musica del trio oscilla tra situazioni caratterialmente progressive, lidi che risentono positivamente di una corrente di jazz elettrico, al rock in senso stretto. Spesso i ragazzi giocano le loro carte su tempi veloci, sfruttando la buona propensione ai ritmi serrati, come in “You’re Fucking the Best” e “Bender”, ma si lasciano apprezzare anche in situazioni più pensose, leggi in tal senso “VLM”, e nella funky oriented “Alarm Clock”. Una buona alternanza di umori dunque, tradotta in particolar modo dalle melodie sviluppate dal piano elettrico di Sami Jano, che è il centro gravitazionale di questa interessante realtà, supportato dalla ritmica rocciosa di Eric Adams (basso) e Zach Eichenhorn (batteria). Lavoro di indubbia valenza, farcito di effetti e soluzioni originali, che si posiziona a debita distanza dall’incasellamento immediato.
mercoledì 6 giugno 2012
I Cosi: Canti bellicosi
Sono trascorsi cinque anni da quando I Cosi si erano fatti notare con l’album di debutto “Accadrà”, e oggi con “Canti bellicosi” ripropongono il loro stile rock-pop orecchiabile, leggero, in equilibrio tra momenti intimi e giocati in punta di melodia, con altri che spingono maggiormente sul tasto della larga fruizione. Si tratta di dieci brani nei quali al centro delle tematiche troviamo il concetto di conflitto, con riferimento specifico ai rapporti sentimentali. I ragazzi (Marco Carusino: voce e chitarra, Antonio Mesisca: basso e Alessandro Deidda: batteria) raggiungono la giusta cifra espressiva in brani come “Cerco dentro me”, e sanno proporre la parte più tagliente e intrigante del loro sound in “Quello che so”. La scaletta scorre via senza intoppi e senza grandi deragliamenti, grazie a un concetto melodico sempre vivo e qualche ritornello a presa rapida. Il trio milanese mantiene costantemente lo sguardo rivolto al passato, con attenzione alla musica italiana degli anni Sessanta, dalla quale prendono in prestito alcuni ingredienti stilistici, pur riuscendo a emanare una fresca sensazione di attualità.
domenica 20 maggio 2012
Violassenzio: Nel dominio
Per la band ferrarese Violassenzio si tratta del secondo lavoro sulla distanza che conta, a due anni dall’interessante “Andrà tutto bene”, un album che aveva ottenuto diversi riscontri positivi da parte di critica e pubblico.
“Nel dominio” riallaccia i fili con il rock cantautorale dell’esordio, e propone quattordici brani legati insieme da un concept che gira intorno al termine “dominio”, inteso come controllo dei numeri e di conseguenza del potere politico e degli eventi. Assistiamo quindi a un innalzamento sensibile dell’asticella espressiva e dei significati, per un lavoro ambizioso e complesso, che si lascia apprezzare per lunghi tratti e che non si sottrae a qualche caduta di tensione.
Tra le cose migliori segnaliamo il buon taglio rock di brani come “Rinchiusi in una scatola” e “Nelle fabbriche”, nei quali travano spazio dei momenti only instrumental che allargano le vedute stilistiche del gruppo, che in questo modo riesce a uscire leggermente dagli schemi precostituiti della song in senso stretto. La voce di Fabio Cipollini si pone al centro dello scenario proposto, mentre al suo fianco la solida intelaiuatura di basso-chitarra-batteria viene in alcuni casi ingentilita dalla presenza di pianoforte e synth. Nel suo complesso la strada intrapresa sembra essere quella giusta.
Following Friday: Outside the Fence EP
Secondo Ep per gli italiani Following Friday, che con i sei brani di “Outside the Fence” ribadiscono la loro attitudine pop oriented, e non aggiungono granchè a quello già sentito nel precedente lavoro.
Si tratta di una formula che strizza entrambi gli occhi alle sonorità radiofoniche, con linee melodiche chiare e dirette, che non conoscono momenti di tensione o strappi alla regola stilistica. Intenzione evidente già nella traccia d’apertura “First Shot is the Hardest”, che sintetizza il credo di questa band, che sembra avere bene in mente la strada da percorrere. Percorso però da verificare sulla lunga distanza, lì dove con tutta probabilità quello proposto fino a questo momento non basterà.
mercoledì 16 maggio 2012
Orlando Andreucci: Inusitato
Quella di Orlando Andreucci è una voce che canta fuori dal coro. Il cantautore romano, classe ’47, se ne resta lontano dalla facile fruizione, dai ritornelli a presa rapida, dagli abbellimenti di facciata. Il suo modo di intendere il songwriting rimanda ai grandi del passato, a un tempo sparito, coniugato nel presente dei dieci nuovi brani che compongono “Inusitato”, un album che bada al sodo, ai significati concreti.
Parole che seguono la narrazione di eventi e descrivono persone, che si pongono in garbato primo piano sullo sfondo musicale che si sposta da andamenti dal sapore jazzy ad altri più disimpegnati, rimanendo sempre nell’ambito dell’essenzialità, elemento basilare di questo lavoro, preannunciato anche dall’artwork in bianco e nero, semplice e minimale. Al fianco di Andreucci c’è l’accompagnamento della sua chitarra e del pianoforte elegante di Primiano Di Biase, ingredienti che servono a rendere notturne le atmosfere proposte, avvolte in quella malinconia che sa colpire le giuste corde emozionali. Canzoni registrate in un paio di sedute, che rimandano costantemente l’idea della spontaneità, e che si lasciano ascoltare – e riascoltare – con interesse, proprio per la qualità della pazienza che portano dentro di loro e che richiedono per essere apprezzate in tutte le loro sfumature.
Non ci sono momenti di maggiore appeal, l’intero lavoro si muove compatto in un territorio denso di valori, di descrizioni minuziose e toni calibrati. Rarità.
lunedì 14 maggio 2012
Shelley Short: Then Came the After
Shelley Short prosegue il suo percorso cantautorale riprendendo le linee tenui e le timbriche accennate nel precedente “A Cave, a Canoo”, per dar vita ai dodici nuovi brani che compongono l’altrettanto malinconico e chiaroscurale “Then Came the After”.
Album registrato a cavallo tra il 2010 e il 2011 con la collaborazione attiva del fidato Alexis Gideon, e con un gruppo di musicisti pronti a delineare gli sfondi sui quali la voce di Shelley narra storie di vita personale, relazioni e misteri dell'esistenza. La songwriter di Portland non ama fare le cose di fretta. E i suoi brani emanano in maniera inesorabile questa attitudine compositiva e caratteriale. Cosicchè assistiamo al lento succedersi di eventi sonori, che ci accompagnano dalle gentilezze melodiche di “Right Away”, ai lineamenti impalpabili di “Plane”, dove Shelley mostra un timbro vocale al limite della trasparenza, ai tratti più marcati di “Steel”, nella quale la chitarra elettrica di Gideon rende qualche buona grinza al tessuto pregiato di questo lavoro. Ci sono poi dei passaggi fragili, come “Caravan”, che contribuiscono a impreziosire il tutto e che potrebbero trovare la propria ragione in un sottofondo a lume di candela.
La voce di Shelley Short – molto levigata, mai fuori da un binario espressivo coerente – segna in maniera indelebile un album che va ascoltato in tutte le sue sfumature, facendo parecchia attenzione ai particolari. Prendetevi del tempo libero.
sabato 12 maggio 2012
Nedry: In a Dim Light
I Nedry sono un trio di base a Londra, composto dai multi strumentisti Chris Amblin e Matt Parker e la vocalist Ayu Okakita, capace di sviluppare atmosfere avvolte in un chiaroscuro costante, fatto di suoni riverberati, andamenti ritmici medio-lenti e sonorità che si sommano senza fretta fino a formare un insieme di sicuro impatto.
Il loro “In a Dim Light” dà continuazione al precedente “Condors” e si muove in un ambito trip hop intriso di suoni elettronici, che oscilla tra temi ballabili ad altri più cupi e riflessivi. Insieme che trova il giusto equilibrio melodico in pezzi come “Home” e “Here.Now.Here”, nei quali la voce bjorkiana di Ayu Okakita – tratto distintivo dello stile e dell’approccio di questa band – libera la sua bellezza timbrica, riuscendo a disegnare passaggi fascinosamente intriganti. I ragazzi sanno innescare la giusta tensione ritmica, mantenendo sempre vivo il discorso melodico, anche quando, vedi “Dusk Till Dawn”, le atmosfere tendono a farsi più ferme, quasi a sottolineare con troppa ostentazione il proprio credo stilistico.
Volendo trovare un difetto a “In a Dim Light” si potrebbe puntare il dito verso le evidenti derivazioni che il gruppo porta dentro di sé, leggi Portishead e parenti stretti, ma la miscela e l’intuizione con la quale il tutto viene messo insieme riescono a lasciare in secondo piano ogni, eventuale, aspetto negativo.
venerdì 11 maggio 2012
Jester at Work: Magellano
Jester at Work è Antonio Vitale, cantautore con addosso un mantello stilistico dalle trame vintage. Sarà per quel modo di cantare rugginoso, su accordi essenziali, sarà per quel suo modo di scolpire la pietra musicale a mani nude, fino ad estrarre un’essenza espressiva profondissima.
Jester at Work realizza “Magellano”, un album che segue il precedente “Lo-fi, Back to Tape”, che diversi consensi aveva raccolto in ambito strettamente underground, presso una nuvola di cultori che ne avevavo apprezzato il suo modo analogico (nell’accezione più aderente del termine, in quanto si trattava di brani registrati con un registratore analogico Fostex) e il suo modo interpretativo minimale, vero. E gli undici brani qui proposti non sono che la conseguenza naturale di quel lavoro; sono undici dipinti a mano libera, con un modo che non conosce gli ammiccamenti, le scorciatorie melodiche, le furbatine che a volte si celano dietro il file under songwriting.
Le linee interpretative di Vitale si reggono in piedi grazie al sostegno della sua chitarra acustica, con la quale dialoga e intavola discorsi brevi e di immediata comprensione, in un album da ascoltare in più riprese, aspettando magari un giorno di pioggia per far attecchire ancora di più le sensazioni che rilascia a piene mani. C’è della malinconia. Mista a speranza. C’è voglia di raccontare storie sensate in “Magellano”, un lavoro che si lascia ascoltare senza nauseare. E di questi tempi, scusate se è poco.
mercoledì 9 maggio 2012
Extra Life: Dream Seeds
“Dream Seeds” è per gli Extra Life di Charlie Looker il terzo lavoro sulla distanza che conta, e rappresenta un punto di cambiamento della band di Brooklyn, perché da quintetto i ragazzi si sono ridotti a trio e perché il loro approccio alla materia musicale si è fatto, da “Made Flesh” a oggi, meno sperimentale e più vicino a un’idea di intimità compositiva.
Questa è la prima impressione che ci viene fornita dall’opener “No Dreams Tonight”, un pezzo dove la voce di Looker – più morrisseyana del solito – canta di scenari immaginari su uno sfondo melodico esile e lineare, come non eravamo abituati e come non ti aspetti dagli Extra Life. Di certo non mancano le ruvidezze e i momenti più aspri, nei quali la band continua a dare il meglio di sé, riuscendo a tirare al punto giusto i fili di una tensione palpabile, una sorta di urgenza espressiva tradotta in andamenti ritmici spezzati, melodie angolari, situazioni al limite del tetro. Nei brani proposti si parla di bambini e di sogni (Charlie Looker è un maestro di musica di una scuola elementare), c’è dunque un mondo difficile da esplorare che può trasformarsi anche in incubo. In tal senso è esplicativa “Discipline for Edwin” che, con dei cambiamenti di scenario improvvisi, ben delinea questo aspetto della musica degli Extra Life.
I ragazzi – sia a livello formale che espressivo – sanno il fatto loro, hanno nelle corde una capacità tecnica tale da poter reggere con grande credibilità discorsi su più tavoli, cosicchè i loro lavori non riescono a passare inosservati, anche quando hanno l’aria di momento di transizione.
martedì 8 maggio 2012
Bee and Flower: Suspension
C’è la voce di Dana Schechter al centro della strategia dei Bee and Flower, band di stanza a New York, con diverse sortite in quel di Berlino, che dal 2000 a oggi ha dato vita a molti lavori tra colonne sonore e album, compreso il loro terzo e interessante “Suspension”. Lavoro che mantiene inalterata la loro cifra espressiva, capace di inglobare varie sfaccettature stilistiche, che spaziano – con buona duttilità formale – da toni chiaroscurali a territori più illuminati, da tenere linee melodiche a qualche tensione che non guasta.
Il riferimento è a brani al limite del tetro come “You’re not the Sun”, o a quelli gentili come “Swallon Your Stars”, dove la voce di Dana danza su un intreccio delicato, fatto di cori, fiati, ritmica sospesa e mai invadente. Tra le cose migliori va segnalata la pop oriented “Waiting Room”, ma anche le ombre che avvolgono un passaggio tra i più profondi e sentiti, come “Overrun”. Stanze sonore arredate con grande gusto, dove ogni particolare è curato con parsimonia, e dove a volte riesce a filtrare qualche raggio di luce intensa, come nella conclusiva “Simple Life”, nella quale arriva anche il solo di tromba di Martin Wenk (Calexico) anche se non determinante.
Decisivo è invece l’approccio generale che la band sa imprimere a fuoco a questo lavoro, un album dove si avverte molta qualità, con delle strutture pensate al dettaglio, ma mai a discapito di un'interpretazione sempre di livello assoluto.
sabato 5 maggio 2012
Cristina Donà: live @ piper club 3 maggio 12
Certamente l’album ‘Torno a casa a piedi’ ha aggiunto un tassello importante alla storia di Cristina Donà. Il passo avanti è stato notevole. I lavori del passato avevano raggiunto livelli di ottima fattura, ma stavolta abbiamo avuto la netta sensazione di trovarci di fronte a un classico, a uno di quei passi destinati a non subire flessioni nel tempo. E di tempo ne è passato dal suo esordio artistico, raccontato insieme ad altri episodi della sua carriera nella sua prima biografia ufficiale, ‘Parlami dell’universo. Storia di un viaggio in musica’, scritta da Michele Monina per Galaad Edizioni. Un viaggio in musica è stato anche il tour promozionale che, da un anno a questa parte, la vede ancora impegnata sui palchi. Ieri, la cantante lombarda ha fatto tappa nel prestigioso Piper Club di Roma.
Ha fatto tanti chilometri Cristina Donà. Speriamo, per lei, non a piedi. Tanti veramente, al punto che, se ci mettiamo la tappa di gennaio nella limitrofa Ciampino, è la terza volta che i fan romani hanno la possibilità di ascoltarla dal vivo nella loro città. Il Piper è la discoteca per antonomasia, nella capitale e non solo. Un posto, uno dei pochi a dire il vero, dove il rock si può ascoltare al giusto volume, dove il suono non tradisce, e dove da un po’ di tempo si è tornati ad organizzare concerti in maniera degna, con nomi di un certo rilievo. Per la Donà c’era il pericolo di un inflazionamento. Invece, sotto il suo palco, si è radunato un numero consistente di ammiratori, da lei definiti “giapponesi”, vista la mole di macchine fotografiche che la stavano immortalando. Del resto è una figura di sicuro interesse, una cantautrice dalle grandi doti interpretative. Vive le sue canzoni in maniera molto profonda, sia che si tratti di brani delicati, sia nei momenti in cui c’è da lasciare il graffio, lì dove è l’amarezza a farla da padrona.
Alle sue spalle un trio – Saverio Lanza (tastiere, chitarre, cori), Emanuele Brignola (basso e contrabbasso), Piero Monterisi (batteria) – che riesce a vestire i brani in maniera sempre coerente, mettendo in mostra tecnica e duttilità stilistica. Band che sa farsi valere nei passaggi dove c’è da accelerare, ma anche nei molti chiaroscuri previsti dal songbook della Donà. Libro nel quale sono entrati, per diritto acquisito sul campo, diversi brani tratti da ‘Torno a casa a piedi’. Leggi ‘In un soffio’, o anche ‘Miracoli’, che la gente può e deve fare in un periodo di così grande difficoltà sociale. Sono tempi nei quali bisogna tenere duro, come in una gara di ‘Triathlon’, cantata alla fine di un concerto molto emozionante, nel quale è arrivata, scusandosi, con la voce in riserva per ‘Universo’, cantata quasi completamente dal pubblico, alla quale ha legato un brandello di ‘Across the Universe’. Da brividi. Scorrono in fretta le due ore al Piper. Nel finale, qualche sorpresa, dal momento che la band, su un pattern di 4/4, sa infilare qualsiasi pezzo. E così ecco ‘Heart of glass’ (Blondie), interpretata in maniera magistrale, e da dietro le quinte spunta fuori anche Jose Ramon Caravallo per un solo di tromba che addiziona motivi per emozionarsi. Emozioni sincere, un po’ di seta, soprattutto per i molti reduci da un Primo maggio in Piazza San Giovanni pieno di ortiche.
mercoledì 2 maggio 2012
Live Footage: Plays Jay Dee
Plays Jay Dee è un disco inciso dai Live Footage in menomria del producer J. Dilla, che si risolve in otto cover strumentali che attraversano - con atteggiamenti vagamente jazzy - un percorso che spazia dall’hip hop, alla club music e all’elettronica pura e semplice.
Il duo newyorkese, già in evidenza per il precedente full lenght Willow Be, fa leva sulle proprie attitudini stilistiche, tradotte in un approccio sempre originale grazie al violoncello di Topu Lyo che ben si amalgama, o entra in curiosi contrasti, con le impalcature ritmico/melodiche erette dal drummer e polistrumentista Mike Thies.
In apertura di tracklist troviamo un paio di pezzi (Light Works e Think Twice) giocati su atmosfere leggere e ritmi medi dal sapore dub, che se ne restano in sottofondo senza lasciare un segno tangibile. Ma questo sembra il preludio per alcuni momenti di maggiore intensità espressiva, che possiamo individuare nel rifacimento di Got Till It’s Gone (Janet Jackson) e nelle trame di violoncello contenute in una ammaliante Didn’t Cha Know (Erykah Badu).
Chiudono il cerchio, di un lavoro nel suo complesso apprezzabile, la dance oriented Runnin’ (The Pharcyde) e la sorniona So Far To Go, che forse meglio di altre fotografa l’idea e il modo di plasmare musica che era proprio di J. Dilla.
M+A: Remixes.Yes
Quattro remix e una cover di M.I.A. compongono Remixes.Yes, lavoro firmato da M+A, il duo formato da Michele Ducci e Alessandro Degli Angioli che aveva destato interesse, dividendo le opinioni di critici e platee, con il precedente Things.Yes, anch’esso edito da Monotreme.
Si tratta di brani manipolati puntando a ottenere un discorso coerente, che fila in modo lineare dalle atmosfere ovattate di Here.Now.Here (Nedry) a quelle leggermente più insidiose di Takes Me Back (Emay), passando per le melodie distese che segnano Tangents (Polinski). Stesso discorso per il brano dei Joycut preso in considerazione: Garden Grey è giocato su ritmi lenti e sonorità delicate, in una sorta di andamento che procede senza far troppo chiasso e mai propenso agli stravolgimenti radicali.
Poco aggiunge la rivisitazione di Paper Planes, come del resto l’intero Remixes.Yes non molto altro ci dice su M+A, ragazzi in grado di sviluppare una buona concezione sia del remix che della costruzione del brano in sé, ma prima di gridare al miracolo ci attendiamo prove più concrete.
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