●Anche l'edizione 2017 del Bologna Jazz Festival, al via il 27 ottobre con il concerto del trio Rava - Herbert - Guidi al Teatro delle Celebrazioni, presenta in cartellone nomi di rilievo del firmamento mondiale del jazz, come Lee Konitz e Steve Lehman.
Fatta eccezione per la beatlesiana Here, There And Everywhere la scaletta di “Cold Sand” si compone di soli originali firmati dal pianista Alessandro Galati, per l’occasione affiancato da Gabriele Evangelista al contrabbasso e Stefano Tamborrino alla batteria. ●Le atmosfere d’insieme si rivelano chiaroscurali, a tratti pensose e malinconiche, e i temi proposti da Galati sono costruiti attorno a melodie cantabili ottenute attraverso la certosina precisione degli interpreti●. Il trio scava un profondo solco espressivo attraverso un interplay raffinato, risultato di una estrema attenzione alle forme e agli equilibri timbrici. L’album, registrato presso Artesuono di Stefano Amerio nel settembre 2016, occupa lo spazio d’ascolto con profonda discrezione, da semplici accenni fatti di poche note fino a un’ovattata saturazione dei volumi. La copertina del CD è realizzata Chikara Inada.
"Bells For The South Side" è un doppio album registro al Museum of Contemporary Art di
Chicago, dove Roscoe Mitchell fu invitato nel 2015 per comporre
musica nel contesto della mostra The Freedom Principle, allestita
nell’ambito del cinquantesimo anniversario della AACM. Alla corte del multistrumentista troviamo diversi organici di valore assoluto, che comprendono musicisti come, tra gli altri, Tyshawn Sorey, Craig Taborn e Hugh Ragin. Ciò che si ascolta è un ●flusso sonoro dalle diverse sfaccettature, estetiche e formali, influenzato dagli interpreti che affiancano Mitchell durante le performance. La proiezione ottenuta rimanda a un sound d'insieme che somiglia a un reticolato fatto di tradizione e modernità, passaggi eterei, prossimi al silenzio, e situazioni dal graffiante accento free●. Fuori da ogni possibilità di catalogazione, la musica contenuta in questo lavoro fonde o alterna sonorità elettroniche e acustiche, percussioni e fiati, pianoforte e campane tubolari, per un contesto multiforme e aperto a ogni eventualità espressiva. Chiude la scaletta la rivisitazione di Odwalla, il tema celebre degli Art Ensemble Of Chicago.
Edito dalla salentina Dodicilune, “Structuring The Silence” è
il doppio album attraverso il quale Sergio Armaroli e Fritz Hauser, entrambi compositori,
vibrafonisti e percussionisti, compiono un viaggio intorno al concetto di
silenzio, partendo da minime e ordinate strutture per poi prendere tangenti
verso ampi territori di improvvisazione
●Significati estetici
Sergio Armaroli è un musicista e compositore, ma anche pittore
e poeta, al quale non piacciono le consuetudini. Ne è nuova dimostrazione l’album
in duo con Fritz Hauser, insieme al quale compie un viaggio intorno al concetto
di silenzio servendosi di strutture che fluttuano tra scrittura e
improvvisazione. Raggiunto per l’occasione Armaroli ci ha così illustrato il
significato estetico di questo lavoro: «Nasce da una necessità di dialogo e di
ascolto a partire dal silenzio come dimensione ecologica e strutturale
dell’esperienza sonora, questo attraverso la percussione e con l’ausilio di una
scrittura minima quale legame necessario per un pensiero musicale comune». Risultato
raggiungibile solo se alla base c’è la completa empatia con l’altro musicista
coinvolto, in questo caso Fritz Hauser, il quale, ribadendo le parole di
Armaroli, aggiunge che: «Creare musica improvvisata è una decisione artistica
che apre molte porte». I due mettono tra loro come terzo, e imprescindibile
elemento, il silenzio, inteso sia come piattaforma per l’elaborazione delle
idee sonore, ma anche come sfida, come fenomeno da tenere a bada per non
lasciarsi sopraffare e trascinare verso conclusioni prevedibili.
●Armaroli e le pause strutturali
Il primo dei due CD di questo album vede la scaletta
svilupparsi in quattro lunghe tracce, dagli undici ai diciassette minuti di
durata, nelle quali il silenzio è spezzato, ma mai riempito appieno, da suoni
improvvisi: ora una percussione isolata, poi un breve accenno melodico, e
ancora echi di suono provenienti da luoghi concettuali lontani e che riportano
l’immaginario verso scenari spaziali. Sembra di essere in assenza di gravità
ritmica, nonché armonica e melodica, per un’idea sonora che, per sommi capi,
potremmo ricondurre alle prime ipotesi di ambient music. Scomodare dunque un
aspetto artistico di Brian Eno per ridurre la strada che porta
all’individuazione estetica dell’album, percettibilmente ispirato dalla figura
di John Cage, al quale è rivolto un inevitabile ringraziamento all’interno del
booklet. Esercizio che Armaroli riconduce maggiormente all’empatia con Hauser,
e al loro reciproco insegnamento culturale, attraverso queste parole: «Il
progetto è nato dopo un lungo percorso di ascolto e di studio reciproco: al
momento giusto il suono dei nostri strumenti si è esteso e fuso in un paesaggio
sonoro organico e unitario. Devo dire che è proprio questa apertura verso un
mondo sonoro senza confini quello che Fritz Hauser, che considero un maestro,
mi ha insegnato».
●Improvviso, quindi sono
L’improvvisazione è la linfa che anima i tredici passaggi in
programma del secondo CD, quasi tutti molto brevi tranne After Silence, posta in apertura, che si protrae per venticinque
minuti. Hauser ha di Armaroli una fiducia e una stima totale, e lo definisce come:
«Un ottimo percussionista e uno sviluppatore di concetti musicali. Il suo
approccio è intelligente e spontaneo». Condizione necessaria per processare,
filtrare e mettere insieme un flusso sonoro che vede coinvolti diversi elementi
timbrici, prodotti da un ventaglio strumentale che va dall’elettronica alle
percussioni, dai tamburi al vibrafono e altro ancora. Hauser insiste riguardo
il filo conduttore che lo unisce ad Armaroli: «Questo duo ha delle ampie
possibilità, e non vedo l’ora di procedere verso il prossimo passo». Sviluppi
futuri pronosticabili dunque, per quello che Armaroli individua come un
raggiungimento di un obiettivo, una sorta di chiusura di un personale cerchio
creativo e di studio: «Per quanto mi riguarda si tratta, da una parte, della
conclusione di un lungo percorso di analisi e riflessione che, da circa dieci
anni, mi ha portato a sviluppare un approccio alla percussione e
all’improvvisazione in una dimensione “plastica”, sculturale, nel senso di Habitat,
dove il significato etimologico di “egli abita” ha un senso e un valore più
ampio. In un senso ecologico e nel rispetto reciproco che si manifesta
nell’ascolto. Dall’altra è l’inizio, lo spero, di una lunga collaborazione di
vicinanza e di condivisione di idee musicali e di spazi sonori abitabili».
Già collaudati in altre pubblicazioni e attraverso un’intensa attività live, i Pericopes + 1 (il duo ideato circa dieci anni fa dal sassofonista Emiliano Vernizzi e il pianista Alessandro Sgobbio al quale si è poi unito, nel 2012, Nick Wight alla batteria) presenta il nuovo lavoro “Legacy”, edito dalla pugliese Auand del produttore discografico Marco Valente. Le dieci tracce in programma, tutte originali, evidenziano il ●sound mutevole della formazione: al tenore di Vernizzi sono affidate la parti di primo piano, le atmosfere dei brani tendono a smentirsi vicendevolmente, da ballad evocative a passaggi dal piglio ritmico più frenetico, mentre Sgobbio utilizza l’anima elettrica del Fender Rhodes per ottenere ulteriori tensioni estetiche●. La copertina dell’album è firmata da Ilaria Magliocchetti Lombi.