martedì 27 marzo 2012

White Rabbits: Milk Famous

Per i White Rabbits si tratta del terzo lavoro sulla distanza che conta. Se i precedenti Fort Nughtly (2007) – per l’esotismo dal sapore new wave - e It’s Frightening (2009) – per la sua energia percussiva dal passo maggiormente rock - avevano ottenuto una buona dose di consensi da parte di critica e pubblico pagante, Milk Famous è destinato a dividere opinioni e stati d’animo. Questo perché neel’interezza del cammino finora intrapreso sembra essere il primo concreto tentativo di smarcarsi dai riferimenti del passato, leggi Specials su tutti.

Le undici tracce proposte presentano diversi motivi di interesse e altrettanti passaggi che lasciano a desiderare sotto il profilo della ricerca espressiva, proprio lì dove la band - che oggi si muove nalla scena indie-rock di Brooklyn, vale a dire in quel sottobosco di ibridazioni di varia natura, - aveva costruito la propria impalcatura di credibilità. Il riferimento va a brani come I’m Not Me, che rilasciano un pop privo del giusto appeal, pronto nel deragliare alla prima curva di un ritornello cantilenante che denuncia una certa mancanza di inventiva, o come nella successiva Hold It To the Fire dove si avverte l’eccessiva leggerezza nelle trame melodiche, tendenzialmente shoegaze, e nella struttura ritmica di un brano fin troppo vago nelle sue intenzioni.

L’antifona cambia in altri passaggi, meglio messi a fuoco, come Temporary, perché la band incanala le sue forze in maniera fruttuosa, investendo in suoni dal taglio più aggressivo, che delineano un andamento ai confini della ballabilità, che non guasta e cattura l’attenzione dell’ascoltatore di turno, grazie a un tiro che non lascia spazio alle facili distrazioni. Stesso discorso per Danny Come Inside, pezzo cortocircuitale e ossessivo dalle venature electro, capace di spiazzare e coinvolgere, come del resto Back For More, che rispetto agli altri brani del lotto lascia emergere echi vagamente calypso e un songwriting di buona levatura.

Senza rivelare nessuna invenzione tangibile, i White Rabbits – guidati in una fin troppo eccessiva fase di produzione da Mike McCarthy - mescolano e innestano nel loro modo una discreta serie di idee, anche se Milk Famous si appiattisce troppo spesso verso un orizzonte pop incolore e non riesce a tenere la giusta tensione per la sua intera durata.

sabato 17 marzo 2012

[Alessandra Gismondi]

le figurine di PopOn: #1

Nei giorni in cui l’Italia musicale si interrogava sulle acconciature di Anna Tatangelo al Festival di Sanremo, noi raggiungevamo telefonicamente Alessandra Gismondi, cantante e principale artefice del progetto Pitch – con il quale ha da poco dato alla luce l’intrigante Comme un flux – e protagonista del sottobosco indie anche con Vessel (trio completato da Emanuele Reverberi e Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò) e Schonwald (insieme a Luca Bandini). Il suo è il punto di vista di chi la scena, anziché subirla, la fa.

Comme un flux è il titolo del nuovo album dei Pitch. Fa riferimento al modo in cui sono state composte le canzoni? Sì, il titolo è ispirato al flusso della musica, delle parole e anche della danza, in quanto ho studiato danza per tantissimi anni e quindi cercavo qualcosa che riassumesse un po’ tutto il mio percorso, il mio excursus artistico sia musicale che come ballerina.

Che gestazione ha avuto questo nuovo disco? Questo per noi è il quarto album, ed è l’unico che abbiamo creato esclusivamente in studio. Siamo partiti da un canovaccio di canzoni di note abbozzate. Avevamo circa un mese per registrare il disco, ed è stato creato passo dopo passo all’interno dello studio, in un modo diverso rispetto al passato. La fotografia, che è un'altra forma d'arte che mi appassiona, ha influito nella nascita della canzoni: l’anno scorso ho collaborato con Paolo Zauli alla stesura delle didascalie per il suo libro fotografico, questo probabilmente ha sviluppato in me la voglia di avvicinarmi alla fotografia attraverso la musica.

Anche rispetto ai precedenti dischi, questa volta con quali aspettative avete lavorato? Ad essere sincera ce ne sono sempre. Il primo lavoro (Bambina atomica, 1997 ndr) è importantissimo perché è come presentarsi con un biglietto da visita a delle persone che non sanno nemmeno chi sei; il secondo (Velluto, 1999 ndr) è importante perché c’è l’ansia da prestazione, perché vuoi essere all’altezza del lavoro precedente, se è andato bene; il terzo (A Violent Dinner, 2007 ndr) per i Pitch ha rappresentato una specie di rinascita, in quanto c’è stato un rinnovo della line-up, siamo stati fermi sette anni perché di fatto il gruppo si era sciolto, quando ho deciso di riprendere in mano il progetto ho riformato una nuova band, c’era voglia di riproporsi in maniera diversa rispetto al passato. Comme un flux, infine, è l’album che raggiunge una maturità superiore rispetto alle precedenti prove, in quanto all’interno del gruppo ci conosciamo meglio, e come approccio risulta più fresco e più immediato.

Quali obiettivi vi siete prefissi? Sinceramente non ci siamo mai dati un obiettivo, perché le cose le viviamo alla giornata, anche se questa frase può sembrare un po’ un cliché. Forse un obiettivo è quello di suonare, fare un album e cercare di promuoverlo in modo da farlo conoscere a più persone possibile, fare concerti e arrivare a molta gente. Per me è importante il contatto diretto con le persone.

Quando componi i brani hai in mente il tipo di ascoltatore che andrai a raggiungere? Scrivo molto d’istinto, di getto. Il titolo stesso dell’album te lo dice “come un flusso”. Dentro di me è come se avessi un flusso che spero vada a toccare più persone possibili. Non ho un ascoltatore standard. La magia della musica è quella di riuscire a catturare le persone.

La vostra musica è accostabile al pop anglosassone, seppur utilizzate anche la lingua francese. E' vero che il vostro è un omaggio a Serge Gainsbourg. Sì, sono molto legata alle sue canzoni, fin da bambina, avendo avuto la fortuna di avere un padre che ascoltava tantissima musica italiana, inglese e francese, sono rimasta affascinata da Gainsbourg. Negli ultimi anni, anche con l’altro mio progetto Vessel, mi sono avvicinata alla sua canzone. Questo mi ha dato modo di liberare la mia vena da chansonnier francese.

I vostri esordi vi vedono nella scuderia Vox Pop di Manuel Agnelli a metà anni Novanta, da allora quali cambiamenti della scena indie potete raccontarci? Di base io vivo in Italia, anche se sono stata molto all’estero in questi ultimi dieci anni. Diciamo che è cambiata tanto, c’è stata una rivoluzione della scena cantautorale, molto radicata da come posso notare, però dal punto di vista indie-rock vedo uno stallo; confrontando sempre l’Italia con il resto del mondo chiaramente. Rispetto a un decennio fa si producono molti più dischi, è cambiato il tipo di fruizione, ci si dimentica in fretta di ciò che si ascolta. Il fatto di vendere materialmente meno cd ha contribuito a un certo appiattimento.

Proprio Manuel Agnelli, nel 2009, andando al Festival di Sanremo ha provato ad avvicinare l’indie al mainstream italiano. A conti fatti un tentativo fallito, sei d’accordo? Sì, sono totalmente d’accordo, non trovo che ci sia un filo conduttore che possa portare la musica di culto in quel conteso. Già nel 2000 mi fu proposto dalla mia casa discografica di partecipare al Festival e rifiutai perché sarei andata a snaturare una parte di me che non poteva far parte di Sanremo. La musica indipendente non può arrivare a Sanremo, perché lì è tutta una strategia di marketing.

Marketing e immagine prima ancora della musica in sé. Quest'anno si sono accesi dibattiti sull’acconciatura di Anna Tatangelo. Sono rimasta di stucco, non mi aspettavo una Tatangelo contro corrente. Le persone vogliono vedere l’Anna Tatangelo di sempre.

Tornando ai tuoi progetti, oltre ai Pitch fai parte dei Vessel. Andrà in porto l’idea di realizzare un album intero dal momento che avete solo fatto degli ep? Siamo rimasti un attimo fermi perché avevo in cantiere l’album dei Pitch. Stiamo ancora valutando su come verrà sviluppato il nostro percorso, nel senso che sicuramente andremo avanti a registarre nuove canzoni. Sul come verranno utilizzate siamo ancora in alto mare. Era un nostro desiderio realizzare una trilogia di ep e stampare un album, sarebbe stato perfetto, ma questo non dipende da me, ma dall’etichetta.

Nei Pitch emerge il tuo lato più cordiale, mentre in Schonwald tiri fuori quello più introverso, scuro. Sì, quando siamo in due con Luca - che fa parte anche dei Pitch - salta fuori una vena melodica un po’ più dark. Forse perché Luca ha origini tedesche, quindi nordiche, fredde. Lui è il capobanda di Schonwald, quindi io mi lego a lui e vado dietro alla sua creatività, ed esce fuori un’Alessandra più tenebrosa. Mentre nei Pitch i lavori partono da mie idee che sono più aperte e solari.

Dunque tre progetti da portare avanti non sono pochi, non avrai mica altre sorprese in cantiere? Il realtà sì, dal momento che farò parte del solo project di Hanin Elias, cantante e fondatrice di Atari Teenage Riot di Berlino, band storica di metà anni Novanta punk-industrial. Lei ha lasciato la band che si è da poco riunita per un tour mondiale e ha inciso un disco solista. Io sarò la sua bassista per le date del tour dal vivo.

mercoledì 15 febbraio 2012

Francesco Di Giacomo (Banco): intervista

Due parole con Francesco Di Giacomo, voce storica del Banco, a pochi giorni dal tour del quarantennale in compagnia de Le Orme.
Perché tanti giovani ai vostri concerti? Mi stupisco anche io, poi se ci ragiono un attimo, dopo aver chiesto proprio a loro se quella che cercano di fare non sia un’operazione archeologica, mi piace usare le loro parole: il Banco mi racconta l’oggi anche con le canzoni di ieri. Questo un po’ mi preoccupa perché vuol dire che la storia va avanti lentamente. Il nostro modo di proporre le composizioni e i brani – per parole e musica - è molto riconoscibile, come dire “alla Banco” e questa è una cosa alla quale teniamo particolarmente e che ci fa molto piacere. Alcuni di loro, in modo carbonaro, sono quasi dispiaciuti se qualcun altro scopre il Banco, se lo tengono - come si faceva una volta - sotto cenere come i collezionisti di cose rare. Preferisco però stare all’aperto e sentire l’aria in faccia anziché essere oggetto di culto in quel senso.

Quanto è importante a livello umano - viste le vicende personali che vi hanno attraversato negli ultimi anni – tornare sul palco a suonare la musica del Banco? Se vivi il palco con un po’ di senso critico, nel senso che non è la ripetizione di te stesso tutte le volte che ci Sali, non a caso noi pur facendo concerti con materiale che ha quarantanni, eppure reagice sotto le mani e sul pubblico come se fosse attuale, anche perché noi per non subire quello che abitualmente è il tuo brano ne cambiamo le strutture cercando di attualizzarlo. Riuscire a non essere la cover di te stesso è una grossa sfida.

Salirete sul palco con Le Orme. È una cosa che andrà amplita un po’ di più, perché non basta suonare i pezzi a vicenda, pensiamo di fare dei nuovi arrangiamenti ognuno sui brani dell’altro, cercare una via espressiva più complessa. La musica è fatta di un materile talmente “possiible” che se metti dieci note insieme puoi suonarle per tutta la vita, l’importante è come le rigiri.

In un altro paese un gruppo come il vostro godrebbe di ben altra notorietà e considerazione. Sei dello stesso avviso? Sarei un ipocrita a dirti di no, però nella vita pensi semopre che qualche riconoscimento in più sarebbe sicuramente stato apprezzato. Posso dire che di renderti conto di andare a suonare di fronte a un pubblico, come successo di recente, che aderisce in massa, alla fine il riconoscimento è quello. Ci avevavo proposto di fare una cosa televisiva che va per la maggiore e abbiamo detto di no, chiaramente sempre con qualche titubanza, ma alla fine crediamo che il responso sia nel nostro pubblico. La gente che vedi dal palco è l’energia, la propulsione per mantenerti su quel palco.

Se dovessi lasciare ai posteri un testamento musicale del Banco, quale brano sceglieresti? (ride, ndr). Non saprei, ma più che ai posteri lascerei un brano a me stesso. Un brano che mi dà sempre molto è “Canto nomade”, anche se lo abbiamo suonato poco.

Dopo diversi anni di silenzio in che stato di salute hai trovato la tua voce? Mi dicono bene, sinceramente. Mi dicono che ho dei capelli in meno, ma la voce sembra meglio di prima. Ma questo non è un merito, è una questione di fortuna, perché io non faccio niente per curarla, non sono il tipo che fa i sulfumigi del Novecento o i gargarismi con le code di lucertola.

Una tua frase celebre di qualche tempo fa era “la musica sceglietevela sempre”. Io non sono uno che naviga, e devo dire purtroppo, e non per fortuna, ho un pessimo rapporto informatico. Nel mare di internet la scelta individuale non dipenda mai da quanto hai di fronte per scegliere, ma da cosa tu hai deciso di sceglire.

venerdì 10 febbraio 2012

Vittorio Nocenzi (Banco): intervista

Quattro parole con Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso, a pochi giorni dal tour del quarantennale, al quale parteciperanno anche Le Orme.
Tecnicamente parlando quali sono le difficoltà maggiori da affrontare sul palco per integrarvi con Le Orme? È necessario che ci sia un’organizzazione del suono molto seria. Ci sono delle sezioni separate del mixer di palco, come per il mixer di sala. Quelle di palco, per uel che riguarda la registrazione dei volumi e dell’equalizzazione di ogni strumento, sono gestite in maniera digitale, si richiamano degli schemi di equilibrio dei volumi e poi si riprongono a seconda del concerto, con la possibilità di adattarle di volta in volta a secondo dell’acustica del luogo. La difficoltà è sia tecnologica che logistica, gli spazi possono divenire più complessi da gestire, però essendoci una bella atmosfera di feeling e supportati da un service valido diventa tutto agibile.

Qual è stato il momento più bello a livello musicale della vostra carriera? È molto difficile dare una risposta onesta, vista una carriera così lunga fatta di percorsi affrontati e superati. Ci sono diversi momenti di soddisfazione. Certo che gli inizi sono sempre gli inizi, quindi quando agguanti il successo derivante non da una hit parade che strizza l’occhio alle canzonette, ma l’agguanti con della musica alla quale credi completamente è una soddisfazione profonda, sia a livello artistico che umano, il primo posto con “Il salvadanaio” è stato un momento magico, come del resto per “Darwin” e “Io sono nato libero”. Andando avanti con il tempo diventi sempre più smaliziato, le soddisfazioni diventano di altra natura, direi che un altro momento indimenticabile è stato il lavoro di “Terra”, il primo lavoro sinfonico, non con un’orchestra che accompagna una band rock, ma un lavoro scritto per un organico completo, per una creatura sia elettrica che acustica. Lavoro lungo e complesso, con i concerti indimenticabili fatti all’Arena di Verona. Un altro passaggio a me molto caro è stato quando abbiamo scoperto all’estero il seguito che la musica del Banco aveva. Non un seguito scontato tra gli emigranti italiani, ma fra i giapponesi, fra i messicani, gli statunitensi. Internet, dagli anni Novanta in poi, ha creato per il progressive una realtà molto ampia e molto attenta. A Tokyo, durante la prima tournée tra le tante che abbiamo fatto in Giappone, trovai l’intera discografia del Banco. Ho trovato lì una grande competenza, conoscevano benissimo i nostri brani, anche quelli da diciotto minuti, conoscevano il nostro repertorio a memoria. Non dimenticherei poi i successi che alcuni nostri brani, con la struttura di canzone, hanno avuto, come paolo pa del 1980, che affontava un tema scottante come l’omosessualità rinnegata nelle perifrei metropolitane, o Moby dick, con il suo celebrare il sogno, l’utopia, così irrinunciabile per una persona. Situazioni che ci hanno portato una grande crescita artistica.

Se potessi riscrivere qualche pagina del vostra storia, dove metteresti mano? Non ho dubbi: l’album E via, che abbiamo fatto per il mercato europeo nell’85, credo che sia il più brutto, non tanto per scrittura compositiva, ma come realizzazione, perché nacque esclusivamente per il mercato europeo ma poi la casa discografica abortì il progetto e ci trovammo, dopo aver fatto dei concerti in Olanda, in Belgio, in Francia, ci trovammo questo prodotto sul mercato italiano, ed era assolutamente in distonia.

Quante probabilità ci sono di ascoltare a breve un nuovo album di inediti? È già uscito il primo dei due libri in programma, “Sguardi dall’estremo occidente” che è una mia conversazione sulla musica che ho composto in questi quaranta anni, soprattutto per il Banco, prima di giugno poi uscirà la nostra prima biografia ufficiale.

Qual è il motivo, il filo conduttore che vi ha tenuto legati per tutti questi anni? Credo un rispetto reciproco che è stato più forte dei disaccordi, delle divergenze di opinione, che inevitabilmente ci sono, anche tra persone legate profondamente. La serietà che abbiamo cercato di dare al nostro modo di lavorare è stato un cemento molto forte. Nella realtà siamo così diversi, ma che noia mortale sarebbe pensarla sempre nello stesso verso!

Un musicista come te, venuto su negli anni Settanta, come vede e vive le trasformazioni che la materia musicale ha subito? Internet è una cosa fantastica, un’opportunità enorme che la musica, la cultura e noi tutti abbiamo. Certo è che va sempre utilizzata al meglio anziché nel modo banale che a volte vedo essere preferito da molti. Direi che se hai una Ferrari non ci fai il giro del palazzo per andare a comprare il pesce, con una Ferrari ci fai il chilomentro lanciato e sfidi il record, almeno questo è il mio pensiero. Internet va utilizzato per conoscere, apprendere, coltivare le diversità, per avere memoria, questa è una cosa fondamentale, per celebrare il passato e per scegliere e progettare il proprio futuro. In giro c’è tanta musica senza significato e senza valore, perché è aumentata la quantità e per come ogni cosa questo è inversamente proporzionale alla qualità. Certo, ci sono grandi talenti, grandi proposte, solo che si confondono in questo oceano di offerta. Starei alla lontana da un eccesso di consumismo miope perché confonde le idee e uccide le emozioni . direi ai giovani artisti di armarsi di un coraggio da minatori, di mettersi l’elmetto e proseguire il proprio percorso senza farsi scoraggiare. Di sicuro è più difficle oggi che quarantanni fa, paradossalmente è così, perché i media sono diventati sempre più invasivi e puntano – con poche eccezioni – alla quantità, detteta dalle necessità di mercato. Poi ci sono realtà come SUONO che si dedicano a una nicchia di qualità, nei quali si respira la scelta, si respira la selezione, non si può sempre vivere della banalità del luogo comune, sarebbe la morte dell’arte, del talento, della creatività.

mercoledì 8 febbraio 2012

Michi Dei Rossi (Le Orme): intervista

Quattro parole con il leader de Le Orme, a pochi giorni dal tour che li vedrà impegnati sul palco insieme al Banco del Mutuo Soccorso.
Siete i compagni di viaggio di un tour storico: sensazioni? È una situazione meravigliosa. Abbiamo già fatto dei concerti, e c’è la sensazione che sia un grande evento, non solo perché due colossi del prog italiano sono in tou insieme, ma è un grande evento perché la c’è grande disponibilità e una fusione tra amici. Siamo riusciti a creare sul palco un miracolo, perché dodici musicisti che suonano insieme credo che non esista in un altro posto al Mondo. Siamo riusciti a creare la magia che c’era anche negli anni Settanta, e questo per volontà e per l’umiltà di entrambi i gruppi. C’è la voglia di unire le forze per fare un grande spettacolo, una cosa bella. Sono onorato di partecipare a questa cosa, e quando me l’hanno detto sono saltato dalla gioia, è una grande cosa.

Qual è la difficoltà nello stare sul palco insieme? Non ho trovato grandi difficoltà, perhè ognuno di noi si è messo al servizio della musica e questa è una cosa miracolosa, riusciamo a suonare con grande unità d’intenti. Certo all’inizio qualche difficoltà c’è stata per preparare i brani, ma a forza di provare abbiamo trovato il giusto equilibrio, e questo quando poi si va sul palco si sente e la risposta del pubblico è fantastica. Sono stati dei concerti magici, il pubblico ha risposto benissimo, abbiamo visto la gente esultare, e artisticamente è stata una cosa importante, peccato che non si sia fatta negli anni Settanta quando c’erano più band coinvolte, ma fortunatamente l’abbiamo rcuperata. Alla fine

Negli anni Settanta c’era rivalità tra di voi? Ci sono state delle cose dette in radio e sui giornali, credo però che noi eravamo tutti cugini, erano i media a volere questa cosa e a cercare degli scoop. I giornali dicevano della rivalità, ma non abbiamo mai fatto niente di spiacevole, era una cosa montata alla perfezione e ancora oggi se ne parla.

Questa esperienza cosa può rappresentare nel vostro cammino? Quando ci sono delle collaborazioni del genere c’è sempre da imparare, qualcosa porti sempre a casa. Credo che l’esperienza con il Banco ci frutterà amicizia, che al giorno d’oggi è una cosa molto importante, e cose positive fatte di sentimenti veri.

mercoledì 25 gennaio 2012

Intervista a Gaetano Curreri (Stadio)

Trent'anni di carriera, il nuovo album Diamanti e caramelle, la collaborazione con Noemi, la polemica tra Vasco Rossi e Luciano Ligabue, la musica per il nuovo film di Carlo Verdone... con Gaetano Curreri non mancano gli argomenti di conversazione. Il leader degli Stadio ci concede un punto della situazione sulla sua perpetua attività di musicista che – piaccia o meno – rappresenta ormai un punto fermo della storia della musica italiana.

Stai lavorando alla colonna sonora del prossimo film di Carlo Verdone, parliamone! È un film molto bello, uno di quei film di Verdone che rimarranno nella storia del suo cinema, come “Compagni di scuola”, “Acqua e sapone” e “Borotalco”. Si intitola “Posti in piedi in paradiso”. Ho curato l’intera colonna sonora insieme a Fabio Liberatori e Andrea Formini; abbiamo scritto un paio di pezzi appositamente per questo film e poi ci saranno diverse canzoni storiche, perché Carlo fa la parte di un venditore di dischi in vinile, quindi c’è un po’ di storia del rock, da Jim Morrison a tanti gruppi degli anni Settanta. C’è tanta musica bella e Carlo quando fa un film dà molta importanza alla musica. Ci sarà modo di ridere e di pensare, perché la storia è uno spaccato della nostra società, di come la stiamo vivendo, di come molte volte ci buttiamo via, di come ci incasiniamo la vita e ce la rendiamo un po’ difficile, mentre potrebbe essere molto più bella e molto più semplice.

Mentre il recente lavoro degli Stadio si intitola Diamanti e caramelle. Qual è il significato del titolo? Prende il titolo da una canzone contenuta nell’abum scritta insieme a Irene Grandi e Carlo Rizioli, un giovane autore che è un enorme talento che si propone nella musica italiana. Credo che gli autori siano la vera linfa per far sì che la musica sia una cosa che continua nel tempo, molto spesso vengono dimenticati, ma è attraverso loro che la musica cresce e rimane un fatto di emozione collettiva. Quindi ascoltando Diamanti e caramelle e lavorandoci su ho scoperto che questa canzone poteva essere un po’ lo spot di questo lavoro e della nostra storia, del nostro modo di fare musica.

Diamanti e caramelle è anche l'album del vostro trentennale. Sì, tempo fa ascoltavo alla radio Acqua e sapone, un pezzo che ha circa 27 anni, lo ascoltavo insieme ad altre canzoni uscite in questi anni e non sfigurava affatto, anzi forse brilla più adesso che quando l’abbiamo fatto. Questo per la capacità che abbiamo avuto in quegli anni di saper leggere la direzione della musica e soprattutto di saper fare una musica non strettamente legata alla moda del momento; abbiamo seguito quelle che erano le nostre aspirazioni, le nostre capacità. Questi sono dei piccoli diamanti, poi se pensi alle nostre canzoni d’amore allora lì ci trovi le caramelle. Abbiamo sempre cercato di fare musica in maniera dolce e preziosa.

Per una band così longeva, qual è il senso di continuare a fare album se con tutta probabilità il pubblico vi apprezza e vi ricorderà per cose fatte in passato? Ci andrei piano con questa considerazione, perché in questo album ci sono tre o quattro canzoni che già stanno segnando la nostra storia. Mi viene in mente Gaetano e Giacinto, la canzone che abbiamo scritto per ricordare Giacinto Facchetti e Gaetano Scirea, che è già come un evergreen che può stare bene vicino a Chiedi chi erano i Beatles, perché credo che Facchetti e Scirea stiano al calcio come i Beatles stiano alla musica. In questo disco ci sono canzoni che hanno la loro riconoscibilità, che hanno la capacità di fare la nostra storia, ed è questo che ci aiuta ad andare avanti con grande entusiasmo.

Un album che parla di sentimenti, di amore, in un’epoca dove l’odio e la violenza sono all’ordine del giorno. Non vi sentite un po’ anacronistici? No, assolutamente, perché noi abbiamo sempre fatto questo, abbiamo raccontato la cronaca attraverso la nostra poesia. L’idea è che la poesia è un qualcosa che c’è in ognuno di noi, ed è quella che rimane nel tempo contrapponendosi alla cronaca, che tende un po’ a impolverare. Gaetano e Giacinto è una canzone che avevamo in mente da anni, poi nel momento in cui l’abbiamo fatta uscire c’è stato il tentativo di impolverare uno di questi due personaggi attraverso la cronaca del processo di Napoli su Calciopoli. Però raccontando le gesta di questi due personaggi, attraverso una forma poetica, abbiamo notato che tutto si è diradato.

In che modo? Tutti hanno capito che la nostra era un’operazione di posizionamento di questi grandi campioni nell’immaginario collettivo, che è un immaginario poetico, non certo figlio di una cronaca un po’ becera, che un giorno dice una cosa e un giorno ne dice un’altra. Questo è il compito di chi fa musica, perché altrimenti saremmo figli solo del tempo che stiamo vivendo, mentre lo siamo di un tempo molto lungo. Trentanni di carriera ci hanno permesso di raccontare delle storie che sono rimaste negli anni proprio perché non erano solo legate a quel periodo, noi ce ne siamo – per dirla in maniera molto semplice - fregati di quello che ci accadeva, senza però nasconderci, perché poi abbiamo cantato anche canzoni che parlano di fatti che hanno scritto la storia del nostro Paese, però sempre attraverso la poesia, con le possibilità che ti dà la forma canzone. Questo ce lo ha insegnato Roberto Roversi all’inizio della nostra carriera, da lì abbiamo capito che avevamo in mano una grande possibilità, quella di poter scavalcare la stretta attualità e le brutture della cronaca.

C’è anche un discreto utilizzo dell’elettronica. Non pensi che questo elemento possa raffreddare il feeling di alcuni brani, come per esempio Piuttosto che non averti mai incontrato? No, abbiamo sempre usato l’elettronica attraverso una logica molto personale. Non ci siamo mai fatti prendere dall’elettronica, anche se dicono che nel 2040 saranno le macchine a essere più intelligenti dell’uomo, ma io credo che le macchine possano solo aiutare a mettere un po’ di ordine. Il computer, soprattutto nella fase compositiva, non lo uso assolutamante, mentre poi nella fase di realizzazione dei primi arrangiamenti mi dà una mano a farmi lavorare con una velocità un pochino superiore rispetto a qualche tempo fa. Dopodichè noi continuiamo a suonare molto le nostre canzoni, senza farci condizionare da macchine che schematizzano; grazie a Dio siamo dei musicisti capaci, ci piace molto suonare insieme e questo, se è fatto con i nostri tempi e la nostra sensibilità, funziona bene, mentre se è fatto con una macchina allora non funziona più. L’elettronica ci aiuta a organizzare il lavoro, ma la creatività lasciala a noi.

Nel disco c'è La promessa, cantata insieme a Noemi. Una collaborazione reciproca che dunque continua. C’è l’intenzione di realizzare con lei un qualcosa di più importante e concreto? Con Noemi abbiamo fatto una canzone importantissima che è Vuoto a perdere, che ha fatto da traino al suo album, e poi anche questa canzone che è nata dalla gioia reciproca di cantare insieme. Lei è capitata mentre stavamo finendo di registrare il brano e la vedevo al di là del vetro che canticchiava la melodia, quindi l’ho invitata a cantare e, quando si è trovata lì, si è avventata sul microfono; infatti se si ascolta bene la canzone sembra che io sia il suo ospite e non il contrario. Lei la canta con la sua anima blues, con la sua anima un po’ nera, è un duetto abbastanza anomalo che mi è piaciuto molto inserire in scaletta. Noemi è un talento musicale grandissimo, è una cantante a livello internazionale, se avrà la possibilità di avere canzoni di livello come merita, è pronta per fare grandi cose. E' una delle più belle voci che abbiamo in Italia tra le cantanti nuove.

Noemi è figlia di un talent show televisivo. Qual è la tua idea su questa nuova realtà di scouting? I talent show non li seguo, sono molto sincero. Sono programmi televisivi che usano la musica in maniera un po’ impropria, non hanno un grande senso. In questi anni è attraverso i gruppi che la musica italiana è cresciuta, hanno fatto da spartiacque, hanno cercato di portare avanti qualche novità. Nei talent show c’è un andamento un po’ obsoleto di voci molto belle che poi ripropongono figure di personaggi che ci sono già, mentre di gruppi non se ne vedono. Mi vengono in mente gruppi come i Negramaro, sono questi i personaggi veri di questi ultimi anni, o mi viene in mente anche Caparezza, personaggio che amo profondamente, mentre ciò che è proposto dai talent show lo vedo un pochino stantio. Certo poi ci sono personaggi interessanti come Noemi o qualcun altro, ma per il resto vedo poca novità.

E Internet? Mi incuriosisce di più. Lì c’è qualcuno che si fa conoscere e viene fuori con tutta la sua oroginalità, ed è attraverso questo che la musica cresce, mentre la riproposizione di cose già sentite lascia il tempo che trova.

E di tutto ciò che si muove a distanza dal grande pubblico, che solitamente viene etichettato come “indie”, che idea hai? E' un mondo che mi interessa molto, anche perché ho la fortuna di abitare a Bologna e quindi di frequentare dei locali dove suonano gruppi molto interessanti, come per esempio la Cantina Bentivoglio e altri. È lì che la musica cresce e riesce a tirare fuori delle novità. Da questo punto di vista però la discografia è imbalsamata, ma è sempre stato così: basti pensare a quando andavo in giro con Vasco Rossi a far sentire le sue canzoni, ci dicevano che in Italia non avrebbe mai venduto, pensa quei discografici quanto erano illuminati (ride, ndr).

A proposito di Vasco, perché sei voluto tornare sulla diatriba tra lui e Ligabue, schierandoti dalla parte del primo? Ho espresso il mio parere: ci sono dei personaggi che hanno fatto girare pagina alla musica e, in Italia – esclusi Guccini e De Andrè che considero fuori dalla cerchia della canzone in quanto li ritengo più vicini ai grandi poeti –, credo siano Battisti e Vasco. Poi ci sono una serie di personaggi che si sono infilati tra questi due, e uno è Luciano Ligabue. Lui non è uno di quelli che ha fatto girare pagina, poi non metto in dubbio che sia bravo, che scrive belle canzoni e attira tanta gente ai concerti. Non credo di essere stato irrispettoso, ma chi lo paragona a Vasco è come se paragonasse me a John Lennon, forse è un po’ forte come equazione, ma anche io sono un cantante di un gruppo, anche io scrivo canzoni, ho cantato anche belle canzoni, ma non sono John Lennon, e così vale per Ligabue, che ha scitto belle canzoni, ha cantato belle canzoni, ma non è Vasco Rossi. 16 gennaio 2012

martedì 24 gennaio 2012

Pier Mazzoleni: “La tua strada”

Tredici brani scritti e musicati da Pier Mazzoleni compongono il suo nuovo lavoro in studio dal titolo “La tua strada”. Il compositore e polistrumentista bergamasco costruisce un percorso tematico – dal taglio prettamente cantautorale - attraverso il quale possiamo incontrare metafore di vita e delle scelte da compiere durante il cammino, storie di rapporti tra persone e di vicende quotidiane, e una serie di situazioni tematiche mai scontate e bisognose di un ascolto attento. Questo perché gli andamenti sono spesso pacati, pieni di una garbatezza espressiva notevole, risultato di una serie di esperienze vissute da Mazzoleni che ne hanno forgiato uno stile a metà tra eleganza e sobrietà, canzone in senso stretto e movimenti più articolati. Brani che denunciano un attaccamento alle radici, e che trovano la loro forza nelle parole, nei significati e nel modo di porsi. Tra le cose migliori segnaliamo l’iniziale “Un altro abbraccio”, con una deliziosa virata nei territori colorati della bossa, l’eleganza jazzy di “Io credo”, la sorta di folk tricolore della title track, e molti altri episodi che riescono a descrivere in maniera esaustiva ora un ricordo, poi un desiderio o un’idea intellligente. Non si tratta di musica di semplicissima fruizione, non ci sono ritornelli a presa rapida e movimenti ammiccanti, cosicchè se ne consiglia l’ascolto agli amanti delle cose fatte bene, come si facevano una volta.

lunedì 23 gennaio 2012

Mimmo Cavallaro – Cosimo Papandrea “Taranproject”: “Hjuri di hjumari”

Nell’ambito della grande riscoperta e valorizzazione della musica popolare italiana va ad innestarsi, con piena cognizione di causa, anche Taranproject, realtà ideata e guidata da due santoni della tarantella come Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea. Il loro è un lavoro teso a sviluppare un linguaggio semplice, ma efficace, della tarantella calabrese vista, e intesa, come musica legata al passato ma capace di emanare significati e ragioni profondamente aderenti alla realtà dei giorni che viviamo. L’album “Hjuri di hjumari” – al quale partecipano in veste di ospiti anche Mimmo Epifani, Eugenio Bennato e Francesco Loccisano - si sviluppa attraverso quattordici tracce cantate in dialetto - comprensibile anche ai profani - e condite dai sapori inebrianti degli strumenti tipici, come la lira calabrese, e arrangiamenti che riescono a equilibrare le voci di primo piano con i cori e le melodie di chitarra classica sullo sfondo. Non c’è l’ostentazione e la voglia di forzare gli atteggiamenti di una musica al tempo stesso sobria e decisa, leggera e dai significati profondi, pronta a danzare (“Santu Roccu”)e perfettamente in grado di trovare situazioni più pensose e riflessive (“Ninna nanna”). Si respira al tempo stesso aria di festa e di dolore, di un popolo passato attraverso molte fasi di difficoltà e che riesce a proiettare nella propria musica mille colori e altrettanti significati. Questo lavoro vuole anche essere un portavoce della nuova cultura che sta gettando fondamenta sane per una Calabria vista da un altro punto d’osservazione, lontano dagli stereiotipi negativi che da troppo tempo ne hanno compromesso una figura affascinante e piena di sfumature positive.

domenica 22 gennaio 2012

Marvanza Reggae Sound: “Soluziescion”

“Soluziescion” arriva dopo due anni di duro impegno dei Marvanza Reggae Sound, che dopo il primo album “Frontiere” si sono cimentati in numerosi contesti live che hanno attirato una buona attenzione da parte del pubblico e della critica specializzata. Undici brani in programma che spaziano dal pop condito di reggae dell’iniziale “Sono io quella giusta”, all’autocelebrativa “Marvanza Reggae Sound”, alla vestizione in chiave giamaicaina di “Tu ti lamenti”, fino alla più concreta “N’ euru”, giocata sulle spezie del dialetto calabrese, meno comprensibile al primo colpo ma forse più attinente a una propria anima espressiva e formale. Non mancano i passaggi stereotipati che ribadiscono determinati concetti, come “Legalizza”, e i classici scenari che rimandano in mente spiagge assolate e piene di persone rilassate, leggi “I’m the Right One”. Il gruppo riversa gran parte della propria riuscita nelle voci in contrasto tra Skakaman, RaggaMafy e Maco de Roma, e in questa occasione viene supportato dalla ZunguZungu Band, che rende un maggiore spessore sonoro alle linee prevedibili che caratterizzano l’album. La scena reggae è inevitabilmente legata a determinati punti espressivi e a un sound riconoscibile e credibile in quanto tale, difficile dunque espandere il raggio di interesse e realizzare un album non dedicato eslusivamente agli amanti del genere.

venerdì 20 gennaio 2012

Mercevivo: “Lasortedelcanecheleccalalama"

“Lasortedelcanecheleccalalama” è la terza produzione dei Mercevivo, ed è un album ispirato alla poetica letteraria dello scrittore napoletano Erri De Luca. Il lavoro è composto da sette brani – tutti scritti da Lukasz Mrozinski - che in mezzora emanano un buon equilibrio tra testi e musica. Composizioni tese a mostrare una certa caratura letteraria, profonda nei significati e sensata nei modi; suoni a cavallo tra rock in senso stretto e piacevolmente contaminato da inserti di fiati, cori e strumenti acustici. Un andamento che alterna situazioni intrise di elettricità, come l’iniziale “Imperfezione”, ai chiaroscurali orizzonti di “(Ri)torna”, brano nel quale si rintraccia anche una buona vena cantautorale - che nell’intera economia dell’album non guasta di certo - e momenti di poesia applicata con la giusta dose di sdolcinamento (“Il sole e la sorte”). Tra le cose migliori va segnalata la conclusiva “Ivre”, in quanto portatrice sana di tutte le attitudini della band: capacità di creare immediatamente atmosfere suggestive; innesco positivo di melodie a presa veloce senza servirsi di soluzioni semplicistiche; equilibrio timbrico che concilia anche un ascolto ripetuto nel tempo. Ottima prova dunque, soprattutto per quel che riguarda l’originalità dei temi proposti, sempre piacevolmente in bilico tra apocalisse e verità concrete, groviglio di suoni che si annodano e linearità espressiva

giovedì 19 gennaio 2012

ZOFT: “Electrically Haunted”

Dietro la sigla ZOFT si cela un duo composto dal drummer Damien Magnette e dal chitarrista Nicolas Gitto, musicisti operanti nell’area di Bruxelles capaci di scolpire la materia sonica fino a plasmare figure indefinibili. Le undici tracce nella scaletta di “Electrically Haunted” vivono di tensioni emotive forti, di cortocircuiti formali e melodici prossimi all’isteria, di sterzate impreviste e idee creative. Musica perlopiù strumentale, che si evolve in maniera continua, senza riservare spazi ai silenzi e ai momenti di pensiero statico, in un continuo turbinio di atmosfere surreali e situazioni spigolose. Evidenti sono i lineamenti del dna degli ZOFT nell’opener “Exit”, brano dove si accatastano piani sonori dal sapore post-rock, mentre nella successiva “L’homme machine” è un andamento più secco e istintivo a trascinare il brano verso lidi di psichedelia visionaria. Non mancano i passaggi dallo sviluppo labirintico, vedi la convulsiva “Shramana”, ma anche i pezzi senza confini definibili, come lo scuro “Mike Tapping”, altro scenario apocalittico dove da un momento all'altro ci si può tranquillamente attendere l’irreparabile. C’è anche da farsi venire le vertigini nel’oscillante “Mr. Goodpain” in un album non di grande potabilità, adatto però a chi ha voglia di mettersi sul sentiero a ostacoli di un ascolto che non prevede né sconti né compromessi melodici.

mercoledì 18 gennaio 2012

Penelope sulla Luna: “Enjoy the Little Things” EP

Per i Penelope sulla Luna l’ep “Enjoy the Little Things” è come un punto di nuova partenza, in quanto la band, attiva dal 2006, ha visto la sua recente storia caratterizzata da cambi di formazione e momenti di stand-by. I quattro brani qui proposti sono una sorta di prologo a quello che sarà il loro secondo lavoro sulla distanza che conta, previsto per la primavera 2012, e denunciano l’attitudine prossima al post rock del quartetto. Si tratta di tappeti strumentali nei quali si intrecciano melodie condite da una ritmica a volte sostenuta e da alcuni innesti di suoni sintetizzati, oltre che dalle colonne portanti di basso, batteria e parecchia chitarra. Il mometo migliore lo abbiamo individuato in “I Read Lullabies”, in quanto il brano sembra essere quello messo a fuoco sotto il profilo della tensione tra melodia e ritmo, tra figura principale e orizzonte sullo sfondo. Buon antipasto dunque, anche se aspettiamo i Penelope sulla Luna al passo importante, dove dovranno necessariamente dimostrare una maggiore originalità, altrimenti rischiano fortemente di perdersi in un territorio stilistico fin troppo ampio e sfruttato in ogni centimetro.

martedì 17 gennaio 2012

Uniform Motion: One Frame per Second

Nove brani stretti in mezzora compongono il terzo studio album di Uniform Motion dal titolo “One Frame per Second”. Si tratta di una storia – che narra di un personaggio immaginario chiamato Little Knight - raccontata attraverso episodi dal taglio cantautorale, dagli sfondi semiacustici, dalle atmosfere rilassate e illuminate spesso da luci tenui, capaci di avvolgere il tutto in un morbido andamento chiaroscurale. L’album si mantiene su un binario espressivo costante, senza deragliamenti stilistici né impennate ritmiche, anche se in alcuni momenti, come nella traccia “Our Hearts Have Been Misplaced in a Secret Location” si avverte un certo coinvolgimento, poi subito appannato dalle note esili e accopagnate da un sussurro di voce che accarezzano la melodia di “I Was Crushed bt a Forty-Foot Man”. Di qualità ce n’è molta nello svolgimento proposto da Uniform Motion, con diverse perle che riescono a formare una collana di valore. Caratteristica che si avverte nel modo di equilibrare i volumi, cesellare gli arrangiamenti, colpire le corde emozionali senza mai alzare la voce, senza cercare per forza il colpo a sorpresa. Lavoro molto apprezzabile dunque, certamente adatto per gli amanti del songwriting ben pensato e soprattutto per chi è in cerca di un ascolto lontano dalle urla metropolitane, e buono anche per un sottofondo mai invadente.

lunedì 16 gennaio 2012

Cristina Donà: live @ Orion club, Ciampino 14 01 2012

Sempre splendida.

Kamikaze Queens: Automatic Life

I Kamikaze Queens sono uno di quei gruppi che si lasciano apprezzare meglio nella dimensione live che su disco, questo perché portano nel loro dna la sacra miscela che unisce un approccio punk alle formalità tipiche del grunge e all’essenzialità di una certa scena post wave. “Automatic Life” traduce queste peculiarità in quattordici brani tirati a mille, salvo poche eccezioni, nei quali fanno bella mostra sia la muscolarità di Nico Lippolis alla batteria che di Lloyd Clark II al basso, le rasoiate chitarristiche di Tex Morton, capace anche di cesellare le melodie al punto da far cambiare atmosfera stilistica ai vari brani, e le voci di Mad Kate e Trinity Sarratt, autentiche mattatrici dell’intera faccenda. L’innesco funziona, soprattutto per quel che riguarda i primi brani in scaletta, tra i quali va segnalata l’ottima “Good Times”, brano dal tiro poderoso, carico di groove e irrimediabilmente epidemico per via del suo gancio ripetuto fino all’ossessione. Esempio lampante di quel che si diceva nell’incipit, in quanto quello tra le mura di casa risulta essere un ascolto limitato, che avrebbe bisogno di sfogare in altre forme, come saltare e cantare insieme a una folla contaminata. La band emana euforia in ogni passaggio, e in alcune situazioni riesce a scendere a patti con un rock ‘n roll di derivazione sessantiana (“Do the Crab”), altro elemento da non trascurare del loro carattere. Cinquanta minuti da cavalcare: avvertite i vicini e iniziate a spostare i mobili.

sabato 14 gennaio 2012

Kid Chocolat: Kaleidoscope

Contiene diverse collaborazioni interessanti il terzo album firmato da Kid Chocolat, in quanto nei dodici brani proposti vediamo la comparsa, tra gli altri, di Land of Bingo, Love Motel e Mlle Shalala. Ed è probabilmente per la varietà di soluzioni proposte che questo lavoro si lascia ascoltare nella sua interezza, costantemente in bilico tra pop elettronico e atomosfere vintage che si rifanno agli anni Sessanta, innesti di suoni sintetizzati su tessiture acustiche, passaggi only instrumental e song con la voce in primo piano. Originalità dunque, e non è poco viste le attitudini dozzinali che spesso avvolgono i progetti che in un certo qual modo si rifanno alla sfera elettronica. In genere le idee – degne di essere chiamate tali - sono poche, la voglia di ricercare e dunque rischiare nella scelta dei suoni ancor meno. Eppure Kid Chocolat licenzia un album con delle idee. Tra le tante annotate sul nostro taccuino segnaliamo l’applicazione del buon gusto melodico e il giusto equilibrio tra primo piano e sfondi sonori in “The Chains”, brano ottimo per un dancefloor affollato di buongustai, ma anche il pop disimpegnato prodotto da Thaiti in “A Lot of Love”, senza dimenticare la dolce ballata “Generation Admin”, giocata in punta di melodia, che non t’aspetti e che dona a “Kaleidoscope” un motivo in più d’esistenza e ne certifica l’intero significato.

venerdì 13 gennaio 2012

Tiziano Ferro: L'amore è una cosa semplice

L’amore è una cosa semplice è il titolo del nuovo lavoro in studio di Tiziano Ferro, il quinto per gli almanacchi, ma anche un’affermazione che nella suo essere diretta e senza indugi nasconde una complessità di ragionamenti e significati difficilmente districabili. L’amore è materia multiforme, soggetta a variazioni e definibile in più modi, a seconda dell’inquadratura e del regista che ne vuole descrivere le peculiarità. Il cantautore di Latina prova a esprimere la propria versione sull’argomento in quattordici episodi squisitamente pop (altro territorio senza confini facilmante tracciabili), che portano nel loro dna tutte le derivazioni stilistiche e le proiezioni melodiche del suo ampio idioma espressivo. Ascoltiamo dunque gli andamenti dal sapore r ‘n b che segnano in maniera deliziosa Hai delle isole negli occhi, passando per il singolo dall’impatto dirompente La differenza tra me e te, forte di un perfetto innesco del ritornello, lo spaccato cantautorale di Paura non ho, il duetto con John Legend nella conclusiva Karma, la spensieratezza di brani come TVM e l’eleganza di Quiero vivir con vos. Leggero al punto giusto, pieno di riferimenti a un sentimentalismo trattato con intelligenza, il lavoro si lascia apprezzare nella sua interezza, proprio perché vario nelle soluzioni e Ferro, consapevole dei propri mezzi, disteso e capace di un timbro pronto a schiaffeggiare con forza le melodie, ma anche di carezzarle con dedizione (L’amore è una cosa meravigliosa, La fine), realizza un album curato nei dettagli, suonato in maniera splendida e privo di grinze, che potrebbe rappresentare l’inizio di un percorso di carriera - se non totalmente diverso dal passato - certamente più maturo.

Nicola Dal Bo: Trio.Org

Il nocciolo della questione è tutto nel suono dell'organo Hammond: se lo amate - e dunque con tutta probabilità lo amerete per sempre - allora un disco come Trio.Org potrebbe andarvi a genio; in caso contrario, cioè se proprio non avete mai digerito quelle note dal sapore vintage, come si usa dire oggi, meglio rimanerne alla larga. Questo perché i motivi di esistenza di quest'album ruotano intorno alla tastiera manovrata da Nicola Dal Bo (modello A-100 per la precisione), il quale sviluppa spesso melodie sornione, come nel caso di "G-Spot Blues," dove fa bella figura il timbro caldo del chitarrista Michele Manzo. Da non dimenticare gli andamenti più frizzanti di brani come "Organology" e quelli più languidi e sognati del classico "Io che amo solo te" di Sergio Endrigo, in un lavoro che presenta passaggi godibili, come "When Lights Are Low," percorsi sconnessi ("Jimmy's Idea") e un'ansa di piano solo, la conclusiva "Suspect," che non guasta. Le idee e il flusso sonoro avanzano in maniera univoca, c'è un buon intreccio di suoni, in particolar modo tra organo e chitarra, la tensione melodica rimane viva e in evidenza per l'intera tracklist, per un album onesto, dove non si rintraccio né momenti di assoluta originalità né evidenti cadute di stile.

sabato 24 dicembre 2011

Mashrooms: “Mashrooms”


Sulle scene dal 1999 tornano a farsi vivi i Mashrooms, band sempre pronta a unire sonorità facilmente individuabili in un contesto di rock indie, con timbri e sensazioni appartenenti a mondi distanti, come archi e pianoforte. Quest’album omonimo, registrato in quel di Senigallia, propone nove brani che spaziono dal rock trasversale e introspettivo dell’opener “Uragano”, ai suoni isterici e spettinati di “Freedom Flotilla” e “Black Widow” o della barcollante “Playground”, fino a lambire i confini dell’oscurità formale di “Tiranno”, brano che più di ogni altro riesce a tradurre l’attitudine post della band. Per il resto “Mashrooms” denuncia qualche cedimento quando i ragazzi non riescono a innescare il giusto connubio tra tecnica ed espressività (“Cello #2”) e nei momenti in cui si lasciano prendere la mano dalle modalità in stile soundtrack (“Portrait of a Woman”), anche se – nel suo insieme – il lavoro si fa ascoltare con buon interesse, essendo portatore sano di spunti e idee originali che non sempre si riscontrano in progetti simili.

Paramount Styles: “Heaven’s Alright”


I Paramount Styles tornano in pista con un nuovo album in studio a distanza di tre anni da “Failure American Style” e dopo aver macinato una nutrita serie di live performance, che hanno delineato in maniera decisiva il carattere e l’approccio stilistico della band fondata nel 2005 da Scott McCloud (ex Girls Against Boys) in quel di New York. “Heaven’s Alright” rilascia momenti in perfetto equilibrio tra ruvidezza espressiva e atmosfere rilassate, come nel caso dei primi due brani in tracklist: “Take Care of Me” e “Amsterdam Again” sembrano arrivare da mondi opposti, ma riescono a darsi una continuità d’ascolto che si mantiene viva fino all’ultimo riff proposto. Tra le cose migliori di questo lavoro segnaliamo la coinvolgente “Desire is Not Enought”, le delicate “The Girls of Prague” e “Steal Your Life” - dove si evidenzia anche una buona vena cantautorale -, e “White Palaces” con le sue svasature pop. Però non tutto fila liscio, va detto. Leggi i brani giocati su andamenti troppo leggeri e ammiccanti (“The Greatest”), ma per il resto quello dei Paramount Styles ci è sembrato un indie rock ben messo a punto, magari bisognoso di qualche ruga in più, ma per quelle ci sarà tempo.

The Megs: “Jealousy”


L’album d’esordio dei The Megs profuma di rock in senso stretto, fatto con la giusta grinta, passione autentica e piglio personale forgiato su una corretta dose di ammirazione nei confronti di realtà più affermate. Il riferimento è a certe situazioni targate Smashing Pumpkins, ma anche Primus e dintorni per capirci, anche se poi a emergere negli otto brani proposti è una sorta di garage-rock dalla solida intelaiuatura ritmica, sulla quale Edoardo Laino – bassista e fondatore della band – canta testi in inglese con buona interpretazione. “Jealousy” si lascia apprezzare nella sua mezzora di durata per via di situazioni aride e tese al punto giusto, come l’iniazle “Colour of Jealousy”, per alcuni momenti ruvidi e intrisi di sana alterazione sensoriale (“Good Morning”), ma anche per una serie di buoni propositi che trovano – dopo alcuni ascolti – la loro esatta collocazione all’interno di un modo espressivo non del tutto scevro da qualche ripetizione e da comprensibili passaggi a vuoto. Lavoro che va oltre la sufficienza e che lascia intendere che saranno i prossimi episodi – magari più articolati e maggiormente complessi dal punto di vista concettuale - a rivelarci l’esatto valore specifico di questa band.

Agrado: “Rumore Bianco”


Quando è il rifacimento di un brano molto famoso la traccia meglio riuscita di una scaletta c’è da diffidare, a ragion veduta, dal resto del programma. È il caso di “Piccola Luce”, versione in italiano dell’evergreen “Change” dei Tears For Fears, che gli Agrado producono mettendo in risalto una buona duttilità esecutiva, e una decisa voglia di andare a pizzicare le giuste corde emozionali. Intenti apprezzabili, ma che non vengono mantenuti sullo stello livello per il resto del loro “Rumore bianco”. Album onesto, va detto, ma che troppo spesso scivola nei classici tranelli che il pop italiano porta dentro di sé. Il dito è puntato verso i ritornelli eccessivamente ammiccanti, le forme smaccatamente filo-commerciali e quell’andamento che continuamente richiama in mente cose già sentite, logore nel loro continuo riproporsi. I ragazzi hanno delle qualità, lo si evince dal modo in cui sono messe in piedi le strutture ritmiche e melodiche, ma mancano sotto il profilo della determinazione e della voglia di tirare fuori dal sacco la propria linfa vitale, quella stessa voglia che li fa alzare la mattina per attaccare gli strumenti agli amplificatori.

Peter Kernel: “White Death Black Heart”


C’è della qualità nel modo di fare musica dei Peter Kernel. Il loro secondo lavoro sulla lunga distanza “White Death Black Heart” segue il debutto “How to Perform a Funeral” del 2008 e rilascia, in dodici brani ben congegnati, un’attitudine che si rifà a certe sonorità indie d’oltremanica, fatte di cantato visionario, slanci chitarristici, cortocircuito formale tra song e situazioni più articolate. La band trova nella voce sensuale quanto basta di Barbara Lehnhoff il suo tratto di riconoscimento, mentre Aris Bassetti (chitarra) e Ema Matis (batteria) riescono a costruire un’intelaiatura rimico/melodica capace di creare, senza mai invadere troppo il campo, uno sfondo pronto ai cambi di scenario, vivo e scintillante. Tra i colpi meglio riusciti mettiamo l’asterisco vicino a “We’re Not Gonna Be the Same Again”, per il buon equilibrio ottenuto tra espressività e qualità performativa, mentre lasciano il tempo che trovano le tracce che si allineano in maniera troppo evidente ad alcuni percorsi già battuti, vedi quelli cari ai primi Franz Ferdinand. Qualità si diceva. Sì perché i Peter Kernel non danno l’aria di essere la milionesima indie band forgiata sullo stereotipo del low-fi di facciata, ma nel loro sangue scorre l’adrenalina e la sana perdizione dell’arte sviluppata con ispirazione autentica.