martedì 5 settembre 2017

Luca Roseto feat. Carmine Ioanna: “Irpinia” [Videoradio ed. Musicali]

Come il titolo lascia intendere l’album firmato in duo dal sassofonista Luca Roseto e dal fisarmonicista Carmine Ioanna è dedicato, e ne trae ispirazione espressiva, alla loro terra natìa, l’Irpinia. Nel contesto d'insieme risulta funzionale l’impasto timbrico tra i due strumenti, che in maniera elastica si cambiano di ruolo e instaurano dialoghi melodici in diversi momenti della scaletta, come in Isio, traccia dedicata all’amico scomparso Isio Saba. Il lavoro si distingue per la sua originalità: c’è la fisarmonica a portarci verso certe tradizioni popolari italiane, c’è il sassofono tenore ad ampliarne concetti e significati che aprono al mondo. In programma troviamo la cover di Che ore so di Pino Daniele, mentre in Migranti è la voce narrante di Claudia D’Amico a ricordarci i tempi in cui i migranti erano le popolazioni del meridione italiano. Fuori dal contesto si pone la conclusiva I Need A Rock, dove al duo si unisce Eric Capone che costruisce fondali ritmici con suoni sintetici e percussioni.

lunedì 4 settembre 2017

Gabriele Mitelli O.N.G.: “Crash” [Parco della Musica Records, 2017]

Enrico Terragnoli alla chitarra elettrica e tastiere, Gabrio Baldacci alla chitarra elettrica baritono e Cristiano Calcagnile alla batteria e percussioni completano il quartetto capitanato dal trombettista Gabriele Mitelli, che per il suo nuovo lavoro targato Parco della Musica Records propone una musica lontana da immediati incasellamenti di stile e genere. “Crash” contiene tre suite, Frequency, Rash e Take Off, dove si incontrano echi punk, il jazz visionario di Sun Ra, movimenti che richiamano frequenze indiane e una continua imprevedibilità che rende questo lavoro come un crossover disorientante e ipnotico. Mitelli trova modo di innestare diverse citazioni, vedi A tratti dei C.S.I., in un insieme dalle forti connotazioni di originalità, rimanendo sempre ancorato a un’idea di traformazione formale, come lui stesso dichiara nella nota stampa di presentazione: «[…] La scelta di non eseguire singoli pezzi, ma basarsi su suite più lunghe è assolutamente legata alla pratica di improvvisazione e al suo flusso». L’immagine di copertina è firmata da Siriana Tanfoglio.

martedì 29 agosto 2017

Jazzhouse: non solo jazz a Copenaghen

Tra i tanti club che animano la scena jazzistica della città di Copenaghen, il Jazzhouse, diretto da Bjarke Svendsen, è un posto dove gli appassionati possono scoprire nuove proposte e nuovi linguaggi, attraverso un cartellone costruito con accuratezza e capace di unire espressioni e generi tra loro distanti
 
●Un club all’avanguardia 
Fondato da alcuni volontari e appassionati danesi di jazz, il Jazzhouse, inizialmente battezzato come Copenhagen Jazzhouse, apre i battenti in Niels Hemmingsen Gade, 10 nel 1991, dove, da allora come oggi, si tengono oltre duecento concerti all’anno distribuiti sui due palchi che caratterizzano il club, uno dei quali intitolato a Herluf Kamp Larsen, il fondatore del Jazzhus Montmartre, la leggendaria location attiva tra il 1959 e il 1976. Negli anni, ospitando musicisti di calibro internazionale, il Jazzhouse è diventato il punto di riferimento nella capitale danese per i jazz fan di tutta Europa e non solo. La sua storia ho conosciuto fasti, ma anche momenti di estrema difficoltà, come nel 2011 quando un’inondazione ha costretto i gestori ad approntare una nuova progettazione e la completa ristrutturazione degli interni. Con Bjarke Svendsen, attuale direttore artistico e manager del Jazzhouse, abbiamo parlato del momento che il club sta attraversando: «Siamo un club di musica all’avanguardia. A Copenaghen ci sono diversi ottimi posti per ascoltare musica, ognuno specializzato in un determinato stile. Noi vogliamo essere un punto di collegamento tra generi, cercando di scoprire nuove espressioni e linguaggi. Raggiungiamo un pubblico che ha voglia di appassionarsi a nuove proposte, tra i nostri clienti abbiamo molti giovani tra i venti e i trenta anni che magari si avvicino al jazz per la prima volta. Questa caratteristica ci distingue e rende unica la nostra proposta». 

●Programmazione schizofrenica 
Svendsen tiene molto a sottolineare il carattere che il Jazzhouse ha raggiunto nel corso degli anni, anche passando per diversi approcci di programmazione artistica: «Dal proporre solo jazz in senso stretto, siamo passati alla situazione attuale dove il jazz presente in cartellone è inteso come filosofia e approccio musicale. I nomi che proponiamo sono legati dalla voglia di ricerca di nuovi territori espressivi. Volendo scegliere un termine la definirei una programmazione “schizofrenica”, che spazia dal free all’avanguardia passando per elettronica e altro ancora. Il cartellone non è definito dalla agenzie di booking e dai produttori, ma è basato su reali parametri di validità artistica». Questo tipo di mentalità ha portato il club ad attrarre un pubblico voglioso di conoscere situazioni nuove, fidandosi del lavoro svolto con attenzione da Svendsen e dai suoi collaboratori. Situazione che attrare sia una nutrita schiera di frequentatori abituali, sia un pubblico fatto di turisti, che una volta giunti a Copenaghen non si lasciano scappare l’occasione di passare una serata nel club. Si tratta della classica location che perfettamente si adatta all’ascolto ravvicinato e in pieno relax di un concerto, con i tavoli posizionati a ridosso del piccolo palco, luci soffuse e acustica studiata per far risaltare i dettagli della performance

●L’agenda di settembre 
Chiedere a Svendsen quali sono gli artisti che vorrebbe vedere sul palco del Jazzhouse significa metterne a nudo il suo lato più fantasioso e visionario: «Ornette Coleman, Robert Wyatt, ABBA, Arthur Russel e Tyshawn Sorey sono solo alcuni nomi di una lista infinita. Del resto, se non sei un sognatore non è il caso che tu svolga il ruolo di direttore artistico!». Intanto, al di là dei sogni, c’è un interessante presente che attende gli spettatori del club danese. A settembre sono previsti, tra gli altri, Colin Stetson (1), il sassofonista capace di unire grande spessore tecnico con un alto tasso di ricerca tra radici jazzistiche e noise; Jon Gibson Visitations (14), già collaboratore di artisti come Steve Reich e Arthur Russell e tra i fondatori del Philip Glass Ensemble, si tratta di uno dei padri del minimalismo moderno; e ancora, la songwriter Julie Byrne (12), l’orchestra danese Girls In Airport (16), la violinista Laura Cannell (21) e David Thomas (28), leader e mente creativa dei seminali Pere Ubu

Il programma completo del Jazzhouse.





credit: Torben Christensen

credit: Torben Christensen




Padova Jazz Festival: Ventesima Edizione [9-14 ottobre]

La ventesima edizione del Padova Jazz Festival, come di consueto organizzato dall’Associazione Culturale Miles presieduta da Gabriella Piccolo Casiraghi, con il contributo dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, presenta un cartellone di assoluto rilievo, nel quale spiccano i nomi di Pat Metheny e Sergio Cammeriere. In programma a Padova dal 9 al 14 ottobre, il festival si svolgerà al Teatro Verdi e nella Sale dei Giganti, oltre che in varie location sparse per la città, come bar, locali e ristoranti, dove si terranno numerosi appuntamenti. La settimana si completerà poi con mostre, presentazioni editoriali e performance artistiche sempre con la musica improvvisata a fare da filo conduttore.
Info e programma completo al sito ufficiale del festival

lunedì 28 agosto 2017

Home 4et: “Re: Bolling” [Dodicilune, 2017]



Si basa sulla rivisitazione di alcune pagine estrapolate dal repertorio di Claude Bolling questo lavoro firmato dal quartetto Home 4et, composto da Stefano Saccone al flauto, Enzo Orefice al pianoforte, Marco De Tilla al contrabbasso e Lorenzo Petruzziello alla batteria. La loro cifra stilistica non tradisce i connotati dell’estetica contaminata, tra jazz e classica, del compositore francese, cosicché ascoltiamo melodie cantabili, situazioni in divenire e arrangiamenti, curati da Orefice, spesso pensati per esaltare la vena espressiva del flauto di Saccone. Nella traccia d’apertura Veloce De Tilla imbraccia lo strumento elettrico, spostando l’equilibrio timbrico del quartetto verso una lieve, quanto percettibile, tensione formale. L’unico originale in programma lo firma Enzo Orefice, si intitola Pour Claude, ed è una sorta di omaggio ipnotico, astratto e visionario all’arte di Bolling.

Diego Ruvidotti Quartet: “Simply Deep” [Alessio Brocca Edizioni Musicali, 2017]

In questo lavoro, edito da Alessio Brocca, il trombettista Diego Ruvidotti è ripreso dal vivo, insieme al quartetto completato da Alessandro Bravo al pianoforte, Alessandro Rossi al basso elettrico e Fabio D’Isanto alla batteria, al Ricomincio da Tre Music Club di Perugia. La scaletta di “Simply Deep” propone undici brani firmati dal leader, il quale organizza una musica dai peculiari connotati espressivi dove si innestano diverse matrici estetiche: dai passaggi swinganti a quelli prossimi alla contemplazione; dalle dinamiche hard bop alle ballate cantabili, fino alle derivazioni funk.

Canale YouTube di Diego Ruvidotti
Ricomincio da Tre Music Club di Perugia su Facebook

giovedì 22 giugno 2017

XY Quartet: “Orbite” [nusica.org, 2017]

È uscito lo scorso 12 aprile “Orbite”, il terzo lavoro del XY Quartet, in occasione della “Giornata internazionale del volo umano nello spazio”, istituita dall’Unesco per ricordare il cosmonauta Yuri Gagarin che il 12 aprile del 1961 fu il primo uomo a orbitare intorno alla Terra. Questo perché si tratta di un lavoro concettuale, che il quartetto sviluppa in otto brani originali dedicati agli esploratori dello spazio, come Malcolm Carpenter o Vladimir Komarov. I primi piani espressivi sono spesso a favore del sassofono alto di Nicola Fazzini, che non manca di dialogare con gli altri interpreti, soprattutto con il vibrafono di Saverio Tasca, decisivo nel rimandare alle suggestioni “spaziali”, con suoni staccati che sembrano fluttuare privi di attrazione timbrica. Luca Colussi alla batteria e Alessandro Fedrigo al basso chiudono il cerchio attorno a una musica che sa essere ipnotica e coinvolgente, quanto cantabile e formalmente imprevedibile.

Angiolo Tarocchi Jazz Orchestra: “Unwired” [JCH Productions, 2017]

Attiva dal 2015 l’Orchestra diretta da Angiolo Tarocchi arriva alla sua prima incisione con l’album “Unwired”, nel quale troviamo cinque brani arrangiati dal bandleader, che ne autografa tre in prima persona. Il largo ensemble dà luogo a una musica in stabile equilibrio tra la grande tradizione orchestrale del jazz e un approccio contemporaneo che prevede ampie aperture timbriche, e la partecipazione al progetto di musicisti provenienti da diversi contesti stilistici, come avanguardia e rock, vedi tra i tanti Alberto N. A. Turra, Cristiano Calcagnile e Daniele Cavallanti, già con Tarocchi nel progetto Jazz Chromatic Ensemble. Un amalgama di sicuro impatto, che incuriosisce per le soluzioni formali applicate e che sa esprimere un’idea di suono con una certa dose di sperimentalità e slegata dalle consuetudini.

lunedì 19 giugno 2017

Oregon: “Lantern” [CAM Jazz, 2017]

A completare la line up composta da Ralph Towner alla chitarra classica, pianoforte e synth, Mark Walker alla batteria e Paul McCandless ai fiati, in questo trentesimo album della discografia degli Oregon troviamo al contrabbasso Paolino Dalla Porta, già con la storica band in alcuni tour precedenti. La scaletta di “Lantern” si compone di dieci tracce originali, nella quali si intrecciano diverse matrici espressive: temi dalle melodie cantabili sviluppate tra chitarra e fiati; passaggi dal piglio ritmico ed estetico di maggiore impatto ottenuti con dense interazioni d’insieme; momenti misurati, prossimi alla riflessione che danno la giusta alternanza a un programma mai fermo su sé stesso. L’album è stato registrato nel novembre 2016 presso i Bauer Studios di Ludwigsburg, con la produzione artistica di Ermanno Basso.

lunedì 12 giugno 2017

Oyster: “OY” [Piccola Orchestra Records, 2017]

Si basa perlopiù sulle composizioni originali del sassofonista Matteo Cuzzolin la cifra espressiva degli Oyster, quartetto completato Demetrio Bonvecchio al trombone, Marco Stagni al contrabbasso e Filip Milenkovic alla batteria. Il loro “OY” presenta nove brani caratterizzati da azzeccati abbinamenti timbrici, dai dialoghi e dalle alternanze di primo piano tra tenore e trombone, da linee melodiche cantabili e movimenti d’insieme densi e ben amalgamati. I soli di Cuzzolin risultano sempre lirici, funzionali all’estetica di gruppo, sia nei passaggi lineari e dal maggiore impatto ritmico sia in quelli dove le trame si fanno meno immediate, introspettive.

venerdì 9 giugno 2017

Gabriele Coen: “Sephirot. Kabbalah In Music” [Parco della Musica Records, 2017]

Ispirato dalla simbologia dell’albero della vita secondo la Kabbalah, Gabriele Coen realizza il suo primo lavoro per la Parco della Musica Records organizzando un sestetto dalle forti connotazioni elettriche, completato da Lutte Berg alla chitarra, Pietro Lussu all’Hammond e Fender Rhodes, Marco Loddo al basso, Luca Caponi alla batteria e Pierpaolo Bisogno alle percussioni. Il clarinettista, sassofonista e compositore dà forma a una scaletta di soli originali caratterizzati da diversi elementi estetici ed espressivi: melodie cantabili, strutture ritmiche flessibili e tensioni strumentali tra parti elettriche e acustiche. Ne deriva un insieme multiforme, che sfugge a un immediato incasellamento di genere, dove si incappa nel jazz elettrico di Davis, nelle derive rock, nel klezmer, e dove i diversi accostamenti timbrici generano situazioni mai prevedibili.

giovedì 8 giugno 2017

Fatjeta & Guralumi Jazz Band: “Lule borë” [Unit Records, 2017]

C’è la voce di Fatjeta Barbullushi al centro delle trame espressive dell’album che la cantante firma insieme al quartetto capitanato dal pianista Gjon Guralumi. “Lule borë” è un progetto che è stato messo a punto in quasi due anni di lavoro, e nel quale troviamo dieci canzoni provenienti dal songbook tradizionale albanese, riviste e arrangiate in chiave jazz. Si tratta dunque di un omaggio a un repertorio poco conosciuto dal grande pubblico, che Guralumi propone servendosi della ritmica composta dal bassista Tiziano Tomasetti e da Colin Gauthier alla batteria, e utilizzando il clarinetto di Damian Converst come “voce” alternativa a quella di Fatjeta. Le melodie dei brani sono cantabili, e la scaletta alterna passaggi rigorosi e misurati ad altri dove affiora dello swing, in un contesto d’insieme dai peculiari tratti somatici.