lunedì 9 maggio 2016

Julien Pontvianne – Lauren Kinsella – Hannah Marshall – Francesco Diodati – Alexandre Herer – Matteo Bortone: “Abhra” [Auand, 2016]

Undici tracce composte da Julien Pontvianne, con testi ricavati dal diario del filosofo e poeta Henry David Thoreau, formano la scaletta di “Abhra”, parola che in sanscrito indica l’atmosfera o il vuoto. È da questo concetto che prendono spunto i sei musicisti coinvolti nel progetto, che fanno riferimento al collettivo francese Onze Heures Onze, al centro del quale troviamo la voce di Lauren Kinsella, dal timbro delicato, etereo, al limite della trasparenza, sotto la quale è costruita una tessitura sonora altrettanto impalpabile, attraverso l’utilizzo di chitarra elettrica, violoncello, fiati, tastiere, pianoforte e contrabbasso. Ne deriva un insieme sempre coerente a una determinata estetica di base, che rimanda alle dinamiche dell’ambient music ed è caratterizzata dalla lenta sovrapposizione dei piani sonori, prossimi alla staticità. In alcuni momenti, come in Sun And Around, predomina il silenzio, spezzato da solo da alcune note di chitarra, in un insieme timbricamente cesellato. La voce di Kinsella, che sussurra e recita parole, serve da punto di raccordo verso significati che altrimenti si perderebbero nel nulla, nell’immagine di “vuoto infinito” che l’album lascia intendere.

martedì 3 maggio 2016

Michael Formanek Ensemble Kolossus: “The Distance” [ECM, 2016]

Il bassista e compositore Michael Formarek organizza la sua Ensemble Kolossus, una big band composta da diciotto elementi, partendo dall’idea di realizzare temi capaci di mettere in risalto le qualità dei solisti a disposizione, perlopiù reclutati nell’attuale scena jazzistica newyorkese, tra i quali segnaliamo Ralph Alessi, Chris Speed, Tim Berne e Mary Halvorson. A condurre l’orchestra è Mark Helias, mentre la scaletta di “The Distance”, con tutte le tracce scritte e arrangiate da Formanek, è quasi per intero occupata dalla suite Exoskeleton, divisa in otto parti. A risaltare è la flessibilità ritmica dell’ensemble e l’ampiezza timbrica dei temi proposti, spesso caratterizzati da movimenti lenti e pensosi, con lunghe introduzioni e passaggi dove ai rigorosi movimenti d’insieme si alternano fantasiosi slanci solisti dal carattere free. Formanek cerca di attualizzare la tradizione del jazz orchestrale attraverso l’impiego di musicisti ispirati e pronti nel condurre con personalità i primi piani espressivi, come nel caso della chitarrista Mary Halvorson, protagonista di un solo ruvido e distorto in Without Regrets. C’è spazio anche per l’improvvisazione totale, come avviene in Shucking While Jiving, in un album dalla complicata collocazione stilistica, proprio perché vario e strutturato in maniera complessa quanto fluida e lineare. Il lavoro è stato registrato al Systems Two di Brooklyn, mentre per l’immagine di copertina è stata scelta una foto di Grazia Cantoni.

Vijay Iyer – Wadada Leo Smith: “A Cosmic Rhythm With Each Stroke” [ECM, 2016]

«Un amico, un eroe e un insegnante». Con queste parole riportate nel booklet del CD il pianista Vijay Iyer descrive il rapporto che lo lega a Wadada Leo Smith, trombettista con il quale condivide questo lavoro in duo, registrato agli Avatar Studios di New York nell’ottobre 2015. “A Cosmic Rhythm With Each Stroke” si ispira alla figura di Nasreen Mohamedi e nasce da una commissione del Metropolitan Museum of Art di New York, nell’ambito di una mostra dedicata all’artista visuale indiana. In scaletta, oltre alla suite che dà il titolo all’album, divisa in sette tracce e firmata da entrambi i musicisti, troviamo l’iniziale Passage, di Iyer, e la conclusiva Marian Anderson, che Smith dedica alla contralto mancata nell’aprile del 1993. L’album si basa sul dialogo d’improvvisazione tra il pianoforte di Iyer, che implementa la sua performance con inserti elettronici e l’utilizzo del Fender Rhodes, e la tromba di Smith, protagonista dei primi piani espressivi dei temi proposti. Smith è ispirato e meditativo, e il suo apporto al progetto è spesso caratterizzato da momenti di pausa che intervallano note lunghe e sofferte. Iyer mette in pratica la sua consueta duttilità, proponendo tessiture ritmiche per il compagno di viaggio e mettendo in luce un modo di operare che sa essere sia essenziale, quasi invisibile, sia melodicamente concreto. L’insieme è avvolto da un alone di equilibrato astrattismo, spezzato da tracce come A Cold Fire, dove il dialogo tra i protagonisti si fa aspro e contrastante.

Ralph Alessi: “Quiver” [ECM, 2016]

Registrato al Rainbow Studio di Oslo nel settembre 2014, “Quiver” è il secondo album che Ralph Alessi firma per la ECM di Manfred Eicher, dopo l’apprezzato “Baida” del 2013. Al fianco del trombettista di San Francisco, che firma tutti i dieci brani in scaletta, troviamo Gary Versace al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria. Quella che si ascolta è una musica dove predomina l’elemento melodico, quasi sempre sviluppato dal leader, il quale pone il suono della tromba al vertice della cifra espressiva del quartetto, anche se non mancano alcune parentesi soliste lasciate aperte per gli interventi di Versace, come in Smooth Descent, brano dove si può ascoltare un suo lungo e ispirato solo. I temi pensati e messi sul pentagramma da Alessi hanno una forte impronta di cantabilità, come nella melanconica Heist, una traccia che rimanda l’idea meditativa che si avverte per l’intera durata dell’album, sia in momenti di breve durata, come nella conclusiva Do Over, sia in passaggi dalla maggiore complessità formale, come nei dieci minuti di Gone Today, Here Tomorrow. “Quiver” è un album intimo, in equilibrio tra tecnica e poesia, e fotografa un particolare passaggio nella vicenda artistica di Alessi, il quale, in occasione dell’uscita dell’album, ha dichiarato: «Come musicista il mio obiettivo è quello di esprimermi nel modo più onesto possibile, di trasmettere il mio sentire e il mio reagire in un preciso momento. Ecco, credo che il jazz dovrebbe essere sempre così».

Anat Fort Trio & Gianluigi Trovesi: “Birdwatching” [ECM, 2016]

Riguardo al titolo di questo lavoro il pianista Anat Fort ha dichiarato che: «I temi dei miei brani sono spesso ispirati ai movimenti della natura: gli animali, le nuvole, il vento, l’acqua. Quando ho ascoltato il disco ho deciso di chiamarlo “Birdwatching”, non tanto per l’osservazione in sé del volo di un uccello, ma per uno sguardo interiore al movimento della nostra anima». Intenzioni che Fort traduce insieme ai componenti del suo abituale trio, completato da Gary Wang al contrabbasso e Roland Schneider alla batteria, e con Gianluigi Trovesi, già frequentato in esperienze dal vivo, ospite in alcuni brani al clarinetto. La presenza di Trovesi amplia la cubatura timbrica e sposta, in maniera marcata, il baricentro espressivo di questo progetto verso un’evidente cantabilità melodica. Il tocco di Fort risulta centrale negli sviluppi formali dell’album, soprattutto nelle tracce svolte in trio dove snocciola lunghi soli, e i suoi interventi non tradiscono mai un atteggiamento che rimanda l’idea di intima melanconia, come nell’introduzione di Inner Voices. Durante l’ascolto si respira una sensazione di estremo equilibrio, e si percepisce l’ordine e il reciproco ascolto tra i musicisti, per un insieme dove non mancano alcuni momenti d’improvvisazione, mai fuori luogo e aderenti a una precisa estetica. L’immagine di copertina è curata da Sascha Kleins.

domenica 28 febbraio 2016

Avishai Cohen
“Into The Silence”
[ECM, 2016]

“Into The Silence” è l’album che il trombettista Avishai Cohen dedica alla memoria di suo padre, venuto a mancare di recente, e che realizza insieme a Eric Revis al contrabbasso, Nasheet Waits alla batteria, Yonathan Avishai al pianoforte e, in alcuni brani, Bille McHenry al sassofono tenore. Quest’ultimo si pone come “voce” alternativa a quella del leader, principale protagonista dei primi piani espressivi delle sei tracce in programma, tutte a sua firma. L’umore dell’intero album si basa su una certa melanconia di fondo, tradotta con temi cantabili esposti con misura e concentrazione. Le forme sono compatte, poggiano su un equilibrio timbrico discreto, e lasciano spazio anche per degli slanci solisti, mai troppo lontani dalla coerenza estetica che non tradisce i canoni della ECM di Manfred Eicher. I significati di questo lavoro sono rintracciabili in un ascolto d’insieme, in quanto i brani sono legati in maniera logica, come fossero un’unica suite.

Marco Bianchi “Lemon” 4et
“Pixel”
Autoproduzione, 2015

Quello organizzato dal vibrafonista Marco Bianchi è un quartetto che comprende Nicola Tacchi alla chitarra elettrica, Roberto Piccolo al contrabbasso e Filippo Valnegri alla batteria. Il loro Pixel contiene otto originali firmati dal leader, e si distingue per un valore espressivo, e formale, capace di variare ambientazione, dai richiami rock di Red Hot Chili Boppers, ai delicati movimenti della conclusiva Ninna nanna. Gli accostamenti timbrici tra vibrafono e chitarra producono il comune denominatore di un insieme dove prevale l’ascolto reciproco e l’unità di intenti tra i musicisti.

mercoledì 24 febbraio 2016

Pino Minafra MinAfric Orchestra guest Faraualla
“MinAfric”
Sud Music Records, 2015

È il quartetto vocale Faraualla, ospite in alcune tracce, ad ampliare ulteriormente un linguaggio stilistico e formale già di per sé diversificato, come quello che Pino Minafra propone insieme alla sua MinAfric Orchestra, realtà composta da un’ampia sezione fiati, fisarmonica, pianoforte, contrabbasso e percussioni. MinAfric è un album che contiene musica inqualificabile, che richiama la tradizione popolare del meridione italiano, con forti screziature afro ed elementi della tradizione jazzistica, e dove subentrano melodie ipnotiche, passaggi minimali e costruzioni trasversali in continua trasformazione. L'orchestra dipinge una tela dai colori accesi, sulla quale lasciano il loro segno musicisti come, tra i tanti, Roberto Ottaviano, Carlo Actis Dato e Gaetano Partipilo. La grafica di copertina è curata da Nicola Genco.

martedì 23 febbraio 2016

Ches Smith Trio
“The Bell”
[ECM, 2016]

Ches Smith, alla batteria, vibrafono e timpani, organizza il suo nuovo trio, nato durante il New York Winter Jazzfest del 2014, insieme al pianista Craig Taborn e Mat Maneri alla viola. Nel programma di “The Bell” troviamo otto brani, tutti firmati dal leader, registrati agli Avatar Sudios di New York, attraverso i quali il trio costruisce una particolare estetica che include avanguardia, situazioni cameristiche e minimalismo. I temi emanano sensazioni malinconiche, piene di vuoti espressivi che lasciano spazio alla riflessione e all’immaginazione di chi ascolta, per un insieme caratterizzato da interplay sottile e telepatico. I ruoli tra gli interpreti sono distribuiti in maniera equa e funzionale al suono d’insieme, nel quale non mancano momenti in solo slegati dalla partitura.

lunedì 22 febbraio 2016

Michel Benita Ethics
“River Silver”
[ECM, 2016]

Le tracce di “River Silver” evidenziano la cantabilità melodica dei temi proposti da Michel Benita, quasi tutti autografi, per l’occasione leader del quintetto Ethics completato da Philippe Garcia alla batteria, Eivind Aarset alla chitarra e agli effetti elettronici, Matthieu Michel al flicorno e dalla suonatrice di koto Mieko Miyazaki. Al centro degli sviluppi espressivi c’è spesso il suono morbido e vellutato di Matthieu Michel, mentre l’intero album si distingue per i particolari accostamenti timbrici tra le corde del koto e gli altri strumenti. Le atmosfere sono misurate, in piena sintonia con l’estetica ECM, e le strutture formali sono costruite attraverso un profondo ascolto reciproco tra gli interpreti e un attento utilizzo dello spazio e del tempo. La foto di copertina è di Woong Chul An.

giovedì 18 febbraio 2016

Tord Gustavsen – Simin Tander – Jarle Vespestad
“What Was Said”
[ECM, 2016]

A spiegare le intenzioni concettuali di questo lavoro, svolto in trio insieme al batterista Jarle Vespestad e la cantante afgano-tedesca Simin Tander, è il pianista Tord Gustavsen: «Per il repertorio del nuovo album, Simin e io abbiamo lavorato con un poeta afgano traducendo in lingua pashtu una serie di inni della tradizione religiosa norvegese». Ne deriva un album introspettivo, intenso, dove diverse culture si fondono in un linguaggio comune, apolide e contemporaneo. Simin Tander canta in inglese un testo del poeta Kenneth Rexroth, allargando ulteriormente il terreno d’indagine espressiva di “What Was Said” e si lascia apprezzare per il controllo dinamico e per la capacità interpretativa dei brani. Gustavsen attua un modo di operare lontano da cliché di genere e preconcetti formali, dove la voce è sì al centro degli sviluppi logici, ma non nasconde né sottrae spazio agli altri elementi timbrici del trio.

mercoledì 17 febbraio 2016

Ben Monder
“Amorphae”
[ECM, 2016]

Originariamente concepito nel 2010 come un album di duetti tra Ben Monder e Paul Motian, “Amorphae” prende oggi vita con la partecipazione di musicisti come Andrew Cyrille alle percussioni e Pete Rende al sintetizzatore. Ne deriva un album dalle atmosfere sospese, dove si realizzano paesaggi sonori carichi di enfasi e mistero, ottenuti attraverso la dilatazione dello spazio sonoro a disposizione, a volte prossimo al silenzio. Ascoltiamo il chitarrista Ben Monder esprimersi in solo, in duo con Paul Motian o anche in trio con Cyrille e Rende. Le forme, tra loro diverse, trovano la giusta compattezza grazie a un attento lavoro svolto sugli accostamenti timbrici e sulle dinamiche. In scaletta troviamo solo originali firmati da Monder, tranne la rivisitazione di Oh, What A Beautiful Mornin’ di Rodgers & Hammerstein.

martedì 16 febbraio 2016

LuPi
"Everything Will Be Fine"
[Bunch Records, 2015]

C’è un evidente approccio sperimentale in “Everything Will Be Fine”, il nuovo lavoro firmato dal quartetto LuPi, composto da Luca Pissavini al contrabbasso, Filippo Cozzi al sax alto, Simone Quatrana al Fender Rhodes e Andrea Quattrini alla batteria. Nelle otto composizioni di Pissavini convivono contrasti espressivi e formali che dànno luogo a un terreno di dialogo intrigato, tra suoni elettrici e acustici, fatto di temi cantabili e stridenti passaggi free. Ne derivano situazioni prossime all’introspezione, come in Your Very Eyes, introdotta da un sofferto solo di Filippo Cozzi, e movimenti d’insieme che tirano in ballo funk, metal e psichedelia. Forme in divenire che si espandono in maniera fluida e prevedono ampie metrature lasciate libere per gli interventi solisti e di divagazione tematica, in un insieme che prende significati e forza dalla condivisione d’intenti creativi tra gli interpreti e da un processo d’interplay tanto granitico quanto flessibile.

lunedì 15 febbraio 2016

Lorenzo Masotto
"Rule And Case"
[Preserved Sound, 2016]

Undici brani autografi compongono la scaletta del nuovo lavoro di Lorenzo Masotto, pianista già apprezzato nel precedente “Seta” (AlfaMusic, 2015) che in questo episodio assembla un gruppo dalla peculiare proprietà timbrica, con quartetto d’archi e con interventi, in alcuni brani, di batteria, sassofono e trombone. Forme che dànno luogo ad ambientazioni stilistiche che intercettano sia movimenti cameristici, prossimi al mondo classico, sia di contemporaneità, soprattutto grazie all’utilizzo, sempre equilibrato, di sintetizzatori. L’intero lavoro si mantiene coerente alla propria estetica, riflette una netta chiarezza di scrittura, dove la cantabilità melodica funge da nucleo espressivo, e rimanda continui significati che vanno ricercati nelle “immagini sonore” che Masotto proietta attraverso una musica che scaturisce, come lui stesso dichiara, da: «momenti particolari della mia vita, emozioni, incontri, passeggiate, o una foto che ho visto». L’immagine di copertina è curata da Igor Compagno.

sabato 23 gennaio 2016

Forthyto: “Radio Interference” [Dodicilune, 2015]

Il chitarrista e cantante Vito Quaranta, conosciuto come Forthyto, chiama a raccolta un gruppo di musicisti dalla forte personalità artistica, come Luca Aquino alla tromba, Antonello Salis alla fisarmonica e Arup Kanti Das alla tabla e voce, per ampliare gli orizzonti timbrici del suo trio, completato da Giorgio Vendola al contrabbasso e Mimmo Campanile alla batteria. L’album si rivela stilisticamente sfaccettato, con brani, presi da repertori tra loro lontani, da J.S. Bach ai Led Zeppelin, votati alle melodie cantabili, dove la chitarra del leader è sia raccordo di coerenza tra le varie componenti formali ed espressive, sia punto di primo piano nei temi proposti. Forthyto mostra un fraseggio strumentale fluido con richiami blues, si ritaglia introspettivi momenti in solo e arrangia i dodici brani in programma con dovizia di particolari e grande attenzione verso gli accostamenti timbrici.

Mux: “Viale Redi Blues” [Dodicilune, 2015]

“Viale Redi Blues” è il primo lavoro firmato dai Mux, un sestetto composto da Gaia Mattiuzzi alla voce, Pasquale Mirra al vibrafono, Achille Succi al sax, clarinetto e flauto, Francesco Cavanese alla chitarra, Filippo Pedol al contrabbasso e basso elettrico e da Stefano Rapicavoli alla batteria. Quest’ultimo, che ha curato gli arrangiamenti e firmato i tre originali presenti in scaletta, presenta il progetto in questo modo: «Ho seguito più la componente emozionale che quella del calcolo e della costruzione. Ogni pezzo l’ho pensato come un’immagine, un ambiente, un paesaggio o una sensazione da trasmettere». Il lavoro presenta ampie pagine d’improvvisazione, attraverso la quale temi celebri, come Moonlight Serenade o My Favorite Things, subiscono un significativo lavoro di rilettura, per un insieme al tempo stesso mutevole nelle forme e coerente nelle intenzioni. In particolare, è la voce di Gaia Mattiuzzi a spostare l’epicentro caratteriale dell’album da momenti eleganti e misurati ad altri visionari e ipnotici.

martedì 19 gennaio 2016

Mirko Signorile: “Waiting For You” [Auand Records, 2015]

Nove brani, dei quali perlopiù standard, compongono la scaletta di “Waiting For You”, l’album che Mirko Signorile realizza con Marco Bardoscia al contrabbasso e Fabio Accardi alla batteria. In una nota stampa di presentazione è il pianista pugliese a descriverci le intenzioni del lavoro: «Avevo voglia di tuffarmi nel puro piacere di suonare. Per me gli standard rappresentano esattamente questo: un territorio in cui muovermi con naturalezza e disinvoltura». Signorile ama suonare i temi melodicamente cantabili, e in questo episodio ce ne dà ulteriore prova, con eleganza estrema (Moon River), con fantasia (Você Abusou), e con classe (Love Theme From Spartacus).

Seby Burgio: “Bounce” [Auand Records, 2015]

In “Bounce” troviamo il pianista Seby Burgio a capo del trio completato da Luca Bulgarelli al contrabbasso e Marco Valeri alla batteria. Fatta eccezione per un paio di rivisitazioni, tra le quali una frizzante Bright Mississippi di Thelonious Monk, il lavoro presenta solo originali scritti dal leader. Burgio pone il suo pianismo al centro delle forme dell’intero album, stilisticamente a cavallo tra swing e bop, spostando il baricentro espressivo in diverse ambientazioni, da momenti intimi e introspettivi, passando per situazioni dai richiami afro, fino ad altre dove il trio dà fondo alla propria capacità di coinvolgimento, come nell’iniziale Follow Me.

lunedì 18 gennaio 2016

Mette Henriette: “o - Ø” [ECM, 2CD 2015]

La sassofonista Mette Henriette pubblica su etichetta ECM un doppio CD, realizzato in un arco temporale a cavallo tra il 2013 e il 2014: il primo, indicato all’interno del booklet come “o”, in trio con Johan Lindvall al pianoforte, autore di tre brani in scaletta, e Katrine Schiøtt al violoncello; il secondo, completamente firmato dalla Henriette, con un ensemble di tredici musicisti, che prevede fiati, archi, bandoneon e sezione ritmica. Nella musica prodotta dal trio prevale un profondo senso di riflessione, caratterizzato da tempi dilatati, pause, movimenti misurati e suoni che si susseguono senza fretta alcuna. Il suono del sax è centrale nelle dinamiche, anche se non sottrae mai “respiro” ai brani proposti, alcuni dei quali si rivelano come brevi accenni, come fossero piccoli tratti a matita su ampi fogli bianchi. Il mood non varia di molto anche nel secondo CD, contraddistinto dal simbolo “Ø”, anche se in certe situazioni Mette Henriette libera la propria arte visionaria da schemi e significati, per proiettarsi in slanci free inattesi quanto utili ad allargare lo spettro espressivo e formale dell’intero lavoro.

sabato 16 gennaio 2016

Trio Immaginario: “Danze d’autunno” [Piccola Orchestra Records, 2015]

Dietro la sigla Trio Immaginario troviamo Roberto Bindoni alla chitarra elettrica, Matteo Cuzzolin al sax tenore e Nelide Bandello alla batteria. Il loro “Danze d’autunno” si basa principalmente su composizioni di Bindoni, il quale riversa nella sua scrittura la passione per la stagione autunnale. Ne deriva una musica che rivela stati d’animo chiaroscurali, intimisti, basata su ritmi sospesi, timbri tenui e melodie melanconiche. Di particolare interesse è l’accostamento timbrico tra chitarra e sax, capace di produrre dialoghi, rimandi e sottintesi dal profondo scavo espressivo, su forme in equilibrio tra improvvisazione e scrittura. I tre si regalano tempo per suonare, senza fretta, dando luogo a significati e atmosfere che si realizzano attraverso preziose lentezze.

venerdì 15 gennaio 2016

Rino Arbore feat. Michel Godard: “The Roots Of Unity” [Dodicilune, 2015]

Nove brani firmati da Rino Arbore compongono la scaletta di questo lavoro, dove troviamo il chitarrista a capo di un quartetto completato da Michel Godard (tuba e serpentone), Mike Rubini (sax e flauto) e Pippo D’Ambrosio (batteria e percussioni). Concettualmente l’album si sviluppa attorno all’idea di unità culturale, tradotta in copertina dalla coincidenza iconografica tra la figura della Madonna addolorata e quella delle donne arabe con il velo. Convergenze culturali che danno luogo a una musica che richiama riti popolari e religiosi unendoli con una certa avanguardia espressiva, con ritmi dilatati, melodie sospese, modi di operare talvolta essenziali e ridotti al minimo accenno o votati al suono d’insieme e privo di esitazioni. Arbore non invade mai gli spazi di manovra degli altri interpreti, cosicché a emergere è un peculiare profilo timbrico, lontano da cliché e canoni stereotipati.

giovedì 14 gennaio 2016

Roberto Ottaviano: “Astrolabio” [Dodicilune, 2015]

Per il suo “Astrolabio” il sassofonista Roberto Ottaviano organizza un quartetto dalla particolare cubatura timbrica, che prevede Gianluigi Trovesi al clarinetto, Glenn Ferris al trombone e Michel Godard alla tuba. Ottaviano, come i naviganti utilizzavano l’astrolabio per le loro avventurose rotte nautiche, solca i mari espressivi di quest’album dirigendosi in posti lontani e carichi di mistero. È lui stesso a parlarne nelle note di presentazione: «Attraverso la riscrittura e l’interpretazione contemporanea di pagine ispirate dall’antichità, immaginiamo un cavaliere come quell’Antonious Block evocato dal “Seventh Seal” di Ingmar Bergman, accompagnarsi nel suo lento viaggio sulle strade, attraverso i borghi, verso gli antichi monasteri, ricreando le radici di un approccio culturale con i secoli passati che non sia semplicemente folklorico, ma entri nella profondità della psicologia dell’uomo medievale». Idee tradotte in musica attraverso un approccio d’insieme coeso, dove la melodia è al centro del discorso formale, e dove i temi, tra originali di Ottaviano e alcune rivisitazioni, si sviluppano con misura, in una sorta di meditazione ipnotica e inattesa. Le intelaiature ritmiche rimangono spesso in filigrana, quasi sospese, e ogni interprete ha modo di inserire frasi funzionali nei meccanismi idiomatici del quartetto.

martedì 12 gennaio 2016

Rossano Baldini: “Light” [Albóre Records, 2015]

Rossano Baldini, Pierpaolo Ranieri, Michele Rabbia e Gianluca Petrella si danno appuntamento ai Revolver Studios di Roma per dare forma a “Light”, l’album edito dalla Albóre Records del produttore giapponese Satoshi Toyoda. Pianoforte, trombone, basso elettrico, percussioni e una fitta rete di suoni elettronici sono gli ingredienti di un lavoro che si dirige verso territori stilistici inediti, o appena riferibili a una certa avanguardia concettuale, intesa come voglia di smarcamento da schemi prevedibili e canoni preconfezionati. In programma troviamo otto tracce, colme di passaggi improvvisati, segnate da loop ipnotici e piani sonori che si susseguono, in certi casi con essenziale cautela, in altri senza soluzione di continuità. Musica approcciata con spirito di sottrazione e leggerezza strutturale, per un insieme dal profondo scavo espressivo.

Paolo Recchia: “Peace Hotel” [Albóre Records, 2015]

Tra originali e standard, come la conclusiva Every Time We Say Goodbye di Cole Porter, Paolo Recchia disegna la scaletta del suo “Peace Hotel”, l’album registrato in trio con Enrico Bracco alla chitarra elettrica e Nicola Borrelli al contrabbasso. Le atmosfere risultano rilassate, mansuete, in linea con il titolo programmatico dell’album, per un insieme che riflette relax esecutivo e un evidente senso di interplay tra i protagonisti. Il sassofonista evidenzia il suo rapporto con la tradizione jazzistica, proponendo però una cifra stilistica “viva”, capace di prendere corpo con semplicità e caratterizzata da melodie ariose e cantabili.

lunedì 11 gennaio 2016

Saul Zebulon Rubin: “The Zebtet” [Red Records, 2015]

Ben ancorato alla tradizione jazzistica, quanto aperto a una modernità espressiva riferibile all’attuale scena newyorkese, il chitarrista Saul “Zebulon” Rubin mette in fila dieci brani, tra originali e rivisitazioni, nella scaletta di questo lavoro svolto con varie formazioni, dal duo al quintetto. Tra i protagonisti dell’album, prodotto dalla Red Records di Sergio Veschi, troviamo Johnny O’Neal, voce ospite in un’essenziale versione di Make Someone Happy; Fabio Morgera alla tromba e Stacy Dillard al sax tenore, entrambi capaci di imprimere con i loro interventi un forte senso del blues alle atmosfere dei brani; Ben Meigners al contrabbasso e Brandon Lewis alla batteria, pronti nel carezzare i tempi nelle ballad e all’occorrenza di ingranare marce ritmiche sostenute. Musicisti duttili, guidati da un leader che si distingue per il suo relax esecutivo, la profonda espressività melodica e per un caldo timbro strumentale.