venerdì 21 febbraio 2014

The Framers THE FRAMERS (Auand Records, 2013)

Il progetto “The Framers”, ideato e prodotto da Phil Mer (batteria) e Andrea Lombardini (basso), unisce musica e riferimenti alla storia dell’arte, sia per quanto riguarda l’artwork, firmato da Sergio Pappalettera, sia per l’ispirazione tematica dei brani. Le tracce sono sviluppate intorno all’espressività dei quadri di famosi pittori, come Picasso, Bosch o Andy Warhol. La musica fa dunque da cornice alle immagini, come nel caso di Orologi molli, brano dal ritmo sfuggente e indefinibile, come gli orologi deformati di Dalì, o di Visioni simultanee, basato sui piani sovrapposti del futurista Boccioni, dove si incontrano atmosfere tra loro diverse e conflittuali. Si tratta di un percorso di temi originali, fatta eccezione per Sunday Morning dei Velvet Underground, che in questa versione ospita la voce di Malika Ayane. L’altro ospite del progetto è Mario Biondi, che compare nella conclusiva “Paint!”, mentre il resto dei brani sono caratterizzati dagli interventi dei musicisti chiamati in causa dai The Framers, come Jason Lindner, Fulvio Sigurtà e Francesco Bearzatti. Il CD è contenuto in un cofanetto curato nel dettaglio, che include dei cartoncini, uno per ogni traccia, dove sono riportati i credits e la riproduzione delle immagini che hanno ispirato le composizioni.

Alvin Curran - Paolo Tofani - Mauro Tespio SEGMENTS (Cramps Records, 2013)

Il titolo dell’album edito da Cramps Records, il primo della collana di musica contemparanea “POPtraits”, fa riferimento ai dieci segmenti musicali proposti in scaletta, nei quali l’inedito trio composto da Mauro Tespio, Paolo Tofani e Alvin Curran dà forma a una matrice sonora che non conosce punti fermi di identità, sia strutturali sia espressivi. Gli scenari prendono vita grazie all’accumulo degli eventi che si susseguono senza una determinata logica, e sono rappresentati da rumori ambientali catturati con macchine analogiche, singole note suonate con diversi strumenti, campionamenti, voci sciamaniche, accostamenti timbrici spesso in contrasto. “Segments” si mantiene in un ambito di sperimentazione pura e atonalità, dove le poche melodie sono prima accennate e poi prontamente smentite dagli interpreti. Nel cammino si incontrano situazioni totalmente free e strategie espressive prossime alla casualità, sviluppate su matrici ritmiche indefinibili, momenti di calma apparente alternati al caos creativo. L’album è un crocevia tra cultura europea, echi africani e idee orientali, ed è riferito quasi esclusivamente a un pubblico amante degli ascolti senza compromessi, pronto a dividere la propria opinione tra genialità e noia.

martedì 18 febbraio 2014

Keith Jarrett / Gary Peacock / Jack DeJohnette SOMEWHERE (ECM Records, 2013)

Sono passati tre decenni dalla prima incisione dello Standard Trio. Era il gennaio del 1983 quando Gary Peacock, Jack DeJohnette e Keith Jarrett entrarono in studio per registrare i 14 brani che confluirono negli album, editi da ECM, Standards, Vol. 1, Standards, Vol. 2 e Changes. Da quel momento una fetta importante di storia del jazz, che già in quel periodo li aveva apprezzati nelle vesti di leader, sarà scritta dalle loro gesta. Oggi l’etichetta di Manfred Eicher celebra questa ricorrenza con la pubblicazione di Somewhere, l’album che testimonia la performance dal vivo al KKL Concert Hall di Lucerna, datata 11 luglio 2009. In scaletta troviamo sei brani, alcuni dei quali superano i dieci minuti di durata, dove il trio ribadisce con estrema precisione e forza la propria empatia espressiva, unita alla capacità assoluta di piegare la musica verso linee di bellezza estrema. I tre, costantemente attesi da importanti riscontri, non si sono mai cullati sugli allori, e sono stati in grado di produrre con intensità ogni capitolo della loro storia. Quella che riescono a sviluppare è una sorta di magia, ampiamente confermata in questo lavoro, dove la spontaneità con cui è suonata la jarrettiana Deep Space ne è esempio esaustivo.

Craig Taborn Trio CHANTS (ECM Records, 2013)

La scaletta di Chants prende forma attraverso composizioni originali firmate da Craig Taborn, che torna a incidere per ECM dopo il piano solo Avenging Angel del 2011. Negli Avatar Studios di New York il pianista ha voluto al suo fianco Thomas Morgan al contrabbasso e Gerald Cleever alla batteria. Un trio fortemente caratterizzato dall’espressività di insieme, messa in primo piano sulle capacità tecniche dei singoli. L’album, pensato e messo a punto in un ampio arco temporale da Taborn, si distingue per le ambientazioni chiaroscurali (Cracking Hearts), giocate spesso su sottili equilibri dinamici, sfumature melodiche e triangolazioni empatiche, e sulla ricerca continia dell’esatto punto di tensione timbrica. Nella traccia d’aperura Saints, il leader disegna una linea melodica frastagliata, con scale ascendenti e discendenti, mentre la successiva Beat the Ground vive su un fraseggio più serrato, arricchito da ampi spazi improvvisativi. Nella traccia In Chant il sound si muove in territori minimali, dove gli interpreti si scambiano informazioni cifrate, intervallate da pause e melodie cantabili. Esile è la condotta di Taborn anche in All True Night / Future Perfect, dodici minuti nei quali il trio emana tutta la sua naturale forza espressiva.

Odwalla ANKARA LIVE (CD+DVD) (Splasc(H) Records, 2013)

La confezione di Ankara Live contiene un CD con la registrazione del concerto che gli Odwalla hanno tenuto il 3 novembre 2012 al Teatro Giacosa di Ivrea, in occasione dell’XI Open World Jazz Festival, e un DVD che testimonia la loro partecipazione al 15th International Ankara Jazz Festival del 16 aprile 2012. Rispetto al supporto audio, di maggiore interesse è il filmato realizzato dalla TRT (Turkish Radio and Television Corporation), nel quale si può apprezzare appieno la validità dell’ensemble capitanato da Massimo Barbiero, anche per via della presenza sul palco dei due ballerini: Sellou Sordet e Gerard Diby. La danza si fonde con la musica in un unico flusso, ed è un elemento essenziale nell’estetica degli Odwalla, i quali mettono insieme un’ora e mezza di concerto capace di coinvolgere il pubblico presente in sala, e di catturare l’attenzione anche attraverso il video. Questo perché le soluzioni adottate non riportano mai a linee di banalità, ma vivono di luce propria grazie all’innesto continuo di elementi timbrici e soluzioni melodiche, prodotte dalla marimba, dal djembe e dalla nutrita serie di strumenti utilizzati. Come bonus è disponibile un’intervista di circa quindici minuti, nella quale Barbiero descrive le dinamiche espressive degli Odwalla.

Alessio Menconi SKETCHES OF MILES (Abeat Records, 2013)

La figura artistica di Miles Davis è presa come punto di riferimento dal triO capitanato dal chitarrista Alessio Menconi, e completato dal batterista Alessandro Minetto e da Alberto Gurrisi all’organo Hammond. Il loro è un impasto timbrico particolare, nel quale la chitarra dagli accenti bluesy di Menconi si pone spesso in primo piano, anche se non mancano gli spazi solisti a favore degli altri due interpreti. In scaletta, come era lecito attendersi dal titolo, troviamo brani firmati da Davis o che ne hanno fatto la storia nelle sue diverse incarnazioni stilistiche e formali. In apertura 81 delinea le dinamiche costruttive del trio, mentre la successiva Four – giocata su ritmo veloce - mette in mostra sia la tecnica di Menconi sia le capacità interpretative di Gurrisi e Minetto, in un susseguirsi serrato di soli e break. L’album vive anche di momenti più rilassati e pensosi, come quelli di In Your Own Sweet Way, lo standard di Dave Brubeck del 1955, nei quali emerge la sensibilità di Menconi e quel suo modo di emettere note sospese ed evocative. Nell’insieme si tratta di un lavoro di rivisitazione attento alle trame originali dei brani, ma piegato dal trio verso una propria personalità.

lunedì 10 febbraio 2014

Enrico Pieranunzi: “The Day After The Silence” (Alfa Music)

L’etichetta Alfa Music dà alle stampe una nuova collana di cd dedicati a Enrico Pieranunzi, dal titolo “The Early Years”. Si tratta di una serie di interessanti ristampe, curate nella grafica e nella risposta audio, rimasterizzate negli studi Hi-Jazz (www.hi-jazz.com) di Grottaferrata (RM). Il primo album messo in circolazione è “The Day After The Silence”, del 1976, dove il pianista romano si produce nel primo piano solo della sua lunga carriera, originariamente edito su vinile dalla Edi-Pan. Dieci brani originali dove Pieranunzi dà fondo alla sua già ampia sapienza pianistica, che lo porterà a diventare uno dei più grandi esponenti dello strumento. Nel booklet si legge una lunga nota di Maurizio Franco, il quale descrive i brani presenti nel cd, e ci fornisce una retrospettiva di quello che era il jazz in Italia negli anni Settanta. Un genere che nel nostro Paese ancora doveva trovare una via personale, e che grazie a musicisti come Enrico Pieranunzi ha poi raggiunto un’identità e una forza espressiva notevole.

www.enricopieranunzi.com

martedì 21 gennaio 2014

Paolo Fresu: Vinodentro Soundtrack, Tǔk Music - 2014

“Vinodentro” è la colonna sonora dell’omonimo film del regista Ferdinando Vicentini Orgnani, che inaugura le serie Tǔk Movie dell’etichetta Tǔk Music, diretta da Paolo Fresu. L’album basa la sua riuscita espressiva su una forte componente melodica, che coinvolge tutti i protagonisti della registrazione. Oltre al trombettista sardo (in alcuni brani anche al piano) troviamo le percussioni di Michele Rabbia, gli archi dell’ensemble I Virtuosi Italiani e Daniele Di Bonaventura al bandoneon e al pianoforte nella traccia “Fermo”. La scaletta è un susseguirsi d’intense suggestioni, che rimandano a scenari malinconici, visioni di ampi orizzonti e movimenti che lasciano intendere soluzioni liete. Stilisticamente in bilico tra tango, musica classica (è indagato anche il repertorio mozartiano in due brani), e jazz in senso molto ampio, il lavoro scorre via per i suoi cinquanta minuti di durata in maniera pregevole e senza mai trovare cedimenti formali. La copertina è opera dell’astrattista siciliana Carla Accardi.

lunedì 20 gennaio 2014

Franco D’Andrea: La macchina del tempo

Quella di Franco D’Andrea è una visione musicale totale. Forte di un percorso capace di abbracciare decenni di storia del jazz, il pianista continua il suo lavoro di ricerca mantenendo a mente la lezione dei grandi maestri del passato, ma con lo sguardo fisso verso il futuro.

Il Perigeo, la didattica, i concerti con varie formazioni, l’approccio al piano solo, l’amore artistico per Thelonious Monk, l’ideazione di diversi progetti: parlare con Franco D’Andrea è come andare sulla giostra del tempo e dei concetti, tra mille emozioni e suggestioni particolari. Snocciola idee con sapienza e convizione, mantenendo sempre un profilo di garbatezza e autentica modestia. Le sue sono caratteristiche tipiche di un grande uomo, che in questo caso coincidono con quelle di un musicista eccelso.

Di recente hai pubblicato Today, un disco di piano solo che nella tua carriera mancava da alcuni anni. Sì, ci voleva. Era nell’aria anche perché era da molto tempo che non mi esprimevo in questa forma intima e particolare (dall’album Live At Radio Popolare del 2006, NdR). Si tratta di un lavoro registrato in studio, nel quale ho dato libero sfogo all’esplorazione. È un lavoro dove si rintracciano delle cose provenienti dal passato, dalle mie passioni musicali, ma istintivamente proiettato nel futuro. Amo mettere nei miei dischi un qualcosa che venga dalla storia del jazz, dai repertori di quei musicisti che mi hanno affascinato e colpito durante il mio cammino; e sono convinto che si possa costruire qualcosa di nuovo attingendo dai colori del passato, anche se non abbraccio i musicisti nella loro totalità, ne prendo spunto da determinati periodi, fatta eccezione per Thelonious Monk che rimane probabilmente il mio musicista di riferimento.

Non avevi nulla di pronto prima della resistrazione? I brani contenuti in Today sono quasi tutti frutto di un’improvvisazione libera. Ho sempre avuto l’idea che anche nell’espressione in solo bisognava avere dei pezzi del mosaiaco già pronti cui attaccare le altre tessere, come per esempio una semplice struttura ritmica, oppure un certo brano al quale sono affezionato o che mi stimola. In questo caso sono andato in studio dopo che per un anno avevo lavorato alle idee per l’album, ma alla fine non ho usato niente di cose precomposte e ho utilizzato solo quello che mi arrivava in testa in quel momento. I pezzi sono improvvistati in maniera totale. Non sapevo in che direzione mi stavo muovendo e ho fabbricato la forma di Today in tempo reale.

Hai nominato Monk. È appena uscito l’album Monk And The Machine per la Parco della Musica Records. Sì, è un lavoro dedicato alla figura di Monk, che è al centro di tutto il discorso espressivo. Prima o poi dovevo fare qualcosa del genere. A lui ho già dedicato delle cose: Plays Monk in solo nel 2003 e Our Monk in duo con Phil Woods nel 1994. Mi mancava un lavoro più complesso e per certi versi più orchestrale. Nell’occasione il sestetto (Andrea Ayassot, Daniele D’Agaro, Mauro Ottolini, Aldo Mella e Zeno De Rossi, NdR) si è rivelato come soluzione ideale e ha funzionato molto bene. La voglia di realizzare questo lavoro c’era già da qualche tempo, ed era nata in occasione di un concerto tenuto Vicenza, dove abbiamo suonato il repertorio di Monk. Da lì ho inizito a fare delle cose attinenti alla sua musica.

Come hai costruito la scaletta? Nel disco ci sono pezzi suoi, ma anche altri che sono dedicati o prendono spunto da sue caratteristiche, come l’uso dell’intervallo di seconda maggiore, certi riff, alcune frasi particolari, le scale esatonali. Abbiamo fatto dei pezzi improvvisati basati su queste peculiarità. Poi ci sono brani originali scritti da me che possono in qualche maniera avere un senso in questo contesto. Lui era un personaggio che aveva radici antiche, rintracciabili per esempio nel blues, ma poi si proiettava nel tempo in un futuro indeterminato. Molti ne restano scolvolti ancora oggi, perché aveva la vista lunga, era futuribile. È stato un po’ come Duke Ellington, che continuò sempre a inventare e scoprire cose nuove. In questo però Monk è avanti come nessun altro. La sua musica va avanti e indietro nel tempo e attinge da colori provenienti da diverse epoche. Il nostro disco vuole trasmettere questa idea.

Ti sei avvicinato a lui anche se il pianoforte non è stato il tuo primo amore. Vero. Per un bel po’ di tempo, anche quando già suonavo il piano, continuavo a pensare agli strumenti a fiato. All’inizio ero innamorato del jazz tradizionale, di musicisti come Louis Armstrong. Ho provato a suonare il sax, la tromba e il clarinetto, e il mio obiettivo era quello di suonare il jazz, una musica che mi aveva affascinato totalmente e che era legata strettamente agli strumenti a fiato. Anche da pianista mi sono portato dietro questo tipo di esperienza. A un certo punto il piano è stato un passaggio obbligato, perché iniziai a suonarlo per capire come funzionava l’armonia. Il pianoforte era in già casa, per casualità. Sono stato per molto tempo un “pianista prestato” come mentalità. Ancora oggi ho sempre la voglia di avere uno strumentista a fiato vicino a me. Da Tino Tracanna a Mauro Ottolini o Andrea Ayassot e Daniele D’Agaro, l’idea mi piace sempre, avere qualcuno che soffia in questi strumenti è magnifico, ci sono troppo affezzionato, sono strumenti con cui bisogna essere in simbiosi per far uscire un buon suono, mentre il piano è più mediato, c’è un meccansimo tra strumento e artista.

Per un periodo, quando eri nel Perigfeo, sei anche passato allo strumento elettrico. Sì, anche perché quel tipo di musica, come ampiamente dimostrato da Miles Davis, doveva adottare il colore, del resto molto interessante, del piano elettrico. L’ascolto di album come Bitches Brew mi avvicinarono a questo strumento. Il Perigeo nasce da un’idea di Giovanni Tommaso, il quale pensò subito a me per svolgere il ruolo del pianista. Era una situazione molto particolare dal punto di vista dell’insieme timbrico, e basata sull’elettronica. Adoperavo molti effetti per creare qualche forte variante sul suono del Fender Rhodes. Uscivano fuori suoni di vario tipo grazie a dei dispositivi che lo rendevano ora aggressivo, poi spaziale o più liquido. Ricordo con piacere quel periodo, molto creativo e volto e all’ispirazione timbrica.

Perché il progetto è poi terminato? Eravamo dei musicisti creativi, e come tali, arrivati a un certo punto del percorso, avevamo fatto tutto quello che dovevamo fare. Il fatto di avere successo o meno non era importante. Volevamo tirare fuori il massimo dalla musica e dopo cinque dischi non ci vedevamo molte cose oltre. Il ciclo era stato compiuto. Se avessimo badato solo ai soldi, saremmo andati avanti per altri venti anni. Ma noi eravamo un po’ particolari.

È passato molto tempo da quei giorni, oggi però continui a toglierti molte soddisfazioni, come i concerti dello scorso settembre a Milano e Torino dove ti è stata data “carta bianca”. Di cosa si è trattato? Per la prima volta della mia vita un’associazione di musica classica come Settembre Musica, che dedica anche spazio al jazz, mi ha dato “carta bianca” per fare quello che volevo nell’arco di due giorni. Ho così potuto realizzare il punto della situazione della mia vita musicale, e ho fatto dei concerti con diverse formazioni. Il progetto l’ho chiamato Traditions And Clusters (come l’album uscito per la El Gallo Rojo nel 2012 e premiato con il Top Jazz, NdR) e oltre ai musicisti del sestetto ho voluto con me due ospiti d’eccezione, con i quali ho di recente avuto modo di dividere alcune esperienze sul palco: Han Bennink e Dave Douglas. Mi fido di loro due in maniera assoluta e li considero nella cerchia dei miei musicisti preferiti attualmente. Nel pomeriggio l’ottetto si è scisso in varie situazioni, dal solo al duo e poi con gli altri per un programma esteso. Inoltre, ho suonato in duo con Douglas, e abbiamo fatto delle cose in quartetto. Questa formula è molto usata in Francia, dove succede spesso che venga data la possibilità a un musicista, anche non molto conosciuto di esprimersi nella totalità della sua esperienza artistica, mentre in Italia avviene di rado e solo con personaggi affermati. È stata una grande esperienza e una bella gratificazione.

Per te le gratificazioni arrivano anche dall’insegnamento. Sei dell’idea che le nozioni eccessive di cui dispongono oggi i giovani musicisti stanno portando verso un appiattimento della fantasia espressiva? Questo è il pericolo di ogni tipo di didattica. Dipende solo da chi è chiamato a insegnare, non è certo colpa degli allievi. Gli insegnanti sono quelli che ne sanno di più e dovrebbero capire certe cose, soprattutto nel campo della creatività, e non solo nella musica. La creatività è alla base di tutto ciò che di bello ha creato l’uomo. Bisogna essere disponibili a sperimentare e rischiare. Come insegnanti dobbiamo saper sviluppare le forze personali del singolo allievo. Capire quali sono i suoi punti deboli e insistere nel far emergere le qualità migliori. In questo modo daremo un servizio all’allievo basandoci sulla nostra esperienza. Solo così l’insegnamento ha un senso compiuto.

sabato 11 gennaio 2014

Note di gonna (quando il jazz lo suona lei)

http://www.amazon.it/Note-gonna-quando-jazz-suona-ebook/dp/B00GBBMV4K

“Note di gonna” è il primo capitolo della collana “Dentro la scen@” - il jazz in Italia ai tempi del download -, una serie di ebook rivolta a illustrare la situazione del movimento jazzistico in Italia all’inizio degli anni Duemila. Si tratta di brevi indagini, svolte attraverso le interviste, le dichiarazioni e le idee di chi vive ogni giorno la realtà di questa musica, in perpetuo divenire e in continuo confronto tra passato, presente e ipotesi future. Parola dunque ai musicisti, esordienti e affermati, e alla comunità di riferimento, dai critici ai tecnici di registrazione, dai manager agli organizzatori di eventi, per far luce su una realtà artistica che non conosce stasi creativa, e capace di proiettare significati alti, ma che si possono riscontrare anche nella vita di ogni giorno. In questo episodio d’apertura l’argomento trattato è la condizione delle musiciste in un ambito storicamente di natura maschile. Tra i jazzisti esiste ancora discriminazione nei confronti delle colleghe donne? Il pubblico si trova spiazzato davanti a una donna che sul palco suona la batteria o il contrabbasso?

venerdì 11 ottobre 2013

Luca Aquino: "aQustico" (Tŭk Music, 2013)

Come il precedente “Chiaro” del 2011, anche “aQustico” esce per l’etichetta di Paolo Fresu Tŭk Music. Per Luca Aquino, recentemente impegnato in diversi contesti artistici, come quello con Manu Katché, si tratta della quinta incisione con il suo nome scritto in grande, e anche in questa occasione non manca l’appuntamento con l’originalità della proposta, sia dal punto di vista formale sia espressivo, che lo ha accompagnato finora nel suo cammino. Si tratta di un lavoro essenzialmente svolto con il fisarmonicista Carmine Ioanna, anche se è la versatilità dell’intero ensemble (completato da Sade Mangiaracina al piano, Giorgio Vendola al contrabbasso e Alessandro Marzi alla batteria) a segnare in maniera determinante le sette tracce in programma, cinque delle quali firmate dal leader. Al centro del linguaggio espressivo c’è l’amore di Aquino per le melodie, che si rivelano nervose e piene di spigolature nella title track, ma anche vellutate e pensose in "Chet e Liz" e in "Mastroianni", brano d’apertura firmato da Mangiaracina. Intorno si muovono ambientazioni stilistiche diverse, che tracciano un percorso d’ascolto che muove con disinvoltura dal jazz in senso stretto, agli echi balcanici, a situazioni free form.

more: http://www.lucaaquino.com/

mercoledì 11 settembre 2013

Murcof & Philippe Petit: “First Chapter” (Aagoo Records, 2013)

L’incontro tra i multistrumentisti

Fernando Corona e Philippe Petit produce un album fortemente caratterizzato da un approccio alla materia sonora di tipo sperimentale, nel quale confluiscono tappeti di derivazione ambient, religiosità espressiva che muove nei territori di Arvo Pärt e un’idea d’insieme riferibile al mondo delle colonne sonore, intese come sottofondo a immagini in movimento. “First Chapter” si risolve in tre passaggi (per un totale di quaranta minuti) dal ritmo lento, a tratti lentissimo, nei quali assistiamo all’alternaza di voci dal richiamo gregoriano (nello specifico quella di Sarah Jouffroy), archi dall’espressività sinistra e inquietante, e innesti prodotti da macchine elettroniche di vario genere. I significati delle composizioni chiamano in ballo la figura della maga Circe, il divino cavallo Pegaso e leggende della tradizione germanica, per un insieme difficilmente districabile e rivolto a un pubblico pronto a esperienze d’ascolto di confine.

Sleep Makes Waves: “… And So We Destroyed Everything” (Monotreme, 2013)

Gli Sleep Makes Waves sono un quartetto australiano che ha ottenuto diversi riconoscimenti in patria, e che con il loro album di debutto “…And So We Destroyed Everything” tentano di andare alla conquista di nuove frontiere di ascoltatori. L’album si compone di otto brani strumentali (più un CD di nove tracce remixate da vari artisti) nei quali i ragazzi producono la loro cifra stilistica, individuabile in una sorta di terra di mezzo tra post-rock e psichedelia. Grande risalto viene dato alla sovrapposizione, discreta e timbricamente ben calibrata, dei piani sonori prodotti dai due chitarristi Jonathan Khor e Otto Wicks-Green, i quali poggiano la loro espressività sulle matrici ritmiche elaborate dal batterista Tim Adderley e dal bassista Alex Wilson. I brani sono strutturati secondo passaggi in diverse ambientazioni sonore, e si caratterizzano per l’alternanza di situazioni quiete, al limite della trasparenza, ad altre più decise sia dal punto di vista timbrico sia dell’impatto strumentale. Il lavoro di distingue per l’organizzazione d’insieme, anche se i riferimenti ad altre realtà già esistenti (vedi, tra i tanti, Giardini di Mirò) ne compromettono l’originalità.

The Letter Yellow: “Walking Down The Streets” (Autoproduzione, 2013)

Dopo un periodo di gavetta per i newyorkesi The Letter Yellow è arrivato il momento del debutto sulla lunga distanza. Il loro autoprodotto “Walking Down The Streets” include dodici tracce scritte da Randy Bergida (voce, chitarre, synth), il quale ha realizzato la sua idea cantautorale raccogliendo le impressioni della gente e osservando gli scenari di vita quotidiana nelle strade della Grande Mela. Il trio è completato da Abe Pollack (basso) e Mike Thies (batteria) e la loro cifra stilistica è individuabile nell’ambito del pop rock più classico, fatto di melodie orecchiabili (“Changed”), ballate (“Window”), situazioni mid tempo (“I Can’t Get A”), passaggi leggermente più vivaci dal punto di vista ritmico (“It’s Monday And I’m Dreaming”) e da una serie di brani rivolti a un ascolto leggero e disimpegnato. Nell’insieme si tratta di un album con una sua precisa identità, anche se il trio non sembra aver raggiunto uno stato di propria originalità espressiva.

martedì 10 settembre 2013

Piero Delle Monache: Thunupa African Tour 2013 (6 - 18 ottobre)

Libreville, Addis Ababa, Nairobi, Maputo, Johannesburg, Città del Capo, Harare. Queste le città dell'Africa subsahariana che il Piero Delle Monache Quartet toccherà il prossimo ottobre, dal 6 al 18. La band del sassofonista abruzzese si esibirà in festival, teatri e istituti culturali per presentare il disco Thunupa pubblicato da Parco della Musica Records (etichetta ufficiale di Fondazione Musica per Roma, con sede presso il famosissimo Auditorium di Renzo Piano. Uscito a maggio 2012 e già acclamatissimo, Thunupa ha ottenuto diversi riconoscimenti: oltre ai quelli italiani di Musica Jazz e Jazzit (relativi bollini più nomination nei Jazzit Awards e inserimento tra i migliori 100 dischi dell’anno), anche il Bollino 4Etoiles della rivista francese Jazz Magazine.

Organizzato dal Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con Fondazione Musica per Roma, il Thunupa African Tour è il quarto dei tour italo-africani indetti dalla Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, ma il primo tour intercontinentale di Piero Delle Monache.

IL SEME DI THUNUPA Scultura in terra cotta, simbolo ufficiale del tour e omaggio destinato ad ogni sede ospitante. Ideato e realizzato a tiratura limitata dai creativi Elisabetta di Bucchianico e Dario Oggiano per L’Officina delle Invenzioni.

mercoledì 4 settembre 2013

Franco D’Andrea: In concerto a Mito Settembremusica 2013 (8 e 10 settembre)

Franco D’Andrea è tra gli ospiti principali di Mito Settembremusica 2013. La direzione artistica ha proposto al Maestro una sorta di “carta bianca” per la sua partecipazione al Festival.

Tre gli appuntamenti tra Torino e Milano in cui D’Andrea si esibirà in varie formazioni, dal piano solo al sestetto. Insieme a lui sul palco, due ospiti d’eccezione: il batterista Han Bennink e il trombettista Dave Douglas, oltre chiaramente agli altri musicisti del suo sestetto (Mauro Ottolini al trombone, Andrea Ayassot al sax, Daniele D’Agaro al clarinetto, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria).

Oltre ai brani del suo disco in piano solo “Today”, edito a maggio di quest’anno dall’etichetta El Gallo Rojo, Franco D’Andrea suonerà gran parte del repertorio di “Traditions and Clusters”, il doppio album che vinto nel 2012 il Top Jazz come “Miglior disco dell’anno”.

L'iridescente arte di Franco D'Andrea è un poliedro tendente alla sfera. Una straordinaria panoramica sul suo pensiero musicale libero da manierismi di sorta e costantemente alla ricerca di un'espressività autentica e profonda. Musica di una caparbietà gentile, appuntita, magmatica, scattante e raffinata. Travolgente e coerente allo stesso tempo. Mirabilmente in bilico tra Apollo e Dioniso. Intensamente personale, completamente jazz.

In un'epoca in cui nella maggior parte dei casi si maneggiano forme, estetica e arte con i guanti dell'anatomopatologo a proteggersi dalla formalina, Franco e la sua musica sono una delle luci più forti in una notte buia. Un faro da seguire per superare un mare scuro e viscoso in bonaccia.

Torino - Domenica 8 Settembre 2013 - ore 11:00 Teatro Regio, Foyer del Toro Incontro con Franco D’Andrea Partecipano Luca Bragalini, Luciano Viotto Ingresso gratuito

Torino - Domenica 8 Settembre 2013 - ore 17:00 Teatro Regio Franco D’Andrea Traditions and Clusters

PARTE I Franco D'Andrea piano solo (pianoforte) in duo con Han Bennink (percussioni) in trio con Daniele d’Agaro (clarinetto), Mauro Ottolini (trombone), ospite Han Bennink (percussioni) in duo con Dave Douglas (tromba) in quartetto con Andrea Ayassot (sassofoni), Aldo Mella (contrabbasso), Zeno De Rossi (batteria), ospite Dave Douglas (tromba) Posto unico numerato € 10

Torino - Domenica 8 Settembre 2013 - ore 21:00 Teatro Regio Franco D’Andrea Traditions and Clusters

PARTE II Franco D'Andrea, pianoforte in sestetto con Andrea Ayassot (sassofoni), Daniele d’Agaro (clarinetto), Mauro Ottolini (trombone), Aldo Mella (contrabbasso), Zeno De Rossi (batteria), ospiti Dave Douglas (tromba) e Han Bennink (percussioni) Posto unico numerato € 15

Milano - Martedì 10 Settembre 2013 - ore 21:00 Teatro Manzoni di Milano Traditions and Clusters Franco D'Andrea Sextet con Dave Douglas (tromba) Han Bennink (percussioni) Franco D'Andrea (pianoforte) Andrea Ayassot (sassofoni) Daniele d'Agaro (clarinetto) Mauro Ottolini (trombone) Aldo Mella (contrabbasso) Zeno De Rossi (batteria) Ospiti: Dave Douglas (tromba) Han Bennink (batteria e percussioni) posto unico numerato € 20

martedì 3 settembre 2013

JazzitFest - Collescipoli (TR) - 5-8 sett. (106 concerti, 450 musicisti)

LA PIU' GRANDE FESTA DI SEMPRE DEL JAZZ ITALIANO

visita il sito del jazzit fest

4 giorni, 104 concerti, 450 musicisti coinvolti ma anche conferenze, workshop, expo del jazz italiano ed esposizioni d’arte e fotografiche

Dal 5 all’8 settembre 2013, in provincia di Terni, nel borgo medievale umbro di Collescipoli,andrà in scena la prima edizione del JAZZIT FEST, evento promosso e prodotto dalla rivista specializzata JAZZIT senza fare ricorso ai finanziamenti pubblici

La Vanni Editore srl, casa editrice delle riviste JAZZIT e IL TURISMO CULTURALE, conferma il suo spirito pionieristico organizzando dal 5 all’8 settembre 2013 il JAZZIT FEST: una quattro giorni di musica, mostre d’arte e di fotografia, stand, workshop, conferenze, seminari e proiezioni di film che invaderanno le vie, le piazze, gli antichi chiostri e le dimore storiche di Collescipoli, borgo medievale in provincia di Terni dove insiste la redazione di Jazzit, accogliendo il pubblico in una vera e propria “Cittadella del Jazz”.

Il tutto senza alcun tipo di contributo pubblico e a ingresso ad offerta per gli appassionati.

LA DIREZIONE OPEN SOURCE

Con ventisei concerti al giorno, conferenze, corsi, mostre d’arte e cineforum, il Festival sarà una vera e propria festa del jazz italiano, un evento nato da Jazzit per dar vita a un appuntamento tra musicisti, operatori del settore e appassionati di musica jazz attraverso una direzione artistica open source: sono stati i musicisti ad accogliere l’invito di Luciano Vanni, direttore ed editore di Jazzit, e a dare la propria disponibilità per suonare a titolo gratuito al JAZZIT FEST.

E così il programma ospita quattrocentocinquanta artisti provenienti da collocazioni stilistiche eterogenee e percorsi professionali differenti, che presenteranno i loro progetti originali, anche in prima nazionale, nell’ambito di questa manifestazione.

IL MEETING DEL JAZZ IN ITALIA

A rendere ancora più prezioso e innovativo l’evento, all’interno del Festival si terrà il Meeting del Jazz italiano: expo degli operatori del settore - etichette discografiche, festival, jazz club, scuole di musica, associazioni, promoter, agenzie di booking e management - che comprenderà anche conferenze e riunioni a porte aperte della redazione di JAZZIT.

SENZA CONTRIBUTI PUBBLICI

Il JAZZIT FEST si presenta alla prima edizione come l’evento più rivoluzionario dell’estate italiana, in quanto organizzato da una testata giornalistica specializzata senza il ricorso a finanziamenti pubblici con la formula Without Recourse To Public Funds.

Rispetto al consueto iter per il fund raising pubblico, il JAZZIT FEST sarà prodotto attraverso un’idea nuova di collaborazione tra soggetti privati, comunità, istituzioni e spettatori: la Vanni Editore Srl gestirà l’evento assumendosi in toto il rischio d’impresa, la comunità di Collescipoli parteciperà attivamente (tramite la Pro Loco) e le istituzioni comunali sosterranno l’evento senza oneri attraverso la messa a disposizione di strutture e servizi di utilità sociale. Anche il pubblico presente, poi, farà la sua parte: sosterrà l’evento anzitutto con la propria partecipazione e, se vorrà, con una donazione spontanea; potrà comunque assistere gratuitamente ai concerti in programma decidendo liberamente se sostenerli.

IL PAESE-FESTIVAL A DIDATTICA E OSPITALITÀ DIFFUSA

Nell’arco dei quattro giorni del JAZZIT FEST saranno organizzate conferenze, clinics, workshop (improvvisazione - arrangiamento - composizione - musica d'insieme – laboratorio di ear training – laboratorio di musica per bambini) e anche in questa circostanza sarà possibile frequentare ciascun evento a titolo gratuito.

Il piccolo borgo medievale umbro di Collescipoli, in provincia di Terni, sarà un paese interamente coinvolto: l’intera comunità offrirà un servizio di accoglienza, sicurezza, ospitalità e ordine pubblico, e grazie alla Pro Loco di Collescipoli sarà aperta la taverna del paese e più punti ristoro così da offrire, dalla mattina alla sera, servizi di ristorazione per colazione, pranzo, cena e degustazioni di prodotti tipici.

Direzione generale / Luciano Vanni – luciano@vannieditore.com - Direzione commerciale / Arianna Guerin – arianna.guerin@vannieditore.com - Segreteria di produzione del Jazzit Fest / Chiara Colasanti - info@jazzitfest.it - Segreteria di produzione del Meeting del Jazz in Italia / Eleonora Tatti - meeting@jazzitfest.it - Ufficio Stampa e Produzione / Fiorenza Gherardi De Candei - press@jazzitfest.it; Erica Simone erica@jazzitfet.it o Produzione / Vanni Editore srl – via Villa Glori, 3/a 05100 Collescipoli (TR) Tel: 0744.817579-801252

IL PROGRAMMA CONCERTISTICO GIOVEDI' 5 SETEMBRE

Nei diversi palchi del Borgo di Collescipoli: Monastero di S. Cecilia, Chiesa dell'Addolorata (piano), Piazzetta di Porta Ternana, Slargo Chiesa S. Maria Maggiore.

17.00 - 17.45 Koine Jazz Trio Lisa Maroni -Alessandro Bravo “Intwoition" Antonella Vitale - Roberto Genovesi “Acoustic Time" Giacinto Cistola Sextet Francesco Cipollone Trio

18.30 - 19.15

Leonardo De Lorenzo “Pictures" Quintet Michele Gori “Just Flutes Solo Project" Funkin' Monks Hard Chords Trio Dario Germani Trio “For Life"

20.00 - 20.45

Michelangelo Brandimarte “Nemo Project" Luigi Ranghino “Solo" Adovabadan Jazz Band Roberto De Carolis 4tet Alessandro Tedesco Quartet 21.30 - 22.15 Rosa Brunello “Omit Five" Enrico Roccatani “Piano Solo" Amanita Simone Maggio Trio I'M ANITA

23.00 - 23.45

Marini - Rolff - U.T.Gandhi Ottolini"Sousaphone Duo" Massimo D'Avola Trio Roberto Zechini “A Deep Surface" Giovanni Francesca Quintet

After midnight “Jazz e Letteratura" Gabriele Coen “Jewish Experience"

VENERDI' 6 SETEMBRE

17.00 - 17.45 Massimo Carafa “Blue Room 4tet" Trio Futuro “Magrona" Raquel Silva Joly “Bossa Nova Trio" Nutimbre Gabriele Boggio - Ferraris Quartet

18.30 - 19.15 Gazzarra Fabiola Trivella “Soprano In Jazz" Luca Di Luzio -Kamila Staszkòw “Jazzlife Duo" Armonica Jazz Quartet Progetto.Originals

20.00 - 20.45 Majaria Trio Majaria Trio Massimo Fedeli"Piano Solo" Settemeno Andrea Bonioli Quartet “Today Project" Domino's Trio

21.30 - 22.15 Leonardo Radicchi “Riot" Fausto Ferraiuolo-Gustavo Giacosa “Nannetaicus" Wam Trio Vincenzo Saetta - Antonello Rapuano 4tet Lisa Manosperti Trio “VoicingOrnette Coleman"

23.00 - 23.45 Zy Project Zy Project Giorgio Ferrera Trio Gianna Montecalvo -Lisa Manosperti “Open Duo" Cettina Donato “Crescendo in 4" MOF

around midnight “Jazz e Teatro"

SABATO 7 SETTEMBRE

17.00 - 17.45 Follow The Wires Marta J - Francesco Chebat Duo Marilena Paradisi- Ivan Macera “The Cave" Salvatore Arena Bassoon Jazz Quartet Ibrido Hot Six

18.30 - 19.15 Beppe Di Benedetto 5Tet Salvatore Cirillo - Adele Capacchione Duo Filippo Cosentino Duo Mike Rubini Extensive Quartet Nicola Mingo “New Bop Quartet"

20.00 - 20.45 Triad Vibration Milk Walter Beltrami"Looperville" MC3 LuPi

21.30 - 22.15 Claudio Fasoli “Four" Eugenio Macchia Trio Humpty Duo Fabrizio Savino Quartet Pasquale Iannarella Quartet

23.00 -23.45 Improvvisatore Involontario “The Ics-Men" Kekko Fornarelli - Roberto Cherillo “Shine" Giorgio Distante “-RAV-" Raf Ferrari 4tet Fazzini - Fedrigo “XY Quartet" Around midnight “Jazz e Cinema" Proiezione film + Amato Jazz Trio

DOMENICA 8 SETTEMBRE

17.00 - 17.45 Mo' Better Band Marchetti - Alessandrini Duo Gianmarco Filippini “Green Trio" Dagmar's Collective Nido Workshop

18.30 - 19.15 Modern Times Sextet Smoothless 3 Divieto di Bop Marco Albani Acoustic Quartet Marco Pacassoni Quartet

20.00 - 20.45 Bad Uok Nico Pistolesi & Andrea Lagi Else! Ineffable Quartet Dino Massa Quartet “Funky Monky"

21.30 - 22.15 Uroboro Open Collective Fabio Giachino “Piano Solo" Andrea Zanottera 4tet Crossing Quartet Rosario Di Rosa & Contemporary Kitchen

23.00 - 23.45 Eskimo Jazz Band diretta da Fabio Morgera Luca Pietropaoli “Assolo" Gabriele Buonasorte Quartet “Forward" The Bumps Roy Panebianco “Soulside"

venerdì 26 luglio 2013

White: “III” (Aagoo Records, 2013)

Dopo “Sunna”(2009) e “Twin Tigers” (2011) Cory Thomas Hanson, in arte White, dà alle stampe, tramite Aagoo Records, “III”, un album che ne conferma le attitudini pop-cantautorali in dieci brani scritti, prodotti e realizzati in solo. Canzoni nate durante i tour intrapresi negli ultimi anni con la Mikal Cronin Band e Pangea, che ne hanno forgiato la cifra stilistica, nella quale sono previsti inserimenti di parti elettroniche, soprattutto per quel che riguarda le matrici ritmiche, su tessiture melodiche ottenute con strumenti acustici e chitarre elettriche. Il timbro vocale, esile e in alcuni momenti sussurrato, evoca situazioni oniriche, come in “Pretty Creatures”, e richiama in mente le pagine più gentili dei Radiohead. White si occupa anche di arti visive, e nella costruzione della sua musica si rintracciano richiami ad elementi cinematografici, con specifica attenzione allo scambio di posizione tra primi piani, quasi esclusivamente costituiti dalla voce, e sfondi, curati con estrema attenzione nel dettaglio timbrico.

Marvin: “Barry” (Africantape, 2013)

Sono contenuti in poco più di mezzora i nove brani di “Barry”, l’album firmato dai Marvin, un trio francese giunto al terzo lavoro sulla distanza che conta. La loro è una cifra stilistica perimetrabile in un electro-rock dall’attitudine battagliera, pronto al cambio di marcia ritmico e melodicamente coinvolgente. Elementi che si riscontrano già nell’opener “Tempo Fighting”, brano dal tiro importante, con il quale fa il paio il successivo “Automan”, uno strumentale vorticoso e di grande impatto sonoro. I ragazzi amano tenere i volumi molto alti, come accade in “Giorgio Morricone”, ma sanno anche delineare percorsi melodicamente più contenuti. Il trio riesce a innescare situazioni dance-oriented, come accade in “The Dark Sheep” e “Un chien en hiver”, pur mantenedo costante la tensione ritmica che ne contraddistingue il carattere. Questo lavoro è il risultato di due anni passati a sperimentare sonorità e soluzioni, anche se i Marvin, come hanno avuto modo di sottolineare, preferiscono esprimersi nella dimensione live, dove riescono appieno a realizzare la loro idea estetica.

ascolta "Barry"

venerdì 19 luglio 2013

Hobby Horse: "Eponymous" (Parco della Musica Records, 2013)

Dan Kinzelman (sax, cl, fl, tast, voc); Joe Rehmer (cb, tast, voc, perc); Stefano Tamborrino (batt, perc, voc)

L’album “Eponymous” arriva dopo un lungo periodo di attività live intrapreso dagli Hobby Horse, il trio composto dal batterista toscano Stefano Tamborrino e dai musicisti americani Dan Kinzelman e Joe Rehmer. Le nove tracce proposte – molte delle quali firmate da Kinzelman - sono contenute in poco più di mezzora, e trovano una combinazione stilistica che unisce il free jazz, inteso come libertà espressiva dei singoli, innesti elettronici e soluzioni dinamiche vicine al rock e anche alla musica ambient. Il trio si distingue per l’ampiezza timbrica ottenuta con l’utilizzo di molti fiati, sintetizzatori e percussioni, oltre che della voce, come nella rivisitazione di Three Hours, di Nick Drake, o nella conclusiva Non ti scordar di me, che Tamborrino dedica alla memoria della moglie. L’immagine di copertina è il dipinto “Devoured Divergence”, di Evan Ross Murphy, realizzato per l’occasione.

Battle (Part 1) / Visitor / Ribcage / Watercourse / Kitten Salad Sandwich / Battle (Part 2) / Three Hours / Success / Non ti scordar di me

lunedì 24 giugno 2013

Mino Lanzieri: "The Alchimist" (Silta Records, 2013)

Il chitarrista Mino Lanzieri organizza un quartetto dal grande senso di interplay per dar vita al lavoro per Silta Records The Alchemist. Al suo fianco si muovono in maniea flessibile il contrabbassista Reuben Rogers, il batterista Gene Jackson e soprattutto Francesco Nastro, pianista dalle ottime doti tecniche, che nei cinquanta minuti di musica proposti si lascia ampiamente apprezzare anche per la forza espressiva che riesce a trasmettere.

In programma troviamo otto passaggi originali del leader, più la rivisitazione di "Falling Grace" firmata Steve Swallow, nei quali possiamo ascoltare un jazz autentico—con derivazioni boppistiche - giocato spesso e volentieri su andamenti medio-veloci, che fanno risaltare la capacità del quartetto nel saper sfruttare dinamiche importanti. Situazioni che di conseguenza portano quasi sempre Lanzieri e Nastro a dialogare con fluidità e scorrevolezza di linguaggio, mettendo così in evidenza la loro cifra stilistica che prevede al centro del nucleo espressivo la bellezza delle melodie, che risultano levigate e coinvolgenti.

A sventare il rischio di prevedibilità delle soluzioni ci sono dei passaggi più introspettivi, come "High Life," e situazioni leggermente più spigolose, come "Travelin,'" dove si può apprezzare una vibrante introduzione di Rogers, per un lavoro complessivamente denso di significati e dalla buona tensione propositiva.

Nota: per chi volesse avere una visione più profonda di questo album c'è la possibilità, sul sito del musicista, di scaricare alcuni spartiti dei brani.

sabato 22 giugno 2013

Carolina Bubbico: “Controvento” (Workin’ Label, 2013)

Dopo aver dato forma al progetto in solo One Girl Band, dove si è trovata alle prese con più strumenti, Carolina Bubbico realizza “Controvento”, l’album di debutto nel quale è affiancata da Luca Alemanno al contrabbasso e Dario Congedo alla batteria. Formazione che trova nell’apporto di diversi ospiti una discreta apertura timbrica, che include anche fiati e archi, capace di rendere, nei nove brani proposti in scaletta, una buona alternanza di atmosfere espressive. Lo stile della Bubbico, che per timbro e modi ricorda da vicino la migliore versione di Giorgia, è individuabile nell’ambito del pop curato nel dettaglio e suonato con perizia. L’azzeccato innesco tra melodia e ritornelli sfocia in una formula di sicuro appeal, che dà vita ad alcuni singoli episodi, come “Cambierà” e “A me piacerebbe ridere”, capaci di coinvolgere. “Controvento” include anche passaggi più riflessivi, nei quali risalta maggiormente la sensibilità artististica della cantautrice.

giovedì 6 giugno 2013

Live Footage: "Doyers" (Autoprodotto, 2013)

Mike Thies (batteria, tastiere) e Topu Lyo (violoncello, elettronica) continuano a operare insieme nell’area di Brooklyn dove hanno realizzato l’album autoprodotto “Doyers”. Si tratta di una scaletta di diciassette tracce, amalgamate con sagacia e nelle quali riversano le loro diverse attitudini stilistiche, con particolare riferiemento all’unione di elementi elettroacustici, già messe in mostra nelle precedenti prove in studio. Il blend dei Live Footage prevede alcuni passaggi dance oriented, dub seminato a piene mani, tappeti strumentali di derivazione post rock, e un approccio improvvisativo prossimo al jazz in senso lato. La somma di questi fattori dà vita a una musica che si sviluppa senza nessuna fretta performativa, e che caratteriza idee capaci di confluire una dentro l’altra in un continuo divenire. Questo lavoro è da osservare nel suo insieme più che sulla valenza del singolo brano, dal momento che i ragazzi intendono la loro musica come sottolineatura, o sottofondo, ad altre esperienze artistiche, tralasciando l’eventuale colpo da classifica. L’elemento cinematico è dominante in un lavoro dove le melodie si distendono senza opposizioni su sfondi ritmici pensati per essere applicati in diversi contesti d’ascolto.

Live Footage: "Willow Be"

Live Footage: "Plays Jay Dee"

mercoledì 5 giugno 2013

Marcus Fjellström: “Epilogue –M-” (Aagoo Records, 2013 EP)

L’artista multimediale Marcus Fjellström dà alle stampe per Aagoo Records l’EP “Epilogue –M”, dopo alcune prove in studio che hanno destato un buon interesse da parte di critica e pubblico, come l’autoprodotto "Library Music 1″ del 2011. In scaletta troviamo sei brani strumentali, per una durata totale di mezzora, nei quali Fjellström lascia confluire elementi di musica ambientale, capaci sia di vivere di luce propria e sia per risultare idonei come sfondo per un’eventuale proiezione visiva o un’installazione artistica. La costruzione dei temi segue uno svolgimento di grande lentezza che porta l’ascolto verso stati di assuefazione, nei quali lo spazio e il tempo sembrano dilatarsi all’infinito. Il lavoro non porta con sé novità sotto il profilo formale e rimane costantemente in equilibrio tra la lezione dei Tangerine Dream e quella di Angelo Badalamenti.

https://soundcloud.com/5rp/marcus-fjellstr-m-dance-music

venerdì 17 maggio 2013

Sorrow: “Dreamstone” (Monotreme, 2013)

Dopo una serie di interessanti EP, prodotti negli ultimi due anni, per Sorrow è arrivato l’atteso momento del debutto sulla distanza che conta. “Dreamstone” esce per Monotreme, e contiene undici brani dove l’artista inglese mette a reagire nel suo pentolone diverse matrici stilistiche, dalla bossa all’ambient, dal dubstep all’house più leggera e sognante. Un’ibridazione ottenuta grazie al lento accatastamento di piani sonori, che vanno a formare figure in divenire dove entrano voci sussurrate – come quella dell’ospite CoMa -, beats e accostamenti timbrici sempre coerenti alla visione d’insieme del progetto. Ne viene fuori un lungo flusso sonoro, che coinvolge e circonda l’ascoltatore in maniera discreta ma inevitabile, in una sorta di abbandono temporale, che conosce, a volte, situazioni ballabili. Disponibile anche in vinile da 180g.

https://www.facebook.com/sorrowgarage