Il quintetto madrileno Lüger – già in vista in alcuni festival importanti come il Primavera e il South By Southwest - dà seguito all’omonimo debutto del 2010 con un album che ne ribadisce l’ottimo approccio stilistico, a metà strada tra rock tendenzialmente industrial (“Dracula’s Chauffeur Wants More”), estasiante psichedelia e una dose di riconoscibilità melodica che non guasta. Sono questi gli elementi che emergono dalle sette tracce di “Concrete Light”, lavoro dove si alternano atmosfere sinistre, come in “Zwischenspiel”, nella quale fa bella mostra il sitar di Daniel Fernandez, e sintesi elettroniche, come nell’iniziale “Belldrummer Motherfucker”, un pezzo strumentale che scomoda paragoni fin troppo scontati con la serialità della scena kraut di settantiana memoria. I ragazzi si muovono in maniera decisa attraverso un percorso mai scontato, che li vede spingere spesso sull’acceleratore espressivo, come nella vorticosa e ipnotica “Monkey’s Everywhere”. “Concrete Light” non mostra evidenti punti deboli, rimanendo in costante tensione espressiva, che a sua volta richiede a chi ascolta un piccolo sforzo di attenzione.
オブリーク・ストラテジーズ / косые стратегии / oblique strategies / schuine strategieën / استراتيجيات منحرف / skrå strategier / 斜策略 / las estrategias oblicuas / তির্যক কৌশল / schräg strategien / אַבליק סטראַטעגיעס / stratégies obliques / kēlā papa kōnane o / kosi strategije
giovedì 21 giugno 2012
Lüger: Concrete Light
Il quintetto madrileno Lüger – già in vista in alcuni festival importanti come il Primavera e il South By Southwest - dà seguito all’omonimo debutto del 2010 con un album che ne ribadisce l’ottimo approccio stilistico, a metà strada tra rock tendenzialmente industrial (“Dracula’s Chauffeur Wants More”), estasiante psichedelia e una dose di riconoscibilità melodica che non guasta. Sono questi gli elementi che emergono dalle sette tracce di “Concrete Light”, lavoro dove si alternano atmosfere sinistre, come in “Zwischenspiel”, nella quale fa bella mostra il sitar di Daniel Fernandez, e sintesi elettroniche, come nell’iniziale “Belldrummer Motherfucker”, un pezzo strumentale che scomoda paragoni fin troppo scontati con la serialità della scena kraut di settantiana memoria. I ragazzi si muovono in maniera decisa attraverso un percorso mai scontato, che li vede spingere spesso sull’acceleratore espressivo, come nella vorticosa e ipnotica “Monkey’s Everywhere”. “Concrete Light” non mostra evidenti punti deboli, rimanendo in costante tensione espressiva, che a sua volta richiede a chi ascolta un piccolo sforzo di attenzione.
mercoledì 20 giugno 2012
Tindara: Quando parlo urlo
I Tindara conoscono il loro debutto negli undici brani che compongono “Quando parlo urlo”, un album di rock italiano molto curato sotto l’aspetto produttivo (firmato da Luca Bergia dei Marlene Kuntz), che porta in serbo diversi motivi di interesse e alcuni passaggi trascurabili. I nostri si fanno largamente apprezzare quando propongono un suono d’insieme avvolgente, pronto nel colpire a fondo grazie ai ritornelli piazzati con decisione, come in “Ho scelto il nero”, mentre si perdono in un’anonima sufficienza quando i toni si fanno più compassati, come nella title track. A emergere è sempre più la voglia di urlare anziché di parlare, attitudine che affiora in “Sopra la delusione”, tra i momenti meglio messi a fuoco di una scaletta apprezzabile, alla quale fa da relativo poco convincete “Sogna che ti passa”, brano con atteggiamento pop leggermente fuori luogo. Forse si poteva azzardare qualcosa in più, ma per il momento va bene così, perché i ragazzi hanno trovato una giusta base dove poter costruire qualcosa di importante.
domenica 17 giugno 2012
Joan & The Sailors: Mermaid
“Mermaid” è un disco dove confluiscono diversi filoni espressivi: c’è del retrogusto folk, c’è una netta sensazione di malinconia cantautorale, c’è anche del post rock spinto al giusto livello di introspezione. In “Mermaid” c’è la voce di Joan – profonda, sensuale e un pizzico bjorkiana – che si prende quasi tutti i primi piani, relegando i suoi Sailors a tessere fitte tele melodiche, fatte di violoncello, ritmica robusta e chitarre timbricamente gentili. Dodici brani che nel loro insieme compongono un quadro sonoro importante, dove non trovano spazio né i silenzi – anche se l’incedere è spesso compassato, riflessivo – né gli spiragli di luce, anche perché Joan concede poco e niente al registro alto, ed è restia nel liberare in cielo melodie che tiene strette al petto, come gioielli preziosi, dei quali non ci si può disfare con troppa semplicità. Brani che portano nel loro destino una coerenza certa, fino alla “traccia fantasma”, che chiude il cerchio in splendida dissolvenza. Un’ora di musica incredibilmente buia, magnificamente impenetrabile.
mercoledì 13 giugno 2012
Diego Nozza: Hard Core (Crac Edizioni)
Hard Core di Diego Nozza vuole essere nelle sue intenzioni un’introduzione al punk italiano degli anni Ottanta, come del resto recita senza indugi il sottotilono posto in copertina. È in effetti lo è, ma non solo. Perché il libro può risultare buono sia come viatico, come campo base da dove partire alla scoperta di un panorama ampio e insidioso, ma anche un punto di arrivo, un ottimo riassunto per coloro che vogliono solo prendere visione di ciò che è accaduto in Italia – nel sottosuolo della musica del nostro Paese - a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta.
Il libro è strutturato in maniera semplice quanto lineare e di immediata comprensione. A una parte introduttiva, nella quale viene descritta in modo complessivo la scena di quegli anni, seguono delle mini biografie di un numero considerevole di gruppi, suddivisi in modo ragionato in prima e seconda ondata. Linea di confine necessaria per guidare il lettore tra i gruppi che hanno sviluppato un’attitudine punk derivante dall’estero e altri che sono stati in grado di erigere una tessitura culturale, musicale e politica tipicamente italiana. Band che sono elencate in rigoroso ordine alfabetico, tra le quali troviamo nomi dimenticati, altri più famosi, metti i Gaznevada o le Kandeggina Gang di Jo Squillo, altri ancora che hanno fatto parte della situazione in maniera marginale, alcuni che non sono mai arrivati a incidere dischi ma che hanno contribuito a fomentare la scena. Un orizzonte multiforme, spontaneo, nel quale non era semplice muoversi vista l’assoluta mancanza di fondi a disposizione, caratterizzato dalle difficoltà nel coprire le distanze e dunque relazionarsi in maniera costruttiva con altre realtà, dall’esigenza di creare, e in certi casi occupare, spazi come i Centri Sociali nei quali esprimersi liberamente, senza eventuali patteggiamenti.
C’è dunque una storia in questo libro, che si rintraccia e che si mette insieme attraverso la descrizioni, a volte brevissime, dei singoli gruppi. Un puzzle multiforme che solo dopo averne rimesso insieme tutte le tessere regala una figura singolare e ben delineta. – 152 pgg – 14 euro.
lunedì 11 giugno 2012
Joy as a Toy: Dead as a Dodo
“Dead as a Dodo” è il secondo lavoro dei belgi Joy as a Toy (Gil Mortio, Clément Nourry, Jean-Philippe De Gheest), che in questo nuovo episodio propongono una scaletta – quasi esclusivamente strumentale - che prende spunto dalla musica di Ennio Morricone e i Goblin, proiettandosi in una terra di confine in equilibrio tra la sountrack di un film horror e una tessitura dai filamenti progressive-rock.
Miscela di sicuro interesse, che trova il giusto innesco in “Subway To Your Brain”,un brano dalla melodia facilmente assimilabile, seguita dai brevi accenni di “Better Lock you Door” e “Successful Failure”, che introducono “Zombie Safari”, passaggio dai lineamenti vintage, con riferimento agli anni Settanta e a tutto quel substarto culturale che rimanda costantemente alle colonne sonore, meglio se in modalità low-fi.
Disco nel complesso non semplice, dall’andamento irregolare e che a volte cede il passo a qualche situazione priva di senso concreto, ma anche per questo apprezzabile soprattutto da chi cerca un ascolto lontano dalle soluzioni semplicistiche.
giovedì 7 giugno 2012
Adam’s Castle: Vices
Gli Adam’s Castle sono originari di Detroit, ma negli ultimi anni si sono gradualmente spostati nell’area newyorkese, entrando a far parte della scena sotterranea di Brooklyn. Sono una band dall’alta produttività creativa, e il loro full length “Vices” (2010) conferma una certa attitudine alla ricerca, all’ibridazione di stili e modi lontani. In queste nove tracce strumentali la musica del trio oscilla tra situazioni caratterialmente progressive, lidi che risentono positivamente di una corrente di jazz elettrico, al rock in senso stretto. Spesso i ragazzi giocano le loro carte su tempi veloci, sfruttando la buona propensione ai ritmi serrati, come in “You’re Fucking the Best” e “Bender”, ma si lasciano apprezzare anche in situazioni più pensose, leggi in tal senso “VLM”, e nella funky oriented “Alarm Clock”. Una buona alternanza di umori dunque, tradotta in particolar modo dalle melodie sviluppate dal piano elettrico di Sami Jano, che è il centro gravitazionale di questa interessante realtà, supportato dalla ritmica rocciosa di Eric Adams (basso) e Zach Eichenhorn (batteria). Lavoro di indubbia valenza, farcito di effetti e soluzioni originali, che si posiziona a debita distanza dall’incasellamento immediato.
mercoledì 6 giugno 2012
I Cosi: Canti bellicosi
Sono trascorsi cinque anni da quando I Cosi si erano fatti notare con l’album di debutto “Accadrà”, e oggi con “Canti bellicosi” ripropongono il loro stile rock-pop orecchiabile, leggero, in equilibrio tra momenti intimi e giocati in punta di melodia, con altri che spingono maggiormente sul tasto della larga fruizione. Si tratta di dieci brani nei quali al centro delle tematiche troviamo il concetto di conflitto, con riferimento specifico ai rapporti sentimentali. I ragazzi (Marco Carusino: voce e chitarra, Antonio Mesisca: basso e Alessandro Deidda: batteria) raggiungono la giusta cifra espressiva in brani come “Cerco dentro me”, e sanno proporre la parte più tagliente e intrigante del loro sound in “Quello che so”. La scaletta scorre via senza intoppi e senza grandi deragliamenti, grazie a un concetto melodico sempre vivo e qualche ritornello a presa rapida. Il trio milanese mantiene costantemente lo sguardo rivolto al passato, con attenzione alla musica italiana degli anni Sessanta, dalla quale prendono in prestito alcuni ingredienti stilistici, pur riuscendo a emanare una fresca sensazione di attualità.
domenica 20 maggio 2012
Violassenzio: Nel dominio
Following Friday: Outside the Fence EP
mercoledì 16 maggio 2012
Orlando Andreucci: Inusitato
lunedì 14 maggio 2012
Shelley Short: Then Came the After
sabato 12 maggio 2012
Nedry: In a Dim Light
venerdì 11 maggio 2012
Jester at Work: Magellano
mercoledì 9 maggio 2012
Extra Life: Dream Seeds
martedì 8 maggio 2012
Bee and Flower: Suspension
sabato 5 maggio 2012
Cristina Donà: live @ piper club 3 maggio 12
mercoledì 2 maggio 2012
Live Footage: Plays Jay Dee
M+A: Remixes.Yes
venerdì 6 aprile 2012
Francesco Negro Trio: Silentium
Gian Piero Alloisio: Ogni vita è grande
Nicolò Carnesi: Gli eroi non escono il sabato
Le Case del Futuro: Lucertole
lunedì 2 aprile 2012
Cristina Donà: a Roma, Piper Club, il 3 maggio
martedì 27 marzo 2012
White Rabbits: Milk Famous
Per i White Rabbits si tratta del terzo lavoro sulla distanza che conta. Se i precedenti Fort Nughtly (2007) – per l’esotismo dal sapore new wave - e It’s Frightening (2009) – per la sua energia percussiva dal passo maggiormente rock - avevano ottenuto una buona dose di consensi da parte di critica e pubblico pagante, Milk Famous è destinato a dividere opinioni e stati d’animo. Questo perché neel’interezza del cammino finora intrapreso sembra essere il primo concreto tentativo di smarcarsi dai riferimenti del passato, leggi Specials su tutti.
Le undici tracce proposte presentano diversi motivi di interesse e altrettanti passaggi che lasciano a desiderare sotto il profilo della ricerca espressiva, proprio lì dove la band - che oggi si muove nalla scena indie-rock di Brooklyn, vale a dire in quel sottobosco di ibridazioni di varia natura, - aveva costruito la propria impalcatura di credibilità. Il riferimento va a brani come I’m Not Me, che rilasciano un pop privo del giusto appeal, pronto nel deragliare alla prima curva di un ritornello cantilenante che denuncia una certa mancanza di inventiva, o come nella successiva Hold It To the Fire dove si avverte l’eccessiva leggerezza nelle trame melodiche, tendenzialmente shoegaze, e nella struttura ritmica di un brano fin troppo vago nelle sue intenzioni.
L’antifona cambia in altri passaggi, meglio messi a fuoco, come Temporary, perché la band incanala le sue forze in maniera fruttuosa, investendo in suoni dal taglio più aggressivo, che delineano un andamento ai confini della ballabilità, che non guasta e cattura l’attenzione dell’ascoltatore di turno, grazie a un tiro che non lascia spazio alle facili distrazioni. Stesso discorso per Danny Come Inside, pezzo cortocircuitale e ossessivo dalle venature electro, capace di spiazzare e coinvolgere, come del resto Back For More, che rispetto agli altri brani del lotto lascia emergere echi vagamente calypso e un songwriting di buona levatura.
Senza rivelare nessuna invenzione tangibile, i White Rabbits – guidati in una fin troppo eccessiva fase di produzione da Mike McCarthy - mescolano e innestano nel loro modo una discreta serie di idee, anche se Milk Famous si appiattisce troppo spesso verso un orizzonte pop incolore e non riesce a tenere la giusta tensione per la sua intera durata.
sabato 17 marzo 2012
[Alessandra Gismondi]
Nei giorni in cui l’Italia musicale si interrogava sulle acconciature di Anna Tatangelo al Festival di Sanremo, noi raggiungevamo telefonicamente Alessandra Gismondi, cantante e principale artefice del progetto Pitch – con il quale ha da poco dato alla luce l’intrigante Comme un flux – e protagonista del sottobosco indie anche con Vessel (trio completato da Emanuele Reverberi e Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò) e Schonwald (insieme a Luca Bandini). Il suo è il punto di vista di chi la scena, anziché subirla, la fa.
Comme un flux è il titolo del nuovo album dei Pitch. Fa riferimento al modo in cui sono state composte le canzoni? Sì, il titolo è ispirato al flusso della musica, delle parole e anche della danza, in quanto ho studiato danza per tantissimi anni e quindi cercavo qualcosa che riassumesse un po’ tutto il mio percorso, il mio excursus artistico sia musicale che come ballerina.
Che gestazione ha avuto questo nuovo disco? Questo per noi è il quarto album, ed è l’unico che abbiamo creato esclusivamente in studio. Siamo partiti da un canovaccio di canzoni di note abbozzate. Avevamo circa un mese per registrare il disco, ed è stato creato passo dopo passo all’interno dello studio, in un modo diverso rispetto al passato. La fotografia, che è un'altra forma d'arte che mi appassiona, ha influito nella nascita della canzoni: l’anno scorso ho collaborato con Paolo Zauli alla stesura delle didascalie per il suo libro fotografico, questo probabilmente ha sviluppato in me la voglia di avvicinarmi alla fotografia attraverso la musica.
Anche rispetto ai precedenti dischi, questa volta con quali aspettative avete lavorato? Ad essere sincera ce ne sono sempre. Il primo lavoro (Bambina atomica, 1997 ndr) è importantissimo perché è come presentarsi con un biglietto da visita a delle persone che non sanno nemmeno chi sei; il secondo (Velluto, 1999 ndr) è importante perché c’è l’ansia da prestazione, perché vuoi essere all’altezza del lavoro precedente, se è andato bene; il terzo (A Violent Dinner, 2007 ndr) per i Pitch ha rappresentato una specie di rinascita, in quanto c’è stato un rinnovo della line-up, siamo stati fermi sette anni perché di fatto il gruppo si era sciolto, quando ho deciso di riprendere in mano il progetto ho riformato una nuova band, c’era voglia di riproporsi in maniera diversa rispetto al passato. Comme un flux, infine, è l’album che raggiunge una maturità superiore rispetto alle precedenti prove, in quanto all’interno del gruppo ci conosciamo meglio, e come approccio risulta più fresco e più immediato.
Quali obiettivi vi siete prefissi? Sinceramente non ci siamo mai dati un obiettivo, perché le cose le viviamo alla giornata, anche se questa frase può sembrare un po’ un cliché. Forse un obiettivo è quello di suonare, fare un album e cercare di promuoverlo in modo da farlo conoscere a più persone possibile, fare concerti e arrivare a molta gente. Per me è importante il contatto diretto con le persone.
Quando componi i brani hai in mente il tipo di ascoltatore che andrai a raggiungere? Scrivo molto d’istinto, di getto. Il titolo stesso dell’album te lo dice “come un flusso”. Dentro di me è come se avessi un flusso che spero vada a toccare più persone possibili. Non ho un ascoltatore standard. La magia della musica è quella di riuscire a catturare le persone.
La vostra musica è accostabile al pop anglosassone, seppur utilizzate anche la lingua francese. E' vero che il vostro è un omaggio a Serge Gainsbourg. Sì, sono molto legata alle sue canzoni, fin da bambina, avendo avuto la fortuna di avere un padre che ascoltava tantissima musica italiana, inglese e francese, sono rimasta affascinata da Gainsbourg. Negli ultimi anni, anche con l’altro mio progetto Vessel, mi sono avvicinata alla sua canzone. Questo mi ha dato modo di liberare la mia vena da chansonnier francese.
I vostri esordi vi vedono nella scuderia Vox Pop di Manuel Agnelli a metà anni Novanta, da allora quali cambiamenti della scena indie potete raccontarci? Di base io vivo in Italia, anche se sono stata molto all’estero in questi ultimi dieci anni. Diciamo che è cambiata tanto, c’è stata una rivoluzione della scena cantautorale, molto radicata da come posso notare, però dal punto di vista indie-rock vedo uno stallo; confrontando sempre l’Italia con il resto del mondo chiaramente. Rispetto a un decennio fa si producono molti più dischi, è cambiato il tipo di fruizione, ci si dimentica in fretta di ciò che si ascolta. Il fatto di vendere materialmente meno cd ha contribuito a un certo appiattimento.
Proprio Manuel Agnelli, nel 2009, andando al Festival di Sanremo ha provato ad avvicinare l’indie al mainstream italiano. A conti fatti un tentativo fallito, sei d’accordo? Sì, sono totalmente d’accordo, non trovo che ci sia un filo conduttore che possa portare la musica di culto in quel conteso. Già nel 2000 mi fu proposto dalla mia casa discografica di partecipare al Festival e rifiutai perché sarei andata a snaturare una parte di me che non poteva far parte di Sanremo. La musica indipendente non può arrivare a Sanremo, perché lì è tutta una strategia di marketing.
Marketing e immagine prima ancora della musica in sé. Quest'anno si sono accesi dibattiti sull’acconciatura di Anna Tatangelo. Sono rimasta di stucco, non mi aspettavo una Tatangelo contro corrente. Le persone vogliono vedere l’Anna Tatangelo di sempre.
Tornando ai tuoi progetti, oltre ai Pitch fai parte dei Vessel. Andrà in porto l’idea di realizzare un album intero dal momento che avete solo fatto degli ep? Siamo rimasti un attimo fermi perché avevo in cantiere l’album dei Pitch. Stiamo ancora valutando su come verrà sviluppato il nostro percorso, nel senso che sicuramente andremo avanti a registarre nuove canzoni. Sul come verranno utilizzate siamo ancora in alto mare. Era un nostro desiderio realizzare una trilogia di ep e stampare un album, sarebbe stato perfetto, ma questo non dipende da me, ma dall’etichetta.
Nei Pitch emerge il tuo lato più cordiale, mentre in Schonwald tiri fuori quello più introverso, scuro. Sì, quando siamo in due con Luca - che fa parte anche dei Pitch - salta fuori una vena melodica un po’ più dark. Forse perché Luca ha origini tedesche, quindi nordiche, fredde. Lui è il capobanda di Schonwald, quindi io mi lego a lui e vado dietro alla sua creatività, ed esce fuori un’Alessandra più tenebrosa. Mentre nei Pitch i lavori partono da mie idee che sono più aperte e solari.
Dunque tre progetti da portare avanti non sono pochi, non avrai mica altre sorprese in cantiere? Il realtà sì, dal momento che farò parte del solo project di Hanin Elias, cantante e fondatrice di Atari Teenage Riot di Berlino, band storica di metà anni Novanta punk-industrial. Lei ha lasciato la band che si è da poco riunita per un tour mondiale e ha inciso un disco solista. Io sarò la sua bassista per le date del tour dal vivo.






















