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giovedì 26 gennaio 2012
Giovanni Falzone_live @ auditorium, Roma 25.01.12
mercoledì 25 gennaio 2012
Intervista a Gaetano Curreri (Stadio)
Trent'anni di carriera, il nuovo album Diamanti e caramelle, la collaborazione con Noemi, la polemica tra Vasco Rossi e Luciano Ligabue, la musica per il nuovo film di Carlo Verdone... con Gaetano Curreri non mancano gli argomenti di conversazione. Il leader degli Stadio ci concede un punto della situazione sulla sua perpetua attività di musicista che – piaccia o meno – rappresenta ormai un punto fermo della storia della musica italiana.
Stai lavorando alla colonna sonora del prossimo film di Carlo Verdone, parliamone! È un film molto bello, uno di quei film di Verdone che rimarranno nella storia del suo cinema, come “Compagni di scuola”, “Acqua e sapone” e “Borotalco”. Si intitola “Posti in piedi in paradiso”. Ho curato l’intera colonna sonora insieme a Fabio Liberatori e Andrea Formini; abbiamo scritto un paio di pezzi appositamente per questo film e poi ci saranno diverse canzoni storiche, perché Carlo fa la parte di un venditore di dischi in vinile, quindi c’è un po’ di storia del rock, da Jim Morrison a tanti gruppi degli anni Settanta. C’è tanta musica bella e Carlo quando fa un film dà molta importanza alla musica. Ci sarà modo di ridere e di pensare, perché la storia è uno spaccato della nostra società, di come la stiamo vivendo, di come molte volte ci buttiamo via, di come ci incasiniamo la vita e ce la rendiamo un po’ difficile, mentre potrebbe essere molto più bella e molto più semplice.
Mentre il recente lavoro degli Stadio si intitola Diamanti e caramelle. Qual è il significato del titolo? Prende il titolo da una canzone contenuta nell’abum scritta insieme a Irene Grandi e Carlo Rizioli, un giovane autore che è un enorme talento che si propone nella musica italiana. Credo che gli autori siano la vera linfa per far sì che la musica sia una cosa che continua nel tempo, molto spesso vengono dimenticati, ma è attraverso loro che la musica cresce e rimane un fatto di emozione collettiva. Quindi ascoltando Diamanti e caramelle e lavorandoci su ho scoperto che questa canzone poteva essere un po’ lo spot di questo lavoro e della nostra storia, del nostro modo di fare musica.
Diamanti e caramelle è anche l'album del vostro trentennale. Sì, tempo fa ascoltavo alla radio Acqua e sapone, un pezzo che ha circa 27 anni, lo ascoltavo insieme ad altre canzoni uscite in questi anni e non sfigurava affatto, anzi forse brilla più adesso che quando l’abbiamo fatto. Questo per la capacità che abbiamo avuto in quegli anni di saper leggere la direzione della musica e soprattutto di saper fare una musica non strettamente legata alla moda del momento; abbiamo seguito quelle che erano le nostre aspirazioni, le nostre capacità. Questi sono dei piccoli diamanti, poi se pensi alle nostre canzoni d’amore allora lì ci trovi le caramelle. Abbiamo sempre cercato di fare musica in maniera dolce e preziosa.
Per una band così longeva, qual è il senso di continuare a fare album se con tutta probabilità il pubblico vi apprezza e vi ricorderà per cose fatte in passato? Ci andrei piano con questa considerazione, perché in questo album ci sono tre o quattro canzoni che già stanno segnando la nostra storia. Mi viene in mente Gaetano e Giacinto, la canzone che abbiamo scritto per ricordare Giacinto Facchetti e Gaetano Scirea, che è già come un evergreen che può stare bene vicino a Chiedi chi erano i Beatles, perché credo che Facchetti e Scirea stiano al calcio come i Beatles stiano alla musica. In questo disco ci sono canzoni che hanno la loro riconoscibilità, che hanno la capacità di fare la nostra storia, ed è questo che ci aiuta ad andare avanti con grande entusiasmo.
Un album che parla di sentimenti, di amore, in un’epoca dove l’odio e la violenza sono all’ordine del giorno. Non vi sentite un po’ anacronistici? No, assolutamente, perché noi abbiamo sempre fatto questo, abbiamo raccontato la cronaca attraverso la nostra poesia. L’idea è che la poesia è un qualcosa che c’è in ognuno di noi, ed è quella che rimane nel tempo contrapponendosi alla cronaca, che tende un po’ a impolverare. Gaetano e Giacinto è una canzone che avevamo in mente da anni, poi nel momento in cui l’abbiamo fatta uscire c’è stato il tentativo di impolverare uno di questi due personaggi attraverso la cronaca del processo di Napoli su Calciopoli. Però raccontando le gesta di questi due personaggi, attraverso una forma poetica, abbiamo notato che tutto si è diradato.
In che modo? Tutti hanno capito che la nostra era un’operazione di posizionamento di questi grandi campioni nell’immaginario collettivo, che è un immaginario poetico, non certo figlio di una cronaca un po’ becera, che un giorno dice una cosa e un giorno ne dice un’altra. Questo è il compito di chi fa musica, perché altrimenti saremmo figli solo del tempo che stiamo vivendo, mentre lo siamo di un tempo molto lungo. Trentanni di carriera ci hanno permesso di raccontare delle storie che sono rimaste negli anni proprio perché non erano solo legate a quel periodo, noi ce ne siamo – per dirla in maniera molto semplice - fregati di quello che ci accadeva, senza però nasconderci, perché poi abbiamo cantato anche canzoni che parlano di fatti che hanno scritto la storia del nostro Paese, però sempre attraverso la poesia, con le possibilità che ti dà la forma canzone. Questo ce lo ha insegnato Roberto Roversi all’inizio della nostra carriera, da lì abbiamo capito che avevamo in mano una grande possibilità, quella di poter scavalcare la stretta attualità e le brutture della cronaca.
C’è anche un discreto utilizzo dell’elettronica. Non pensi che questo elemento possa raffreddare il feeling di alcuni brani, come per esempio Piuttosto che non averti mai incontrato? No, abbiamo sempre usato l’elettronica attraverso una logica molto personale. Non ci siamo mai fatti prendere dall’elettronica, anche se dicono che nel 2040 saranno le macchine a essere più intelligenti dell’uomo, ma io credo che le macchine possano solo aiutare a mettere un po’ di ordine. Il computer, soprattutto nella fase compositiva, non lo uso assolutamante, mentre poi nella fase di realizzazione dei primi arrangiamenti mi dà una mano a farmi lavorare con una velocità un pochino superiore rispetto a qualche tempo fa. Dopodichè noi continuiamo a suonare molto le nostre canzoni, senza farci condizionare da macchine che schematizzano; grazie a Dio siamo dei musicisti capaci, ci piace molto suonare insieme e questo, se è fatto con i nostri tempi e la nostra sensibilità, funziona bene, mentre se è fatto con una macchina allora non funziona più. L’elettronica ci aiuta a organizzare il lavoro, ma la creatività lasciala a noi.
Nel disco c'è La promessa, cantata insieme a Noemi. Una collaborazione reciproca che dunque continua. C’è l’intenzione di realizzare con lei un qualcosa di più importante e concreto? Con Noemi abbiamo fatto una canzone importantissima che è Vuoto a perdere, che ha fatto da traino al suo album, e poi anche questa canzone che è nata dalla gioia reciproca di cantare insieme. Lei è capitata mentre stavamo finendo di registrare il brano e la vedevo al di là del vetro che canticchiava la melodia, quindi l’ho invitata a cantare e, quando si è trovata lì, si è avventata sul microfono; infatti se si ascolta bene la canzone sembra che io sia il suo ospite e non il contrario. Lei la canta con la sua anima blues, con la sua anima un po’ nera, è un duetto abbastanza anomalo che mi è piaciuto molto inserire in scaletta. Noemi è un talento musicale grandissimo, è una cantante a livello internazionale, se avrà la possibilità di avere canzoni di livello come merita, è pronta per fare grandi cose. E' una delle più belle voci che abbiamo in Italia tra le cantanti nuove.
Noemi è figlia di un talent show televisivo. Qual è la tua idea su questa nuova realtà di scouting? I talent show non li seguo, sono molto sincero. Sono programmi televisivi che usano la musica in maniera un po’ impropria, non hanno un grande senso. In questi anni è attraverso i gruppi che la musica italiana è cresciuta, hanno fatto da spartiacque, hanno cercato di portare avanti qualche novità. Nei talent show c’è un andamento un po’ obsoleto di voci molto belle che poi ripropongono figure di personaggi che ci sono già, mentre di gruppi non se ne vedono. Mi vengono in mente gruppi come i Negramaro, sono questi i personaggi veri di questi ultimi anni, o mi viene in mente anche Caparezza, personaggio che amo profondamente, mentre ciò che è proposto dai talent show lo vedo un pochino stantio. Certo poi ci sono personaggi interessanti come Noemi o qualcun altro, ma per il resto vedo poca novità.
E Internet? Mi incuriosisce di più. Lì c’è qualcuno che si fa conoscere e viene fuori con tutta la sua oroginalità, ed è attraverso questo che la musica cresce, mentre la riproposizione di cose già sentite lascia il tempo che trova.
E di tutto ciò che si muove a distanza dal grande pubblico, che solitamente viene etichettato come “indie”, che idea hai? E' un mondo che mi interessa molto, anche perché ho la fortuna di abitare a Bologna e quindi di frequentare dei locali dove suonano gruppi molto interessanti, come per esempio la Cantina Bentivoglio e altri. È lì che la musica cresce e riesce a tirare fuori delle novità. Da questo punto di vista però la discografia è imbalsamata, ma è sempre stato così: basti pensare a quando andavo in giro con Vasco Rossi a far sentire le sue canzoni, ci dicevano che in Italia non avrebbe mai venduto, pensa quei discografici quanto erano illuminati (ride, ndr).
A proposito di Vasco, perché sei voluto tornare sulla diatriba tra lui e Ligabue, schierandoti dalla parte del primo? Ho espresso il mio parere: ci sono dei personaggi che hanno fatto girare pagina alla musica e, in Italia – esclusi Guccini e De Andrè che considero fuori dalla cerchia della canzone in quanto li ritengo più vicini ai grandi poeti –, credo siano Battisti e Vasco. Poi ci sono una serie di personaggi che si sono infilati tra questi due, e uno è Luciano Ligabue. Lui non è uno di quelli che ha fatto girare pagina, poi non metto in dubbio che sia bravo, che scrive belle canzoni e attira tanta gente ai concerti. Non credo di essere stato irrispettoso, ma chi lo paragona a Vasco è come se paragonasse me a John Lennon, forse è un po’ forte come equazione, ma anche io sono un cantante di un gruppo, anche io scrivo canzoni, ho cantato anche belle canzoni, ma non sono John Lennon, e così vale per Ligabue, che ha scitto belle canzoni, ha cantato belle canzoni, ma non è Vasco Rossi. 16 gennaio 2012
martedì 24 gennaio 2012
Pier Mazzoleni: “La tua strada”
lunedì 23 gennaio 2012
Mimmo Cavallaro – Cosimo Papandrea “Taranproject”: “Hjuri di hjumari”
domenica 22 gennaio 2012
Marvanza Reggae Sound: “Soluziescion”
sabato 21 gennaio 2012
Daniele Tittarelli Trio: live @ albano jazz 20.01.2012
venerdì 20 gennaio 2012
Mercevivo: “Lasortedelcanecheleccalalama"
giovedì 19 gennaio 2012
ZOFT: “Electrically Haunted”
mercoledì 18 gennaio 2012
Penelope sulla Luna: “Enjoy the Little Things” EP
martedì 17 gennaio 2012
Uniform Motion: One Frame per Second
lunedì 16 gennaio 2012
Cristina Donà: live @ Orion club, Ciampino 14 01 2012
Kamikaze Queens: Automatic Life
sabato 14 gennaio 2012
Kid Chocolat: Kaleidoscope
venerdì 13 gennaio 2012
Tiziano Ferro: L'amore è una cosa semplice
Nicola Dal Bo: Trio.Org
sabato 24 dicembre 2011
Mashrooms: “Mashrooms”
Sulle scene dal 1999 tornano a farsi vivi i Mashrooms, band sempre pronta a unire sonorità facilmente individuabili in un contesto di rock indie, con timbri e sensazioni appartenenti a mondi distanti, come archi e pianoforte. Quest’album omonimo, registrato in quel di Senigallia, propone nove brani che spaziono dal rock trasversale e introspettivo dell’opener “Uragano”, ai suoni isterici e spettinati di “Freedom Flotilla” e “Black Widow” o della barcollante “Playground”, fino a lambire i confini dell’oscurità formale di “Tiranno”, brano che più di ogni altro riesce a tradurre l’attitudine post della band. Per il resto “Mashrooms” denuncia qualche cedimento quando i ragazzi non riescono a innescare il giusto connubio tra tecnica ed espressività (“Cello #2”) e nei momenti in cui si lasciano prendere la mano dalle modalità in stile soundtrack (“Portrait of a Woman”), anche se – nel suo insieme – il lavoro si fa ascoltare con buon interesse, essendo portatore sano di spunti e idee originali che non sempre si riscontrano in progetti simili.
Paramount Styles: “Heaven’s Alright”
I Paramount Styles tornano in pista con un nuovo album in studio a distanza di tre anni da “Failure American Style” e dopo aver macinato una nutrita serie di live performance, che hanno delineato in maniera decisiva il carattere e l’approccio stilistico della band fondata nel 2005 da Scott McCloud (ex Girls Against Boys) in quel di New York. “Heaven’s Alright” rilascia momenti in perfetto equilibrio tra ruvidezza espressiva e atmosfere rilassate, come nel caso dei primi due brani in tracklist: “Take Care of Me” e “Amsterdam Again” sembrano arrivare da mondi opposti, ma riescono a darsi una continuità d’ascolto che si mantiene viva fino all’ultimo riff proposto. Tra le cose migliori di questo lavoro segnaliamo la coinvolgente “Desire is Not Enought”, le delicate “The Girls of Prague” e “Steal Your Life” - dove si evidenzia anche una buona vena cantautorale -, e “White Palaces” con le sue svasature pop. Però non tutto fila liscio, va detto. Leggi i brani giocati su andamenti troppo leggeri e ammiccanti (“The Greatest”), ma per il resto quello dei Paramount Styles ci è sembrato un indie rock ben messo a punto, magari bisognoso di qualche ruga in più, ma per quelle ci sarà tempo.
The Megs: “Jealousy”
L’album d’esordio dei The Megs profuma di rock in senso stretto, fatto con la giusta grinta, passione autentica e piglio personale forgiato su una corretta dose di ammirazione nei confronti di realtà più affermate. Il riferimento è a certe situazioni targate Smashing Pumpkins, ma anche Primus e dintorni per capirci, anche se poi a emergere negli otto brani proposti è una sorta di garage-rock dalla solida intelaiuatura ritmica, sulla quale Edoardo Laino – bassista e fondatore della band – canta testi in inglese con buona interpretazione. “Jealousy” si lascia apprezzare nella sua mezzora di durata per via di situazioni aride e tese al punto giusto, come l’iniazle “Colour of Jealousy”, per alcuni momenti ruvidi e intrisi di sana alterazione sensoriale (“Good Morning”), ma anche per una serie di buoni propositi che trovano – dopo alcuni ascolti – la loro esatta collocazione all’interno di un modo espressivo non del tutto scevro da qualche ripetizione e da comprensibili passaggi a vuoto. Lavoro che va oltre la sufficienza e che lascia intendere che saranno i prossimi episodi – magari più articolati e maggiormente complessi dal punto di vista concettuale - a rivelarci l’esatto valore specifico di questa band.
Agrado: “Rumore Bianco”
Quando è il rifacimento di un brano molto famoso la traccia meglio riuscita di una scaletta c’è da diffidare, a ragion veduta, dal resto del programma. È il caso di “Piccola Luce”, versione in italiano dell’evergreen “Change” dei Tears For Fears, che gli Agrado producono mettendo in risalto una buona duttilità esecutiva, e una decisa voglia di andare a pizzicare le giuste corde emozionali. Intenti apprezzabili, ma che non vengono mantenuti sullo stello livello per il resto del loro “Rumore bianco”. Album onesto, va detto, ma che troppo spesso scivola nei classici tranelli che il pop italiano porta dentro di sé. Il dito è puntato verso i ritornelli eccessivamente ammiccanti, le forme smaccatamente filo-commerciali e quell’andamento che continuamente richiama in mente cose già sentite, logore nel loro continuo riproporsi. I ragazzi hanno delle qualità, lo si evince dal modo in cui sono messe in piedi le strutture ritmiche e melodiche, ma mancano sotto il profilo della determinazione e della voglia di tirare fuori dal sacco la propria linfa vitale, quella stessa voglia che li fa alzare la mattina per attaccare gli strumenti agli amplificatori.
Peter Kernel: “White Death Black Heart”
C’è della qualità nel modo di fare musica dei Peter Kernel. Il loro secondo lavoro sulla lunga distanza “White Death Black Heart” segue il debutto “How to Perform a Funeral” del 2008 e rilascia, in dodici brani ben congegnati, un’attitudine che si rifà a certe sonorità indie d’oltremanica, fatte di cantato visionario, slanci chitarristici, cortocircuito formale tra song e situazioni più articolate. La band trova nella voce sensuale quanto basta di Barbara Lehnhoff il suo tratto di riconoscimento, mentre Aris Bassetti (chitarra) e Ema Matis (batteria) riescono a costruire un’intelaiatura rimico/melodica capace di creare, senza mai invadere troppo il campo, uno sfondo pronto ai cambi di scenario, vivo e scintillante. Tra i colpi meglio riusciti mettiamo l’asterisco vicino a “We’re Not Gonna Be the Same Again”, per il buon equilibrio ottenuto tra espressività e qualità performativa, mentre lasciano il tempo che trovano le tracce che si allineano in maniera troppo evidente ad alcuni percorsi già battuti, vedi quelli cari ai primi Franz Ferdinand. Qualità si diceva. Sì perché i Peter Kernel non danno l’aria di essere la milionesima indie band forgiata sullo stereotipo del low-fi di facciata, ma nel loro sangue scorre l’adrenalina e la sana perdizione dell’arte sviluppata con ispirazione autentica.
Wolfang Shock: “Viola”
“Viola” è un album che si muove nell’ambito del rock italiano basato su atmosfere levigate, ritornelli orecchiabili, tematiche riferite agli aspetti della quotidianità con qualche affondo leggermente più tagliente, ma non in grado di lasciare un segno di vita palpabile. Niente di nuovo dunque nello stile e nell’approccio esecutivo dei Wolfang Shock, band nata nella provincia di Pescara con all’attivo un Ep omonimo e una manciata di live performance in ambito locale. I ragazzi giocano a carte scoperte, cosicchè le loro attitudini sono ben chiare in “Loop Day”, brano con velleità da singolo di successo, al quale segue la spensierata “Anomalie Monumentali”, la più ombrosa title track, e una serie di episodi che non riescono a tirarsi fuori da una sabbia mobile formale troppo melensa per essere vera. Ma qualcosa di buono c’è negli undici brani in programma. Il riferimento è verso quei momenti dove i ragazzi sfrondano tutto il superfluo della propria impalcatura, vedi la splendida “Il suonatore di Ghironda”, indagando un’intimità capace di colpire la giusta corda emozionale, tirando fuori quei significati che troppo spesso vengono lasciati intendere senza la giusta determinazione. Qualcosa brucia sotto la cenere, ne siamo certi.
Vitas Guerulaïtis: “Vitas Guerulaïtis”
Questo trio francese, che agisce nell’area di Bruxelles e dintorni, prende il nome dal tennista statunitense rimasto negli almanacchi per aver vinto gli Australian Open nel 1977 e nella memoria di molti per una serie di vicende curiose che lo hanno visto protagonista. Quella dei Vitas Guerulaïtis è una miscela stilistica che non può lasciare indifferenti, dove interagiscono un approccio tecnico sporco - che per intenderci definiremo punk -, una capacità di scolpire le forme delle otto tracce in scaletta con modalità free – nell’accezione più ampia del termine -, e una verve esecutiva che non viene mai usata con parsimonia. Attitudini ben in evidenza nell’opener “Ben Hur”, rumoristica e intrigante al punto da incuriosire anche l’ascoltatore più smaliziato e privo di pregiudizi, che poi nei sette minuti di “Panda Géant” vengono amplificate e dilatate in maniera determinante da una serie di inserti elettronici, loop, voci deliranti, rumori in senso stretto e slanci d’assoluto astrattismo. La musica della band non rimane mai ferma su se stessa, muovendosi continuamente in maniera trasversale alla ricerca dell’inedito, del cortocircuito espressivo, del concetto estremo. Geniali e autoreferenziali forse, ma di certo coraggiosi.
venerdì 23 dicembre 2011
Tim Holehouse: “Grit”
Tim Holehouse, cantautore vicino ai modi di Nick Cave, magari un pizzico più cattivo, dà fondo a tutta la propria capacità espressiva e al suo modo sanguigno di sviluppare rock autentico in “Grit”, terzo album della sua carriera solista.
Voce graffiante e cavernosa (scelta dovuta anche a dei problemi di salute ai quali non si è potuto sottrarre) in grado di descrivere scenari dal sapore blues (“Rogues Gallery”), che non si piegano mai verso un’attitudine di larga fruizione, che però riescono a lasciare traccia del loro passaggio sia nei momenti più scarni ed essenziali (“Broken Bones”) che in quelli dove si delineano melodie più complesse (“Into Mexico”). Dietro di lui si muovono i The Gentlemen, una band capace di produrre un suono massiccio, dal mood aspro che si incarna negli otto brani proposti in scaletta; un lotto di canzoni brevi, fulminee, registrate in studio senza grandi alchimie – si direbbe sporche come le mani raffigurate in copertina - e che dunque si portano dietro un forte odore di autenticità.
Diane and the Shell: “Barabolero”
Due chitarre, basso, batteria, tastiere giocattolo, ironia, math rock rivisto e corretto in chiave più melodica e fruibile, compongono l’interessante miscela proposta dai Diane and the Shell, quartetto che ha mosso i primi passi dalla natia Catania e che oggi arriva alla pubblicazione di “Barabolero” dando fondo a una buona originalità.In meno di mezzora troviamo dieci episodi strumentali caratterizzati da repentini cambi di scenario – anche all’interno dello stesso brano – che restituiscono un ascolto in perenne movimento, che prende spunto da sonorità popolari, sia dell’Italia meridionale ma anche da alcune reminescenze balcaniche, per passare al pop più sbarazzino e disincantato, costruito attraverso l’assimilazione e la reinvenzione di temi tratti da film spaghetti-western, soundtrack televisive e sonorità dimenticate in certe soffitte anni Ottanta.
Ci sono tante buone idee in quest’album, dove nessun pezzo sembra sovrastare gli altri, perché forte di una propria anima, in un insieme colorato che potrebbe portare i nostri anche a vette di maggior richiamo. Singolari.
Jester at Work: Lo-fi, Back to Tape
Undici tracce in poco più di mezzora segnano il ritorno alle scene di Antonio Vitale, già conosciuto nel 2005 con il moniker di El Dobro, qui alle prese con un approccio cantautorale volutamente lo-fi, sia sotto il profilo dell’espressività che del contesto di registrazione. “Lo-fi, Back to Tape” è difatti stato inciso con l’ausilio di un vecchio registratore analogico Fostex, e rilascia quell’inconfondibile e fascinoso aroma di polvere e fruscii, andamenti sofferti e atmosfere alcoliche di notti passate in bianco. Voce e chitarra, tranne che in un paio di episodi più complessi, un po’ Nick Cave ma anche Tom Waits, Jester at Work si lascia ampiamente apprezzare per il suo modo spontaneo e profondo di intendere il songwriting, senza pose e soluzioni semplicistiche, rigorosamente a debita distanza dalle logiche di larga fruizione, sempre pronto a gettare il cuore oltre l’ostacolo per arrivare all’emozione, all’esatto punto d’equilibrio tra testo e musica, tra ragione e sensazioni. Press play on tape.

































