Registrato presso lo studio Zerodieci di Genova, il 18 aprile 2016, “Gnothi Seauton” è il lavoro che il bassista Giovanni Sanguineti realizza in trio, con Mario Zora al pianoforte e Nicola Stranieri alla batteria, per la Albóre Records del produttore nipponico Satoshi Toyoda. Il titolo fa rifermento all’esortazione “conosci te stesso”, la massima religiosa greco antica iscritta nel tempio di Apollo a Delfi, ed è il nucleo concettuale attorno al quale Sanguineti ha costruito la scaletta di brani originali dell’album, fatta eccezione per l’adattamento della pucciniana Bohemien. Apre il programma una melodiosa ballad dal titolo Dawn, alla quale segue Drop Your Blinders, brano con un andamento ritmico più marcato e nel quale emerge il pianismo robusto quanto lirico di Zora, autentico faro del trio, capace di condurre le esposizioni tematiche o, all’occorrenza, di esplicare compiti ritmici con estrema flessibilità formale. Nell’insieme il lavoro si distingue per la coesione tra gli interpreti e per l’equilibrio espressivo, tra toni misurati e passaggi muscolari.
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mercoledì 31 agosto 2016
lunedì 29 agosto 2016
Luca Aquino & Jordanian National Orchestra: “Petra” [Talal Abu-Ghazaleh International Records, 2016]
Realizzato con il patrocinato dell’UNESCO, “Petra” è l’album che testimonia la performance dal vivo che Luca Aquino e la Jordanian National Orchestra hanno tenuto nel sito archeologico di Piccola Petra, in Giordania, nel 2015, di fronte a un ristretto numero di invitati, tra i quali la principessa Dana Firas. Si è trattato di un concerto speciale, in un luogo dai significati e dalle suggestioni particolari, come lo stesso Aquino ha sottolineato in un’intervista per La Repubblica: «Registrare un album in Giordania, tra i colori del deserto e i riverberi del sito archeologico, è stata un’esperienza mistica […] Lavorare con artisti di culture e nazionalità apparentemente lontane, ma unite dall’urgenza espressiva della musica, ha prodotto un sound che soffia luce dai minareti, sorvola la mia bella città natale (Benevento, NdR) e punta dritto a New Orleans». Una commistione tradotta in musica da un ensemble timbricamente peculiare, con tromba, percussioni, fiati, archi e fisarmonica, e che Aquino conduce attraverso melodie cantabili, ottenute attraverso un attento lavoro di scrittura e arrangiamento, svolto insieme a Sergio Casale. L’amplificazione strumentale è stata ridotta al minimo, in modo tale da ottenere un suono raccolto, naturale, quasi fosse in simbiosi con le qualità acustiche del sito.
martedì 9 agosto 2016
Donatello D’Attoma: “Shemà” (AlfaMusic, 2016)
“Shemà” contiene dieci brani che vedono protagonista Donatello D’Attoma, in alcuni insieme alla voce di Daniela Spalletta e in pianoforte solo nel resto del programma. Quella messa in mostra da D’Attoma è una vasta gamma di soluzioni espressive: inanella melodie cantabili; nelle esposizioni tematiche sa essere sia chiaro e leggibile quanto introverso e spigoloso; il suo pianismo, nell’insieme, evidenzia un ampio e sfaccettato background che abbraccia il modo classico quanto quello incline al blues e alla cultura afroamericana. Oltre ai temi originali sono rilette alcune composizioni di Charles Mingus, per il quale il pianista nutre profonda ammirazione, come si evince dalla note autografe nel booklet e dall’immagine di copertina, mentre la traccia conclusiva Via Turner, 27 è trattata elettronicamente da Stefano Quarta.
Ciro Riccardi: “Racconti in vinile” (AlfaMusic, 2016)
«I dischi in vinile, per tanti decenni, sono stati narratori di mondi: portavano nelle nostre case idee che nascevano dall’altra parte dell’Oceano, e rendevano meravigliose le musiche che nascevano a un passo da casa nostra […]. Come succede nei dischi in vinile, anche a me attraverso la musica piace raccontare delle storie, ognuna con una sua ambientazione, con i suoi personaggi e con le sue suggestioni, quasi a voler mettere nei miei lavori un poco di tutti quei dischi che ho consumato da adolescente, ed in cui continuo a rifugiarmi ogni volta che posso». Il trombettista Ciro Riccardi ci introduce così nel mondo del suo album “Racconti in vinile”, realizzato con diversi musicisti tra i quali segnaliamo Daniele Sepe e Peppe Servillo. In scaletta troviamo nove brani, ognuno con una propria ragione stilistica e formale, nei quali Riccardi dà fondo a una visione musicale ampia, probabilmente derivata dall’ascolto attento e ripetuto di tanti microsolchi. Il suo modo di condurre le melodie si rivela sempre in equilibrio con il resto degli arrangiamenti, sia nei passaggi confidenziali sia in quelli dal piglio ritmico marcato.
Butterfly: “Vertigo Treatment” (AlfaMusic, 2016)
Il trio Butterfly è composto da Pierpaolo Ranieri al basso elettrico, Marco Rovinelli alla batteria e Bruno Marinucci alla chitarra elettrica, ed era già attivo in precedenza come Bruno Marinucci Trio, ma le esperienze acquisite in questi ultimi anni, soprattutto riguardo le esibizioni dal vivo, hanno portato i tre a maturare una nuova identità stilistica e un nuovo modo di approcciare la musica. Il loro “Vertigo Treatment” contiene sette tracce originali, nella quali si evidenzia la cantabilità melodica dei temi, spesso messi in evidenza dalle corde di Marinucci, e dove possiamo apprezzare, a volte anche solo in filigrana, una “viva tensione” espressiva, sia nei soli sia in avvolgenti passaggi d’insieme. Il trio si distingue per originalità e per la capacità di mettersi a debita distanza da cliché e soluzioni a portata di mano.
lunedì 8 agosto 2016
GB Project: “In The Bloom” [AlfaMusic, 2016]
C’è nelle vesti di ospite il fisarmonicista Simone Zanchini in due dei sette brani della scaletta di “In The Bloom” (Alfamusic, 2016), l’album firmato dal GB Project, un quartetto che prevede in line up Alessandro Scala al soprano, Piero Simoncini al contrabbasso, Michele Iaia alla batteria e, autore di tutti i brani, Gilberto Mazzotti al pianoforte. La musica che ascoltiamo è caratterizzata dall’ampiezza timbrica, dalla cantabilità delle melodie e da un affiatato movimento d’insieme. La scrittura di Mazzotti prevede sia spazi per i solisti sia movimenti di gruppo, per un insieme in costante equilibrio tra un velato senso di nostalgia e attimi propositivi dal marcato piglio ritmico.
Um A Zero Trio: “Ja’ pode acabar” (AlfaMusic, 2016)
La voce di Valbilene Coutinho è il tratto distintivo di “Ja’ pode acabar” (Alfamusic, 2016), l’album che la cantante firma in trio con Riccardo Anfosso alla chitarra e Enzo Cioffi alla batteria e percussioni. Il repertorio proposto è incentrato sulla musica brasiliana e indaga celebri repertori, come quelli, tra gli altri, di Caetano Veloso e Tom Jobim. “Minimalista” ed “essenziale” sono degli aggettivi che Riccardo Zegna utilizza nelle note di copertina per inquadrare l’approccio del trio, il quale basa la sua riuscita espressiva sulla cantabilità melodica dei temi e sulle forme mai eccessive né ridondati, costruite attorno ad accostamenti timbrici equilibrati e su interventi solisti funzionali ai movimenti d’insieme.
Jimbo Tribe: “Jimbology” (AlfaMusic, 2016)
Fatta eccezione per Beatrice di Sam Rivers e Kind Folk di Kenny Wheeler le tracce di “Jimbology” (AlfaMusic, 2016) sono tutte firmate da Lewis Saccocci, pianista del trio Jimbo Tribe completato da Nicolò Di Caro alla batteria e Dario Piccioni al contrabbasso. Il loro è un approccio alla materia sonora in equilibrio tra le componenti classiche del piano tiro e un modo di proporsi teso a far emergere, con misura, le qualità individuali. In scaletta si apprezzano sia movimenti contemplativi, sia passaggi dal carattere più deciso, per un insieme che denuncia capacità, classe e fantasia. La nota introduttiva firmata da Roberto Gatto non lascia spazio alle perplessità riguardo al valore del trio: «Spesso è necessario puntare sulle suggestioni e sul clima, piuttosto che sul lavoro individuale. Ci vuole intelligenza, umiltà e rispetto per la tradizione. In questo disco ritengo che questi ingredienti siano presenti».
Reinaldo Santiago: “No Name” (AlfaMusic, 2016)
È la varietà timbrica uno degli aspetti più evidenti del lavoro firmato da Reinaldo Santiago, batterista, in un alcuni passaggi anche alla voce, leader del quintetto completato da Federico Procopio alle chitarre, Antonello Sorrentino alla tromba e flicorno, Lewis Saccocci al pianoforte e tastiere e Giulio Scarpato al basso elettrico e contrabbasso. Un insieme che riversa grande attenzione alla cantabilità delle melodie, spesso messe in evidenza dagli interventi di Sorrentino, sempre lirico e misurato anche quando il solo a sua disposizione prevede diverse misure. Le atmosfere sono spesso riflessive, garbate, e la scrittura di Santiango, coadiuvato da Mikael Mutti e Greg Burk, si lascia apprezzare per il profondo scavo espressivo e per le forme aperte agli interventi dei singoli.
venerdì 5 agosto 2016
Daniele Tittarelli & Mario Corvini’s New Talents Jazz Orchestra: “Extempora” [Parco della Musica Records, 2016]
«La mia più grande soddisfazione è vedere questi giovani bravi musicisti realizzare questa prima produzione discografica, vederli suonare e aderire a questo progetto orchestrale con abnegazione e professionalità». Con queste parole Mario Corvini esprime la sua gioia riguardo la pubblicazione di “Extempora”, l’album che vede impegnata la sua New Talents Jazz Orchestra – realtà attiva da diverso tempo e che ha accumulato esperienza attraverso le esibizioni dal vivo - insieme al sassofonista Daniele Tittarelli. Il lavoro si basa su sette tracce, firmate da Tittarelli e Corvini, il quale dirige l’ensemble lasciando anche spazio agli interventi solisti (ognuno dei quali è specificato nel booklet), in un insieme caratterizzato da ampiezza timbrica, melodie cantabili e movimenti dal profondo scavo espressivo.
Giuseppe Finocchiaro: “Prospectus” [Dodiclune, 2016]
Quello inciso da Giuseppe Finocchiaro per la salentina Dodiclune è un lavoro dal profondo scavo espressivo, la cui intenzione è descritta nel booklet dal pianista: «Le mie composizioni sono da sempre legate a immagini, a osservazioni visive. Ho sempre avuto l’esigenza di scrivere la musica scrutando, andando anche oltre la visione stessa, entrandoci dentro». Quella che si ascolta è una musica dai tratti melodici cantabili, come quelli di Suspendido a ti, brano del quale si può ascoltare anche una versione con la voce di Martin Romero, o di Taranta. In alcuni passaggi Finocchiaro è essenziale, al limite della trasparenza, come nell’introduzione di Winter, ed è affiancato dal contrabbassista Giovanni Arena, il quale installa un’intelaiatura ritmica leggera, misurata. In due brani Riccardo Gerbino interviene con tabla e cajon rimanendo aderente a un’introspettiva estetica d’insieme.
giovedì 4 agosto 2016
Carla Bley / Andy Sheppard / Steve Swallow: “Andando el tiempo” [ECM, 2016]
Il rodato trio composto da Carla Bley al pianoforte, Andy Sheppard ai sassofoni, soprano e tenore, e Steve Swallow al basso elettrico torna a incidere per ECM dopo l’apprezzato “Trios” del 2013, e rilascia un album dai profondi significati espressivi, come la stessa Bley ha dichiarato attraverso una nota stampa: «La composizione che dà il titolo all’album è divisa in tre parti, Sin Fin, Potactión de Guaya e Camino el Volver, ed è stata scritta quando ho visto un amico passare attraverso le tribolazioni della dipendenza e uscirne, con dolore, speranza e poi gioia». Gli altri due brani del CD sono Saints Alive e Naked Bridges / Diving Brides, quest’ultimo scritto dalla pianista come regalo di nozze per Sheppard e sua moglie Sara, e che trae ispirazione da Mendelssohn e dalla poesia di Paul Haines. La musica che ne deriva è spesso contemplativa e misurata, ma contiene anche risvolti cantabili, e nel suo insieme il lavoro è segnato dal profondo interplay del trio, capace di muoversi tra passaggi lirici, come quelli descritti dal tenore di Sheppard, e atmosfere sinistre costruite attorno a ostinati di poche note. La foto di copertina è firmata da Caterina Di Perri.
mercoledì 3 agosto 2016
Maurizio Brunod – Danilo Gallo – Massimo Barbiero: “Extrema Ratio” [Caligola Records, 2016]
Chitarra elettrica e acustica, basso elettrico, contrabbasso, elettronica e percussioni contribuiscono a costruire la spaziosa ambientazione timbrica di “Extrema Ratio”, l’album firmato Maurizio Brunod, Danilo Gallo e Massimo Barbiero, tre musicisti che, come loro consuetudine, si tengono a debita distanza dagli immediati incasellamenti stilistici e dalle soluzioni, melodiche e formali, di comodo. Ne deriva un lavoro sfaccettato, con brani originali, traditional e qualche rifacimento, come nel caso di Our Spanish Love Song firmata Charlie Haden, nel quale possiamo ascoltare un lungo assolo di Brunod, cantabile quanto tagliente e introverso. Non mancano passaggi dal sapore più sperimentale e improvvisativo in un contesto di ascolto reciproco, spazi condivisi e creatività.
lunedì 1 agosto 2016
Giovanni Falzone Contemporary Orchestra: “Led Zeppelin Suite” [Musicamorfosi, 2016]
Giovanni Falzone non è nuovo a indagini riguardo repertori di celebri artisti, come già accaduto in passato con Charlie Parker, Jimi Hendrix e Ornette Coleman, e in questo nuovo episodio discografico, realizzato insieme alla Contemporary Orchestra che include nove elementi, la sua attenzione è rivolta ai Led Zeppelin. Il suo approccio è, anche in questo caso, teso alla reinvenzione del materiale dato, per una sorta di personale significazione di un contesto artistico che attraverso i suoi arrangiamenti vive di nuove prospettive. La suite è divisa in quattro quadri, ognuno incentrato e ispirato ai primi quattro album dei Led Zeppelin, tra loro concatenati in un unico insieme sonoro che non risulta mai imitativo né filologico, ma riflette la personalità creativa di Falzone, il quale, nell’insieme, riesce a rendere una decisa mutevolezza timbrica e melodica. Il tratti caratteriali dei Led Zeppelin rimangono costantemente in filigrana, ed emergono in maniera netta solo nelle esposizioni tematiche che tirano in ballo celebri riff, come nel caso di Whole Lotta Love.
Paolo Sorge: “Triplain” [Improvvisatore Involontario, 2016]
In questo nuovo lavoro edito da Improvvisatore Involontario Paolo Sorge è affiancato da Gabriele Evangelista al contrabbasso e Francesco Cusa alla batteria, musicisti che, in linea con le dinamiche espressive del chitarrista catanese, amano addentrarsi in situazioni dal carattere sperimentale e prive di immediati riferimenti di forma e stile. I sette brani in scaletta, tutti firmati da Sorge, si risolvono in poco più di mezzora ed esplorano diverse aree espressive, dai passaggi melodici cantabili, come quelli dell’iniziale Divergenze, ad altri dal carattere avanguardistico, come nel brano Triplain che dà il titolo all’album.
Francesco Forges: “Micro Strayhorn” [Musicacruda, 2016]
È dedicato alla musica di Billy Strayhorn questo lavoro firmato da Francesco Forges, per l’occasione al pianoforte, flauto e voce, accompagnato da Michele Benvenuti al trombone, Maurizio Nobili alla voce in due tracce, Lorenzo Serafin all’oud e contrabbasso ed Emiliano Turazzi al clarinetto e clarinetto basso. Foges cura gli arrangiamenti dei dieci brani in scaletta, e piega la musica di Strayhorn verso una visione personale, che sa essere sia essenziale e intima, sia di natura più introversa e sperimentale. Nel suo insieme il lavoro non concede immediati punti di riferimento stilistici, e durante l’ascolto si incontrano situazioni in equilibrato contrasto, tra duetti vocali, passaggi in pianoforte solo e momenti dal marcato piglio ritmico.
lunedì 25 luglio 2016
Wolfert Brederode Trio: “Black Ice” [ECM, 2016]
C’è la cantabilità melodica dei temi proposti al centro delle dinamiche espressive del trio capitanato dal pianista olandese Wolfert Brederode, completato da Gulli Gudmundsoon al contrabbasso e Jasper van Hulten alla batteria. Registrata nel luglio 2015, la scaletta prevede, fatto salvo per Conclusion firmata Gudmundsson, solo composizioni di Brederode, il quale pensa e costruisce una musica in costante equilibrio timbrico e fedele a un’estetica chiaroscurale e dettagliata. L’intero lavoro indaga ambientazioni di profonda liricità, con il suono di pianoforte protagonista discreto di un amalgama formale dove il rispetto dello spazio e del tempo risultano basilari.
sabato 23 luglio 2016
Intervista a Sergio Armaroli e Giancarlo Schiaffini
Perché hai scelto di lavorare sul materiale di Christian Wolff e perché hai voluto Giancarlo Schiaffini come interprete?
Sergio Armaroli: Christian Wolff rappresenta un ideale punto di congiunzione tra la ricerca musicale inaugurata da John Cage, di cui è stato allievo, e l’improvvisazione intesa come traduzione sonora di un pensiero compositivo immanente, e urgente. Wolff elabora un materiale che deve essere condiviso dagli interpreti, compreso e assimilato nell’atto stesso dell’esecuzione, con tutte le “imperfezioni” che questo comporta. Giancarlo Schiaffini rappresenta un raro esempio di “pensiero in atto” che diviene suono, come direbbe Alipio Carvalho Neto; non posso, in questo senso dire di “aver scelto un interprete”, ma una volontà operante molto gentile, acuta e attenta. Mi spiego: solo attraverso alcuni “incontri preparatori”, fatti di qualche concerto insieme, poche parole, sguardi e brevissimi confronti, si è concretizzato, attorno a un materiale minimo come quello di Wolff, la possibilità di un dialogo e di un’esperienza per “realizzarne”, come dice Giancarlo, “una versione para-jazzistica”. Solo successivamente, come naturale conseguenza di ciò, abbiamo deciso insieme di lavorare sul materiale di sua composizione per improvvisatori in una sorta di “esercizio dialettico” dell’intelligenza.
Qual è la prima cosa che hai pensato quando ti è stato proposto questo lavoro?
Giancarlo Schiaffini: La prima considerazione positiva riguardo a questa proposta è legata alla persona di Sergio Armaroli che mi ha convito senza problemi. Con Sergio ho collaborato in alcuni concerti e in quelle occasioni ci siamo confrontati sul nostro lavoro musicale trovando una grande coincidenza di idee e di progettualità. Collaborare su Christian Wolff in una ottica “para-jazzistica” mi è sembrata un’idea molto stimolante. Avevo già in passato lavorato su alcune partiture di Wolff e ne avevo apprezzato l’intelligenza, la grande apertura e la possibilità di inserire l’improvvisazione in quei contesti. L’idea di Sergio di usare Microexercises, che, confesso, non conoscevo, mi è parsa molto adatta per una lettura da parte di musicisti che avessero frequentato il jazz, qualunque possa essere il significato di questa etichetta al giorno d’oggi. La mia opinione è che il jazz abbia diminuito il suo potere trainante già dalla fine degli anni Sessanta; ormai è praticamente diventato una sorta di accademia, per cui il variarne le prospettive rappresenta un processo decisamente rivitalizzante. Il fatto poi di lavorarci con Sergio e con Marcello Testa e Nicola Stranieri è stato un motivo ulteriore per affrontare questa impresa.
Quale è stato il rischio maggiore nel rileggere questo repertorio?
Sergio Armaroli: Il rischio, se di rischio si può parlare, è quello di trovarsi in una “terra di nessuno” ovvero in un non-luogo musicale, intendo questo da un punto di vista puramente istituzionale e di riconoscibilità critica. Il jazz oggi, o quello che viene identificato e nominato, come “jazz”, soprattutto in Italia, sembra, a mio modesto parere, molto conservatore e chiuso in un’idea di linguaggio museificato e privo di vitalità e di coraggio; dall’altra parte, la musica contemporanea di matrice euro-colta o quello che ne rimane, pare incapace di uscire dalle strette di un accademismo molto rigido, nonostante le buone intenzioni; allora, affrontare, da una parte, un autore come Wolff che si pone il problema del contesto reale, e di un fare musica insieme liberato, e, dall’altra, lavorare, come in un processo di affinità elettiva e di simpatia, sulla musica di Giancarlo Schiaffini pone in questione il fare musica al di fuori di schemi e di definizioni di comodo; questo processo può portare a uno spaesamento e a una “perdita del centro” anche per l’ascoltatore; ripeto: non è una sfida, ma, semmai, una necessità. Nella necessità non c’è rischio perché si segue un’urgenza e dunque non può che essere un incontro felice. Con Giancarlo mi impegno a non chiamarlo jazz e aggiungo: nella tragicommedia dell’ascolto e alla ricerca del suono significante…
Uno dei due CD è basato su tue composizioni. Ce ne vuoi parlare?
Giancarlo Schiaffini: Sergio mi ha chiesto di portare qualche brano nella sessione di registrazione che potesse inserirsi nel discorso generale. Ho acconsentito molto volentieri e ho scelto alcune composizioni pensate per un gruppo di improvvisatori. Questi brani, più che sulle note scritte, che comunque compaiono con una certa parsimonia, si basano sulle relazioni fra gli esecutori, su indicazioni di atmosfere musicali, e su micro-temi, e qui c’è qualche coerenza con l’opera di Wolff, da sviluppare con grande libertà. In definitiva si tratta di strutture, a volte stabilite e a volte risultanti dall’esecuzione, che suggeriscono soluzioni e consentono agli esecutori di usare la loro inventiva per creare un discorso musicale condiviso.
Come si pone questo lavoro nel tuo percorso di ricerca artistica?
Sergio Armaroli: Personalmente devo dichiarare un debito di riconoscenza nei confronti di Giancarlo Schiaffini e di quello che rappresenta per la musica; un musicista pensante che rappresenta un modello di metodo e di pratica. Voglio dire: il vero virtuosismo è quello della mente e dei processi che siamo in grado di attivare attraverso il suono, e la qualità dei rapporti che siamo in grado di creare. È un processo umano, di dialogo e di ascolto. Se noi, nell’oggi, soffriamo di “autismo” è perché abbiamo perso memoria di un fare musica che in Giancarlo si materializza, anche, nella sua presenza. E questo mi rassicura e mi aiuta nel mio percorso di ricerca artistica che è molteplice, frammentato, come un “work in progress” intellettuale in maniera irregolare e non sistematica lasciando sempre aperte attese e prospettive. In questo viaggio sono accompagnato da due straordinari musicisti come Nicola Stranieri, batterista sensibilissimo e attento alle minime derive, e Marcello Testa al contrabbasso, per me sicuro approdo. Con loro, e insieme al sassofonista Claudio Guida, ho creato l’Axis Quartet con il quale ho cercato di circumnavigare il continente del jazz e la sua lingua che è meticcia ed euro-africana. Invece questo mio ultimo lavoro, o meglio, questo “esercizio”, rappresenta un passaggio al futuro, in quanto, senza problemi di carattere “filologico” la pratica degli “esercizi” è più sicura e libera.
Hai progetti per il futuro?
Giancarlo Schiaffini: Sono sempre tanti, e molti più di quello che si riesce a realizzare. Comunque sarebbe, sarà, senz’altro interessante e augurabile continuare la collaborazione con Sergio e con i suoi sodali. Continuerò comunque a progettare a zig-zag come ho sempre fatto, usando l’improvvisazione in senso strutturale, anche con l'uso di immagini, per raccontare storie, l'elettronica come strumento aggiuntivo, e quanto mi interesserà al momento.
venerdì 22 luglio 2016
Markus Stockhausen – Florian Weber: “Alba” [ECM, 2016]
Il trombettista Markus Stockhausen e il pianista Florian Weber arrivano alla prima incisione in duo dopo alcuni anni di frequentazione, durante i quali hanno affinato il loro interplay e la loro reciproca capacità di ascolto. Il linguaggio espressivo di “Alba” (ECM, 2016) si fonda sulla cantabilità melodica dei temi proposti, e si sviluppa su strutture ritmiche essenziali, mentre le atmosfere delle quindici tracce presenti nella scaletta, tutte originali, risultano pacate e spesso in equilibrio tra suono e silenzio. Brani strutturati si alternano a brevi momenti di improvvisazione, per un insieme timbrico cesellato, dal quale affiora eleganza e senso di riflessione.
giovedì 21 luglio 2016
Jack DeJohnette / Ravi Coltrane / Matthew Garrison: “In Movement” [ECM, 2016]
Registrato nell’ottobre 2015 agli Avatar Studios di New York City, “In Movement” testimonia l’incontro tra personalità musicali dall’elevato peso specifico e dalla profonda capacità espressiva come quelle di Jack DeJohnette, batteria e pianoforte, Ravi Coltrane, sassofoni tenore e soprano e Matthew Garrison, basso elettrico. Il trio arriva all’incisione forte di una rodata frequentazione, non solo musicale ma anche di vita, e dalle otto tracce proposte, tra le quali Alabama di John Coltrane, emerge una grande affinità d’intenti in un suono d’insieme fluido e pastoso. I brani si sviluppano attorno a delle radici melodiche spesso tradotte dai sassofoni di Coltrane, e le matrici ritmiche trovano nel basso elettrico di Garrison e nelle modalità di DeJohnette delle ambientazioni scure e cariche di groove. In copertina una foto di Woong-Chul An.
lunedì 18 luglio 2016
Tolfa Jazz Festival 2016 “Now! Orleans” – Tolfa 22, 23 e 24 luglio 2016
In programma a Tolfa dal 22 al 24 luglio il festival a ingresso gratuito propone musica e attività culturali di vario genere, dalla danza alla fotografia, in una cornice che coinvolge anche aspetti di enogastronomia, artigianato e sport
Il titolo di questa edizione del Tolfa Jazz Festival è “Now! Orleans”, con riferimento a New Orleans e alla tradizione jazzistica?ù
È un’edizione dedicata a New Orleans, ma questo non vuol dire che proponiamo del jazz tradizionale. La parola “Now!” vuole indicare la gratitudine per New Orleans, ma soprattutto una proposta di attualità, contestualizzata nello spirito di New Orleans. La nostra è una maniera di fare popolare e festosa, un aspetto che il jazz ha un po’abbandonato in questi ultimi anni. La vena principale di questa musica fa riferimento a situazioni popolari.
Che atmosfera si respira durante i giorni del festival? Una situazione popolare, con una musica attualizzata. Negli anni Settanta ebbi molti attriti per questi motivi, quando dicevo che l’etimologia della parola “festival” fa riferimento al termine “festa”. Il pubblico in tal senso è fondamentale, Tolfa poi è un posto bellissimo, ideale, né troppo grande né troppo piccolo, a “misura di jazz”, dove il pubblico si può godere appieno i concerti.
Come è costruito il programma? Abbiamo cercato proposte affini a questa idea di attualità, come il concerto di Simone Alessandrini, che vedrà ospite Francesco Bearzatti, un esponente del jazz dei giorni nostri. Poi c’è l’orchestra di Mario Corvini, un ottimo musicista e insegnante, che ha portato a crescere i suoi ragazzi a un livello professionale invidiabile, che faranno un omaggio alla mia musica. Nelle cose che ho fatto ho sempre cercato di essere contemporaneo, né moderno né tradizionale, sull’insegnamento di Duke Ellington, che era a favore di una musica attuale, fruibile giorno per giorno.
Un festival che apre anche a chi si avvicina per la prima volta al jazz? Il jazz non è un’unica cosa. Anche il neofita può venire a Tolfa e trovare un qualcosa di interessante per i suoi gusti. Del resto è questa la funzionalità culturale di un festival. Noi proponiamo indirizzi. Io sono un direttore artistico, ma riesco a mettermi dalla parte del pubblico. Io stesso vado a vedere i concerti e mi diverto o meno, “diverto” nel senso che c’è un qualcosa che mi intriga, mi interessa, mi appassiona e mi fa venire voglia di approfondire.
Negli anni state avendo degli ottimi riscontri. Il festival piace, ha preso piede e se ne parla. Sta crescendo sano, a vista d’occhio, un po’ come un bambino. Non abbiamo contributi particolari, tranne qualche sponsor che ci aiuta e qualcuno che si dà da fare. Otteniamo una realtà valida, che per noi è appagante.
Stai già pensando al futuro? Sì, perché nel marzo del 1967 ho firmato il mio primo lavoro per la radio dal titolo “Il disco di jazz ha cinquant’anni”, perché nel marzo 1917 veniva messo in circolazione il primo disco con la dicitura jass, con la doppia “s”, il famoso Livery Stable Blues della Original Dixieland Jass Band guidata da Nick La Rocca. Questa è la data ufficiale, è chiaro che il jazz è nato prima, ma si è preso il 1917 come riferimento comune. Spero l’anno prossimo di fare qualcosa di attinente al “Il disco di jazz ha cento anni”. È anche il caso di rivalutare Nick La Rocca, siciliano nato a New Orleans, che suonava la tromba e ha codificato i caposaldi del dixieland, con buona pace di chi sostiene il contrario. Ha inventato un linguaggio nuovo. Il jazz è poi diventato quello che sappiamo, ma il primo ad avere il coraggio di proporre un qualcosa di nuovo fu Nick La Rocca.
Tutte le informazioni su Tolfa Jazz: https://tolfajazz.com/
martedì 28 giugno 2016
Kind Of Bill: intervista a Dado Moroni
Cosa ti lega alla figura di Bill Evans? Sono sempre stato accostato a un certo tipo di pianismo vicino a Herbie Hancock, Oscar Peterson, Bud Powell e altri legati alla tradizione afroamericana. In realtà Bill Evans è stato un musicista fondamentale per il mio sviluppo e la mia maturazione come pianista. Suonare il suo repertorio è una cosa rischiosa, un po’ come avvicinarsi al mondo di Monk. Lui non è un seguace di uno stile, lui ha creato uno stile. È difficile renderlo senza correre il rischio di copiarlo, e forse per questo motivo l’ho sempre lasciato da parte. Oggi però, almeno spero, credo di essere in grado di proporre un qualcosa di interessante. Mi piaceva misurarmi con un qualcosa che forse anni fa non comprendevo appieno o per la quale non mi sentivo pronto. È un passo importante che fa parte della mia crescita.
Qual è l’idea alla base di questo progetto in trio con Eddie Gomez e Joe LaBarbera? Alla base di tutto non c’è un tributo a Bill Evans, ma un progetto musicale che si ispira a Bill Evans. C’è la voglia di celebrare un’eredità, che lui ha lasciato in tutti noi. È una sorta di ringraziamento, per le emozioni che ci ha dato. La sua arte è ancora viva e la sua freschezza nel suonare è ancora attualissima.
La scaletta di “Kind of Bill” cosa prevede? Oltre ai brani di Evans suoniamo anche standard, sempre ispirati alle sue versioni, che dunque assumono mood particolari, e alcuni originali, come Kind of Bill che poi dà il titolo al progetto.
Pensi che questo progetto diventerà anche un album? L’idea è quella di fare le cose in maniera spontanea. Nel frattempo stiamo registrando alcune serate, poi vedremo.
Sia Eddie Gomez sia Joe LaBarbera hanno suonato in trio con Bill Evans, in periodi diversi. Che effetto ti fa condividere il palco con loro? Mettere loro due insieme è stato fantastico. È bello ascoltarli suonare, sul palco li ammiro, sono uno spettacolo. Questo è un progetto anche dedicato a loro. Eddie e Joe hanno una grande personalità e hanno contribuito al sound del trio di Bill Evans, il quale non sceglieva i musicisti a caso, ma andava a prendere quelli con determinate caratteristiche, perché aveva bisogno di musicisti che capissero la sua estetica, il suo linguaggio. Basti pensare all’intesa con Scott LaFaro, e al loro legame umano. Eddie ha lasciato un’impronta, è un innovatore, è un discepolo del messaggio di Scott LaFaro. Ha sviluppato l’intesa con lo strumento quanto Scott LaFaro. Nel trio di Bill Evans è stato fondamentale e ha dato a Evans un qualcosa in più. Joe suona la batteria in maniera melodica, sa essere sia delicato sia autorevole. Conosce la musica in maniera profonda, a seconda dell’accordo che si suona decide il piatto da suonare o usa le spazzole.
In questi giorni ti hanno raccontato qualche aneddoto legato alle loro esperienze con Evans? Sono rapporti molto intimi e ne parlano solo quando si sentono di parlarne. Sono legami particolari. L’empatia è difficile da descrivere. Tra le cose che sono trapelate mi dicono di una persona buona e sensibile, che amava i cartoni animati e il baseball, che aveva attenzione per i bambini, si ricordava dei compleanni dei suoi amici, e questi suoi aspetti li riversava in musica. Era molto affidabile, malgrado i suoi noti problemi legati alla tossicodipendenza. Inoltre, andava a sentire gli altri pianisti, come Monk e Oscar Peterson con il quale avrebbe dovuto fare un disco per doppio pianoforte. Era curioso. Non era introverso, aveva molti interessi. È stato un genio, un musicista che ha voltato pagina, e questo è universalmente riconosciuto.
A fine tour, quel è un complimento che ti piacerebbe ricevere? In realtà il complimento me lo hanno fatto ieri sera Eddie e Joe dopo il concerto dicendomi: «Hai capito lo spirito, hai suonato con il cuore». Quando due musicisti che hanno diviso il palco con un gigante come Bill Evans ti dicono di avere imparato la lezione vuol dire molto, è una cosa che mi dà fiducia e mi piace moltissimo.
lunedì 27 giugno 2016
Valerio Pontrandolfo & Harold Mabern Trio: “Are You Sirius?” [In Jazz We Trust Records, 2016]
Registrato nel mese di settembre del 2014, “Are You Sirius?” è un album che il sassofonista Valerio Pontrandolfo firma insieme al trio del pianista Harold Mabern, completato da John Webber al contrabbasso e Joe Farnsworth alla batteria. La scaletta si sviluppa attraverso alcuni originali firmati da Pontrandolfo e rivisitazioni, come nel caso di Make Believe, di Jerome Kern, e mette in mostra l’interplay del quartetto, evidente soprattutto nei brani suonati a ritmo sostenuto, come l’iniziale Twenty. Non mancano i momenti più rilassati, quasi intimi, come quelli descritti nella ballad Touched, in un insieme riferibile alle forme dell’hard bop. La copertina è ideata da Bruno Briscik.
Gabriele Mitelli – Pasquale Mirra: “Water Stress” [Caligola Records, 2016]
Protagonisti di “Water Stress” sono il trombettista Gabriele Mitelli, anche alle percussioni e flicorno, e il vibrafonista Pasquale Mirra. I due danno forma a nove tracce, tra originali e rivisitazioni, che non incontrano immediati riferimenti stilistici, in quanto prive di consuetudini. Tracce che sono spinte verso territori timbrici e melodici inediti e sperimentali, per un insieme che si sviluppa in divenire e senza preconcetti: c’è dell’avanguardia, nei tratti estetici che i due propongono, c’è il legame con l’Africa, ci sono momenti visionari e astratti. In copertina la riproduzione di “Taut” di Valentina Crasto.
Andrea Pozza – Andrew Cleyndert – Mark Taylor: “Siciliana” [Trio Records, 2016]
Dopo un lungo rodaggio effettuato nelle performance dal vivo durante questi ultimi anni, il trio composto da Andrea Pozza al pianoforte, Andrew Cleyndert al contrabbasso e Mark Taylor alla batteria incide per la Trio Records “Siciliana”, un album che vede in scaletta un paio di tracce firmate da Pozza e una serie di rivisitazioni di brani composti da pianisti, da Johann Sebastian Bach a Thelonious Sphere Monk. Al centro degli sviluppi espressivi ci sono le melodie, come quella cantabile dell’iniziale Bolivia di Cedar Walton, oppure quella sviluppata su ritmo sostenuto nella monkiana Wee See, per un insieme dove non manca l’alternanza di atmosfere con situazioni più intime e pensose, vedi My One And Only Love di Guy Wood.

























