C’è la cantabilità melodica dei temi proposti al centro delle dinamiche espressive del trio capitanato dal pianista olandese Wolfert Brederode, completato da Gulli Gudmundsoon al contrabbasso e Jasper van Hulten alla batteria. Registrata nel luglio 2015, la scaletta prevede, fatto salvo per Conclusion firmata Gudmundsson, solo composizioni di Brederode, il quale pensa e costruisce una musica in costante equilibrio timbrico e fedele a un’estetica chiaroscurale e dettagliata. L’intero lavoro indaga ambientazioni di profonda liricità, con il suono di pianoforte protagonista discreto di un amalgama formale dove il rispetto dello spazio e del tempo risultano basilari.
オブリーク・ストラテジーズ / косые стратегии / oblique strategies / schuine strategieën / استراتيجيات منحرف / skrå strategier / 斜策略 / las estrategias oblicuas / তির্যক কৌশল / schräg strategien / אַבליק סטראַטעגיעס / stratégies obliques / kēlā papa kōnane o / kosi strategije
lunedì 25 luglio 2016
Wolfert Brederode Trio: “Black Ice” [ECM, 2016]
sabato 23 luglio 2016
Intervista a Sergio Armaroli e Giancarlo Schiaffini
Perché hai scelto di lavorare sul materiale di Christian Wolff e perché hai voluto Giancarlo Schiaffini come interprete?
Sergio Armaroli: Christian Wolff rappresenta un ideale punto di congiunzione tra la ricerca musicale inaugurata da John Cage, di cui è stato allievo, e l’improvvisazione intesa come traduzione sonora di un pensiero compositivo immanente, e urgente. Wolff elabora un materiale che deve essere condiviso dagli interpreti, compreso e assimilato nell’atto stesso dell’esecuzione, con tutte le “imperfezioni” che questo comporta. Giancarlo Schiaffini rappresenta un raro esempio di “pensiero in atto” che diviene suono, come direbbe Alipio Carvalho Neto; non posso, in questo senso dire di “aver scelto un interprete”, ma una volontà operante molto gentile, acuta e attenta. Mi spiego: solo attraverso alcuni “incontri preparatori”, fatti di qualche concerto insieme, poche parole, sguardi e brevissimi confronti, si è concretizzato, attorno a un materiale minimo come quello di Wolff, la possibilità di un dialogo e di un’esperienza per “realizzarne”, come dice Giancarlo, “una versione para-jazzistica”. Solo successivamente, come naturale conseguenza di ciò, abbiamo deciso insieme di lavorare sul materiale di sua composizione per improvvisatori in una sorta di “esercizio dialettico” dell’intelligenza.
Qual è la prima cosa che hai pensato quando ti è stato proposto questo lavoro?
Giancarlo Schiaffini: La prima considerazione positiva riguardo a questa proposta è legata alla persona di Sergio Armaroli che mi ha convito senza problemi. Con Sergio ho collaborato in alcuni concerti e in quelle occasioni ci siamo confrontati sul nostro lavoro musicale trovando una grande coincidenza di idee e di progettualità. Collaborare su Christian Wolff in una ottica “para-jazzistica” mi è sembrata un’idea molto stimolante. Avevo già in passato lavorato su alcune partiture di Wolff e ne avevo apprezzato l’intelligenza, la grande apertura e la possibilità di inserire l’improvvisazione in quei contesti. L’idea di Sergio di usare Microexercises, che, confesso, non conoscevo, mi è parsa molto adatta per una lettura da parte di musicisti che avessero frequentato il jazz, qualunque possa essere il significato di questa etichetta al giorno d’oggi. La mia opinione è che il jazz abbia diminuito il suo potere trainante già dalla fine degli anni Sessanta; ormai è praticamente diventato una sorta di accademia, per cui il variarne le prospettive rappresenta un processo decisamente rivitalizzante. Il fatto poi di lavorarci con Sergio e con Marcello Testa e Nicola Stranieri è stato un motivo ulteriore per affrontare questa impresa.
Quale è stato il rischio maggiore nel rileggere questo repertorio?
Sergio Armaroli: Il rischio, se di rischio si può parlare, è quello di trovarsi in una “terra di nessuno” ovvero in un non-luogo musicale, intendo questo da un punto di vista puramente istituzionale e di riconoscibilità critica. Il jazz oggi, o quello che viene identificato e nominato, come “jazz”, soprattutto in Italia, sembra, a mio modesto parere, molto conservatore e chiuso in un’idea di linguaggio museificato e privo di vitalità e di coraggio; dall’altra parte, la musica contemporanea di matrice euro-colta o quello che ne rimane, pare incapace di uscire dalle strette di un accademismo molto rigido, nonostante le buone intenzioni; allora, affrontare, da una parte, un autore come Wolff che si pone il problema del contesto reale, e di un fare musica insieme liberato, e, dall’altra, lavorare, come in un processo di affinità elettiva e di simpatia, sulla musica di Giancarlo Schiaffini pone in questione il fare musica al di fuori di schemi e di definizioni di comodo; questo processo può portare a uno spaesamento e a una “perdita del centro” anche per l’ascoltatore; ripeto: non è una sfida, ma, semmai, una necessità. Nella necessità non c’è rischio perché si segue un’urgenza e dunque non può che essere un incontro felice. Con Giancarlo mi impegno a non chiamarlo jazz e aggiungo: nella tragicommedia dell’ascolto e alla ricerca del suono significante…
Uno dei due CD è basato su tue composizioni. Ce ne vuoi parlare?
Giancarlo Schiaffini: Sergio mi ha chiesto di portare qualche brano nella sessione di registrazione che potesse inserirsi nel discorso generale. Ho acconsentito molto volentieri e ho scelto alcune composizioni pensate per un gruppo di improvvisatori. Questi brani, più che sulle note scritte, che comunque compaiono con una certa parsimonia, si basano sulle relazioni fra gli esecutori, su indicazioni di atmosfere musicali, e su micro-temi, e qui c’è qualche coerenza con l’opera di Wolff, da sviluppare con grande libertà. In definitiva si tratta di strutture, a volte stabilite e a volte risultanti dall’esecuzione, che suggeriscono soluzioni e consentono agli esecutori di usare la loro inventiva per creare un discorso musicale condiviso.
Come si pone questo lavoro nel tuo percorso di ricerca artistica?
Sergio Armaroli: Personalmente devo dichiarare un debito di riconoscenza nei confronti di Giancarlo Schiaffini e di quello che rappresenta per la musica; un musicista pensante che rappresenta un modello di metodo e di pratica. Voglio dire: il vero virtuosismo è quello della mente e dei processi che siamo in grado di attivare attraverso il suono, e la qualità dei rapporti che siamo in grado di creare. È un processo umano, di dialogo e di ascolto. Se noi, nell’oggi, soffriamo di “autismo” è perché abbiamo perso memoria di un fare musica che in Giancarlo si materializza, anche, nella sua presenza. E questo mi rassicura e mi aiuta nel mio percorso di ricerca artistica che è molteplice, frammentato, come un “work in progress” intellettuale in maniera irregolare e non sistematica lasciando sempre aperte attese e prospettive. In questo viaggio sono accompagnato da due straordinari musicisti come Nicola Stranieri, batterista sensibilissimo e attento alle minime derive, e Marcello Testa al contrabbasso, per me sicuro approdo. Con loro, e insieme al sassofonista Claudio Guida, ho creato l’Axis Quartet con il quale ho cercato di circumnavigare il continente del jazz e la sua lingua che è meticcia ed euro-africana. Invece questo mio ultimo lavoro, o meglio, questo “esercizio”, rappresenta un passaggio al futuro, in quanto, senza problemi di carattere “filologico” la pratica degli “esercizi” è più sicura e libera.
Hai progetti per il futuro?
Giancarlo Schiaffini: Sono sempre tanti, e molti più di quello che si riesce a realizzare. Comunque sarebbe, sarà, senz’altro interessante e augurabile continuare la collaborazione con Sergio e con i suoi sodali. Continuerò comunque a progettare a zig-zag come ho sempre fatto, usando l’improvvisazione in senso strutturale, anche con l'uso di immagini, per raccontare storie, l'elettronica come strumento aggiuntivo, e quanto mi interesserà al momento.
venerdì 22 luglio 2016
Markus Stockhausen – Florian Weber: “Alba” [ECM, 2016]
Il trombettista Markus Stockhausen e il pianista Florian Weber arrivano alla prima incisione in duo dopo alcuni anni di frequentazione, durante i quali hanno affinato il loro interplay e la loro reciproca capacità di ascolto. Il linguaggio espressivo di “Alba” (ECM, 2016) si fonda sulla cantabilità melodica dei temi proposti, e si sviluppa su strutture ritmiche essenziali, mentre le atmosfere delle quindici tracce presenti nella scaletta, tutte originali, risultano pacate e spesso in equilibrio tra suono e silenzio. Brani strutturati si alternano a brevi momenti di improvvisazione, per un insieme timbrico cesellato, dal quale affiora eleganza e senso di riflessione.
giovedì 21 luglio 2016
Jack DeJohnette / Ravi Coltrane / Matthew Garrison: “In Movement” [ECM, 2016]
Registrato nell’ottobre 2015 agli Avatar Studios di New York City, “In Movement” testimonia l’incontro tra personalità musicali dall’elevato peso specifico e dalla profonda capacità espressiva come quelle di Jack DeJohnette, batteria e pianoforte, Ravi Coltrane, sassofoni tenore e soprano e Matthew Garrison, basso elettrico. Il trio arriva all’incisione forte di una rodata frequentazione, non solo musicale ma anche di vita, e dalle otto tracce proposte, tra le quali Alabama di John Coltrane, emerge una grande affinità d’intenti in un suono d’insieme fluido e pastoso. I brani si sviluppano attorno a delle radici melodiche spesso tradotte dai sassofoni di Coltrane, e le matrici ritmiche trovano nel basso elettrico di Garrison e nelle modalità di DeJohnette delle ambientazioni scure e cariche di groove. In copertina una foto di Woong-Chul An.
lunedì 18 luglio 2016
Tolfa Jazz Festival 2016 “Now! Orleans” – Tolfa 22, 23 e 24 luglio 2016
In programma a Tolfa dal 22 al 24 luglio il festival a ingresso gratuito propone musica e attività culturali di vario genere, dalla danza alla fotografia, in una cornice che coinvolge anche aspetti di enogastronomia, artigianato e sport
Il titolo di questa edizione del Tolfa Jazz Festival è “Now! Orleans”, con riferimento a New Orleans e alla tradizione jazzistica?ù
È un’edizione dedicata a New Orleans, ma questo non vuol dire che proponiamo del jazz tradizionale. La parola “Now!” vuole indicare la gratitudine per New Orleans, ma soprattutto una proposta di attualità, contestualizzata nello spirito di New Orleans. La nostra è una maniera di fare popolare e festosa, un aspetto che il jazz ha un po’abbandonato in questi ultimi anni. La vena principale di questa musica fa riferimento a situazioni popolari.
Che atmosfera si respira durante i giorni del festival? Una situazione popolare, con una musica attualizzata. Negli anni Settanta ebbi molti attriti per questi motivi, quando dicevo che l’etimologia della parola “festival” fa riferimento al termine “festa”. Il pubblico in tal senso è fondamentale, Tolfa poi è un posto bellissimo, ideale, né troppo grande né troppo piccolo, a “misura di jazz”, dove il pubblico si può godere appieno i concerti.
Come è costruito il programma? Abbiamo cercato proposte affini a questa idea di attualità, come il concerto di Simone Alessandrini, che vedrà ospite Francesco Bearzatti, un esponente del jazz dei giorni nostri. Poi c’è l’orchestra di Mario Corvini, un ottimo musicista e insegnante, che ha portato a crescere i suoi ragazzi a un livello professionale invidiabile, che faranno un omaggio alla mia musica. Nelle cose che ho fatto ho sempre cercato di essere contemporaneo, né moderno né tradizionale, sull’insegnamento di Duke Ellington, che era a favore di una musica attuale, fruibile giorno per giorno.
Un festival che apre anche a chi si avvicina per la prima volta al jazz? Il jazz non è un’unica cosa. Anche il neofita può venire a Tolfa e trovare un qualcosa di interessante per i suoi gusti. Del resto è questa la funzionalità culturale di un festival. Noi proponiamo indirizzi. Io sono un direttore artistico, ma riesco a mettermi dalla parte del pubblico. Io stesso vado a vedere i concerti e mi diverto o meno, “diverto” nel senso che c’è un qualcosa che mi intriga, mi interessa, mi appassiona e mi fa venire voglia di approfondire.
Negli anni state avendo degli ottimi riscontri. Il festival piace, ha preso piede e se ne parla. Sta crescendo sano, a vista d’occhio, un po’ come un bambino. Non abbiamo contributi particolari, tranne qualche sponsor che ci aiuta e qualcuno che si dà da fare. Otteniamo una realtà valida, che per noi è appagante.
Stai già pensando al futuro? Sì, perché nel marzo del 1967 ho firmato il mio primo lavoro per la radio dal titolo “Il disco di jazz ha cinquant’anni”, perché nel marzo 1917 veniva messo in circolazione il primo disco con la dicitura jass, con la doppia “s”, il famoso Livery Stable Blues della Original Dixieland Jass Band guidata da Nick La Rocca. Questa è la data ufficiale, è chiaro che il jazz è nato prima, ma si è preso il 1917 come riferimento comune. Spero l’anno prossimo di fare qualcosa di attinente al “Il disco di jazz ha cento anni”. È anche il caso di rivalutare Nick La Rocca, siciliano nato a New Orleans, che suonava la tromba e ha codificato i caposaldi del dixieland, con buona pace di chi sostiene il contrario. Ha inventato un linguaggio nuovo. Il jazz è poi diventato quello che sappiamo, ma il primo ad avere il coraggio di proporre un qualcosa di nuovo fu Nick La Rocca.
Tutte le informazioni su Tolfa Jazz: https://tolfajazz.com/
martedì 28 giugno 2016
Kind Of Bill: intervista a Dado Moroni
Cosa ti lega alla figura di Bill Evans? Sono sempre stato accostato a un certo tipo di pianismo vicino a Herbie Hancock, Oscar Peterson, Bud Powell e altri legati alla tradizione afroamericana. In realtà Bill Evans è stato un musicista fondamentale per il mio sviluppo e la mia maturazione come pianista. Suonare il suo repertorio è una cosa rischiosa, un po’ come avvicinarsi al mondo di Monk. Lui non è un seguace di uno stile, lui ha creato uno stile. È difficile renderlo senza correre il rischio di copiarlo, e forse per questo motivo l’ho sempre lasciato da parte. Oggi però, almeno spero, credo di essere in grado di proporre un qualcosa di interessante. Mi piaceva misurarmi con un qualcosa che forse anni fa non comprendevo appieno o per la quale non mi sentivo pronto. È un passo importante che fa parte della mia crescita.
Qual è l’idea alla base di questo progetto in trio con Eddie Gomez e Joe LaBarbera? Alla base di tutto non c’è un tributo a Bill Evans, ma un progetto musicale che si ispira a Bill Evans. C’è la voglia di celebrare un’eredità, che lui ha lasciato in tutti noi. È una sorta di ringraziamento, per le emozioni che ci ha dato. La sua arte è ancora viva e la sua freschezza nel suonare è ancora attualissima.
La scaletta di “Kind of Bill” cosa prevede? Oltre ai brani di Evans suoniamo anche standard, sempre ispirati alle sue versioni, che dunque assumono mood particolari, e alcuni originali, come Kind of Bill che poi dà il titolo al progetto.
Pensi che questo progetto diventerà anche un album? L’idea è quella di fare le cose in maniera spontanea. Nel frattempo stiamo registrando alcune serate, poi vedremo.
Sia Eddie Gomez sia Joe LaBarbera hanno suonato in trio con Bill Evans, in periodi diversi. Che effetto ti fa condividere il palco con loro? Mettere loro due insieme è stato fantastico. È bello ascoltarli suonare, sul palco li ammiro, sono uno spettacolo. Questo è un progetto anche dedicato a loro. Eddie e Joe hanno una grande personalità e hanno contribuito al sound del trio di Bill Evans, il quale non sceglieva i musicisti a caso, ma andava a prendere quelli con determinate caratteristiche, perché aveva bisogno di musicisti che capissero la sua estetica, il suo linguaggio. Basti pensare all’intesa con Scott LaFaro, e al loro legame umano. Eddie ha lasciato un’impronta, è un innovatore, è un discepolo del messaggio di Scott LaFaro. Ha sviluppato l’intesa con lo strumento quanto Scott LaFaro. Nel trio di Bill Evans è stato fondamentale e ha dato a Evans un qualcosa in più. Joe suona la batteria in maniera melodica, sa essere sia delicato sia autorevole. Conosce la musica in maniera profonda, a seconda dell’accordo che si suona decide il piatto da suonare o usa le spazzole.
In questi giorni ti hanno raccontato qualche aneddoto legato alle loro esperienze con Evans? Sono rapporti molto intimi e ne parlano solo quando si sentono di parlarne. Sono legami particolari. L’empatia è difficile da descrivere. Tra le cose che sono trapelate mi dicono di una persona buona e sensibile, che amava i cartoni animati e il baseball, che aveva attenzione per i bambini, si ricordava dei compleanni dei suoi amici, e questi suoi aspetti li riversava in musica. Era molto affidabile, malgrado i suoi noti problemi legati alla tossicodipendenza. Inoltre, andava a sentire gli altri pianisti, come Monk e Oscar Peterson con il quale avrebbe dovuto fare un disco per doppio pianoforte. Era curioso. Non era introverso, aveva molti interessi. È stato un genio, un musicista che ha voltato pagina, e questo è universalmente riconosciuto.
A fine tour, quel è un complimento che ti piacerebbe ricevere? In realtà il complimento me lo hanno fatto ieri sera Eddie e Joe dopo il concerto dicendomi: «Hai capito lo spirito, hai suonato con il cuore». Quando due musicisti che hanno diviso il palco con un gigante come Bill Evans ti dicono di avere imparato la lezione vuol dire molto, è una cosa che mi dà fiducia e mi piace moltissimo.
lunedì 27 giugno 2016
Valerio Pontrandolfo & Harold Mabern Trio: “Are You Sirius?” [In Jazz We Trust Records, 2016]
Registrato nel mese di settembre del 2014, “Are You Sirius?” è un album che il sassofonista Valerio Pontrandolfo firma insieme al trio del pianista Harold Mabern, completato da John Webber al contrabbasso e Joe Farnsworth alla batteria. La scaletta si sviluppa attraverso alcuni originali firmati da Pontrandolfo e rivisitazioni, come nel caso di Make Believe, di Jerome Kern, e mette in mostra l’interplay del quartetto, evidente soprattutto nei brani suonati a ritmo sostenuto, come l’iniziale Twenty. Non mancano i momenti più rilassati, quasi intimi, come quelli descritti nella ballad Touched, in un insieme riferibile alle forme dell’hard bop. La copertina è ideata da Bruno Briscik.
Gabriele Mitelli – Pasquale Mirra: “Water Stress” [Caligola Records, 2016]
Protagonisti di “Water Stress” sono il trombettista Gabriele Mitelli, anche alle percussioni e flicorno, e il vibrafonista Pasquale Mirra. I due danno forma a nove tracce, tra originali e rivisitazioni, che non incontrano immediati riferimenti stilistici, in quanto prive di consuetudini. Tracce che sono spinte verso territori timbrici e melodici inediti e sperimentali, per un insieme che si sviluppa in divenire e senza preconcetti: c’è dell’avanguardia, nei tratti estetici che i due propongono, c’è il legame con l’Africa, ci sono momenti visionari e astratti. In copertina la riproduzione di “Taut” di Valentina Crasto.
Andrea Pozza – Andrew Cleyndert – Mark Taylor: “Siciliana” [Trio Records, 2016]
Dopo un lungo rodaggio effettuato nelle performance dal vivo durante questi ultimi anni, il trio composto da Andrea Pozza al pianoforte, Andrew Cleyndert al contrabbasso e Mark Taylor alla batteria incide per la Trio Records “Siciliana”, un album che vede in scaletta un paio di tracce firmate da Pozza e una serie di rivisitazioni di brani composti da pianisti, da Johann Sebastian Bach a Thelonious Sphere Monk. Al centro degli sviluppi espressivi ci sono le melodie, come quella cantabile dell’iniziale Bolivia di Cedar Walton, oppure quella sviluppata su ritmo sostenuto nella monkiana Wee See, per un insieme dove non manca l’alternanza di atmosfere con situazioni più intime e pensose, vedi My One And Only Love di Guy Wood.
Lorenzo Tucci: “Sparkle” [Jando Music / Via Veneto Jazz, 2016]
Il batterista Lorenzo Tucci, in trio con Luca Mannutza al pianoforte e Luca Fattorini al contrabbasso, dà forma alle dieci tracce di “Sparkle”, l’album nel quale troviamo sia brani originali sia rivisitazioni, come Seven Days di Sting e E po’ che fà di Pino Daniele. Al trio si aggiunge Flavio Boltro alla tromba in cinque brani e la voce di Karima, per un orizzonte timbrico ampio e diversificato. La cifra stilistica è rintracciabile in un moderno mainstream, dalle melodie cantabili e perlopiù espresse da Mannutza, dai temi a volte intimi o dal carattere più marcato, e dall’interplay tra gli interpreti che emerge in ogni brano in scaletta.
mercoledì 22 giugno 2016
Alberto La Neve: “Nemesi” [Manitù Records, 2016]
Il sassofonista Alberto La Neve presenta in “Nemesi” sette brani in solo, nei quali utilizza sia al soprano sia al tenore con l’aggiunta di effetti e loop elettronici. Ne deriva un lavoro dai tratti sperimentali, dove sonorità arcaiche e moderne si intrecciano per dare forma a una trama stilistica rischiosa e personale. La Neve produce melodie circolari, cantabili, tra improvvisazione e scrittura, e non perde mai di vista un processo in divenire a volte astratto e carico di visionarietà. I suoni sovra incisi si accatastano fino a creare forme timbriche sfaccettate, o lasciano spazio a momenti che flirtano con il silenzio, intimi e pensosi.
lunedì 20 giugno 2016
Dario Chiazzolino: “Red Cloud” [Tukool Records, 2016]
Fatta eccezione per Solar, di Miles Davis, la scaletta di “Red Cloud” si compone di soli brani originali firmati da Dario Chiazzolino, chitarrista torinese di stanza a New York City, che per questo nuovo lavoro organizza un quartetto di spessore assoluto, completato da Antonio Faraò al pianoforte, Manu Roche alla batteria e Dominique Di Piazza al basso. Interpreti che sanno costruire ideali intelaiature ritmiche per gli slanci espressivi del leader, capace di lunghi soli melodici, cantabili e mai eccessivi, ma anche di restituire all’ascolto d’insieme una giusta alternanza di idee, spunti e dialoghi. L’album emana una cifra espressiva di moderno mainstream, e si distingue per la coesione timbrica, per l’impasto sonoro e per il costante senso di groove che ogni brano riesce a trasmettere.
lunedì 23 maggio 2016
Roberto Magris: “Need To Bring Out Love! (JMood Records, 2016)
«Ho voluto intitolare questo nuovo CD “Need To Bring Out Love” per esprimere e far focalizzare l’ascoltatore, almeno per un attimo, sul bisogno di tirar fuori un po’ d’amore in questo periodo difficile in cui i principali argomenti proposti dai media sono il terrorismo, la violenza e i conflitti razziali». Il pianista Roberto Magris introduce così il nuovo lavoro in trio, con Dominique Sanders al contrabbasso e Brian Steever alla batteria, al quale prendono parte anche le voci ospiti di Monique Danielle e Julia Haile. La sua cifra stilistica fa riferimento al mainstream jazz, nell’accezione più elegante del termine, nel quale si fonde la tradizione jazzistica, il blues e le dinamiche del piano trio, e dove ogni interprete ha modo di esprimere la propria idea in un ambito regolato dall’equilibrata occupazione degli spazi sonori. Magris è un pianista che ama la cantabilità dei temi, e anche in questo episodio evidenzia questa sua caratteristica, accentuata, nell’ascolto d’insieme, dalla presenza delle cantanti ospiti, che rendono nei passaggi a ritmo lento, come I Want To Talk About You, atmosfere old fashioned dal grande impatto emozionale. In scaletta non mancano momenti dal tratto ritmico più marcato, nei quali il trio mostra duttilità e unione d’intenti.
Theo Allegretti: “Memorie del principio” [Dodicilune, 2016]
Il lavoro in pianoforte solo, e pianoforte preparato, di Theo Allegretti si compone di nove brani che rappresentano un viaggio attraverso i primordi del pensiero filosofico, ognuno con una determinata atmosfera che rimanda alle idee espresse in passato da figure storiche come Orfeo o Talete. Concetto che il pianista traduce in musica con un approccio mai prevedibile, che lo porta a esplorare situazioni improvvisate, momenti con esposizioni tematiche cantabili, melodie evocative o passaggi privi di immediati riferimenti di forma e stile. Lui stesso, nelle note riportate nel booklet del CD prova a definire la sua espressività come “ambient-jazz”, una sorta di luogo musicale dove si incontrano rigore e fantasia, brevi accenni sonori, intimi e introspettivi, e attimi dal maggiore impatto emozionale.
sabato 21 maggio 2016
Hobby Horse: “Rocketdine” [Parco della Musica Records, 2016]
Il trio Hobby Horse, composto da Dan Kinzelman ai fiati, tastiere, percussioni e voce, Joe Rehmer al contrabasso e Stefano Tamborrino alla batteria, si conferma con “Rocketdine” (Parco della Musica Records, 2016) come una delle realtà più interessanti e originali del panorama jazzistico italiano. Questo perché la loro cifra espressiva sfugge a un immediato incasellamento stilistico, grazie a un modo di operare che spazia da situazioni cameristiche a innesti rock oriented, dalla psichedelia a passaggi visionari tendenti all’emisfero zappiano. In scaletta si alternano linee melodiche cantabili e strappi riconducibili alle pratiche del free jazz, in una rigorosa fantasia d’insieme, energica e disorientante, che non conosce momenti di stallo.
giovedì 19 maggio 2016
Franco D’Andrea Electric Tree: “Trio Music Vol. I” [2CD, Parco della Musica Records, 2016]
Il Franco D’Andrea Trio Music è un progetto pensato dalla Parco della Musica Records, in collaborazione con LBL, che si compone di tre dischi, che vedono il pianista di Merano impegnato in tre differenti esperienze in trio. Insieme a D’Andrea troviamo in questo primo volume Luca Roccatagliati, aka DJ Rocca, all’elettronica e Andrea Ayassot al sax alto e al soprano, per due CD nei quali regna la voglia di sperimentazione, sia dal punto di vista timbrico e formale, sia espressivo. Ne deriva un approccio alla materia sonora rischioso e libero da preconcetti, che prende vita da alcune passioni comuni per andare poi verso direzioni nuove e inedite, che DJ Rocca ha così descritto in un’intervista rilasciata a Jazzit: «Quando con Franco parlavamo ancora in forma teorica del progetto, abbiamo trovato un’idea comune della cosa pensando al Miles Davis di “Bitches Brew”, come approccio, naturalmente, non come suono, o utilizzo degli strumenti. Improvvisazioni, e dove si arriva si arriva, senza porsi limiti, senza tarpare le ali a nessuno, anzi, sollecitandoci l’un con l’altro. Tutto questo per rendere chiaro che ogni nostro brano è una vera e propria session, con brani di dieci o quindi minuti, o anche medley di due brani fusi l’uno nell’altro». Mosaico che si completa con la basilare tessera rappresentata da Ayassot, elemento pronto nel recepire e rilanciare idee melodiche o suoni isolati, nel trasformare temi e rifinire l’ampiezza timbrica del trio. Attraverso questa nuova realtà D’Andrea conferma la sua infinita curiosità artistica, che lo porta a mettersi in gioco in contesti mai prevedibili.
sabato 14 maggio 2016
Lello Petrarca Trio: “Musical Stories” [Dodicilune, 2016]
Nove brani in quarantacinque minuti compongono la scaletta di “Musical Stories”, l’album che il pianista Lello Petrarca firma con il suo trio completato da Vincenzo Faraldo al contrabbasso e Adolfo Fucile alla batteria. Fatta eccezione per Roma nun fa’ la stupida stasera, di Armando Trovajoli, si tratta di soli originali firmati dal leader, il quale pone al centro della sua scrittura l’amore per le melodie cantabili, costruite anche attraverso la rielaborazione di temi provenienti dal mondo classico. Elemento che emerge netto nella malinconica La romantica di Chopin, e che viene smentito, in un’equilibrata alternanza di atmosfere, nella successiva For Dora, traccia muscolare e dall’approccio deciso. Nel suo insieme il lavoro, come il titolo lascia intendere, si pone come obiettivo quello di raccontare all’ascoltatore delle “storie musicali”, interpretabili a seconda dei punti di vista e degli umori, ma esposte con logica e creatività, rigore e sprazzi d’improvvisazione.
Pierluigi Balducci – Viz Maurogiovanni: “Cinema Vol. 1” [Dodicilune, 2016]
Come il titolo lascia intendere si tratta di un lavoro svolto su musiche di colonne sonore cinematografiche, scelte e reinterpretate da un inedito duo di bassisti, alle prese con strumenti sia elettrici sia acustici, composto da Pierluigi Balducci e Vincenzo “Viz” Maurogiovanni. L’album trova la sua originalità nell’aspetto timbrico, attraverso il quale i due protagonisti rendono celebri temi dalle pagine scritte da Ennio Morricone, John Williams, Michel Colombier e altri ancora, con l’aggiunta di un paio di tracce autografe amalgamate al contesto. Al centro degli sviluppi espressivi troviamo le melodie dei temi presi in considerazione, che Balducci e Maurogiovanni piegano, tra improvvisazioni e rigore, verso la propria visione attraverso il reciproco ascolto e il pieno rispetto degli spazi e dei tempi, in un equilibrio formale che lascia intendere una profonda unione d’intenti. I due si alternano nei ruoli ritmici e di esposizione tematica, e ospitano Fulvio Palese al soprano in The From Giordano Bruno, in un insieme dal suono compatto e aderente a una peculiare estetica. In copertina la riproduzione di una foto firmata Vasilis Protopapas.
Gerardo Nuñez – Ulf Wakenius: “Logos” [ACT, 2016]
La presenza da molti anni nel catalogo della ACT Records del chitarrista Gerardo Nuñez conferma l’amore di Siggi Loch, produttore e fondatore della ACT Records, per le musiche provenienti dallo scenario latino. La chitarra flamenco di Nuñez è al centro delle tematiche sviluppate nell’album “Logos”, al quale prende parte anche Ulf Wakenius, chitarrista svedese che rende al meglio i ruoli di controparte melodica e alternativa espressiva dei nove brani in scaletta, quasi tutti firmati dallo spagnolo. I due virtuosi mettono insieme un dialogo melodico dove la cantabilità dei temi gioca un ruolo decisivo nel territorio espressivo dell’intero album, nel quale subentrano anche percussioni, battito di mani e la voce di Cancun nel brano Sevilla. La cover art è curata da Gert e Uwe Tobias.
Paolo Fresu – Richard Galliano – Jan Lundgren: “Mare Nostrum II” [ACT, 2016]
«Tra le uscite più importanti di quest’anno c’è “Mare Nostrum II”, l’album firmato dal trio stellare composto da Paolo Fresu alla tromba, Richard Galliano alla fisarmonica e Jan Lundgren al pianoforte». Le parole di Siggi Loch, produttore e fondatore della ACT Records, sono difficili da smentire, dal momento che il trio in questione sviluppa dodici tracce, quasi tutte prese dai rispettivi repertori, che emanano un forte senso di poetico equilibrio di suoni, timbri, intenzioni ed espressioni. Al centro delle forme di questa musica troviamo le melodie, sempre cantabili e tendenzialmente malinconiche, costruite dal trio attraverso l’attenzione al reciproco ascolto. Ogni interprete ha modo di porsi in primo piano: Fresu mostra la consueta sensibilità tra silenzi e note tenute a lungo; Lundgren emerge con un pianismo colmo di rimandi classici, che sanno però “sporcarsi” di jazz nei momenti in cui è chiamato a intraprendere vie d’improvvisazione; la fisarmonica di Galliano, in alcuni passaggi al bandoneon, dona una particolare sfumatura timbrica all’intero lavoro. In copertina troviamo la riproduzione dell’opera “Blue Mountain” di Federico Herrero.
lunedì 9 maggio 2016
Stefano Coppari: “Eureka” [Auand, 2016]
C’è l’amore per le melodie cantabili al centro dei dieci brani di “Eureka”, l’album che il chitarrista Stefano Coppari firma per Auand Records, con la collaborazione di Claudio Filippini al pianoforte, Gianludovico Carmenati al contrabbasso e Ananda Gari alla batteria. Quartetto al quale si aggiungono gli ospiti Emanuele Evangelista al Fender Rhodes e Giacomo Uncini alla tromba, per un insieme dall’ampio orizzonte timbrico, dove non è sempre in primo piano la chitarra del leader, il quale, all’interno di una scrittura agile e d’immediata comprensione, lascia spazi di manovra agli altri interpreti. Coppari, attraverso una nota stampa, descrive così l’obiettivo di questo lavoro: «È un grido di gioia e soddisfazione per la soluzione di un problema. Nel mio caso, la soluzione è il disco, il prodotto finale: “Eureka” è il risultato della mia ricerca quotidiana nella musica e nello strumento, esaltata dalla collaborazione con straordinari musicisti». Oltre ai brani originali, nati dopo un viaggio di Coppari in Croazia e Bosnia, tra i quali si rintracciano ballate, movimenti muscolari e situazioni dalle sonorità tendenti al mondo orientale, troviamo la rivisitazione di Heaven dei Depeche Mode, brano che racchiude un ispirato solo di chitarra e che si rivela come terreno ideale per esaltare le profonde capacità melodiche dei musicisti coinvolti.
Foursome: “Smut! Clock! Spot!” [Auand, 2016]
A tre anni dal precedente “Guuguubarra” (Sopratoni, 2013) il quartetto Foursome arriva alla pubblicazione del secondo album, il primo targato Auand Records, dal titolo “Smut! Clock! Spot!”. Line up confermata con Giulio Stermieri all’organo Hammond, Simone Copellini alla tromba, Federico Pierantoni al trombone e Riccardo Frisari alla batteria, per un insieme timbrico molto personale, al quale si aggiungono, in alcuni brani, gli ospiti Gaia Mattiuzzi alla voce e Cristiano Arcelli al sax alto. Attraverso una nota stampa, Giulio Stermieri descrive così il processo di registrazione di questo lavoro: «La possibilità di registrare su nastro ci ha indotto ad andare in studio già con l’intenzione di eseguire un numero molto limitato di take per ciascun brano. A parte la riduzione dei tempi di lavoro, credo che il risultato sia stato anche una maggiore freschezza delle idee, soprattutto dal punto di vista improvvisativo». Ne derivano nove tracce originali, tranne la rivisitazione di Schliesse mir die Augen Beide di Alban Berg, nelle quali il quartetto dà fondo alla propria libertà creativa, in un contesto dove regnano l’imprevedibilità espressiva, l’improvvisazione formale e un approccio alla materia sonora, plasmata in divenire, che non trova immediati termini di paragone. Momenti percussivi, free jazz, linee melodiche cantabili, mainstream, venature bandistiche e altro ancora, si susseguono in un territorio musicale dove parti d’insieme e slanci solisti trovano un equilibrato intreccio di significati estetici.
Walter Beltrami Panic Trio: “Felix’ Jump” [Auand, 2016]
Il Panic Trio del chitarrista Walter Beltrami, completato da Danilo Gallo al basso e Stefano Tamborrino alla batteria, si è dato appuntamento all’Estudio Uno di Madrid nell’aprile 2015 per dare forma all’album “Felix’ Jump”, licenziato da Auand Records. Per l’occasione Beltrami si è ispirato al salto nel vuoto, compiuto dallo spazio a circa quarantunomila metri di distanza dalla Terra, di Felix Baumgartner, realizzando una serie di tracce originali, alle quali si aggiunge la rivisitazione di un movimento della “Sagra della Primavera” di Igor Stravinskij, dove emerge una musica carica di energia e adrenalina. Fattori che si concretizzano sia per il piglio dinamico del leader, ma anche grazie a musicisti come Gallo e Tamborrino abituati a contesti dal carattere deciso, dove ogni intervento si fa carico di un fattore di rischio, perché espresso senza mezzi termini e sottintesi. La cubatura timbrica dell’intero album è costruita attraverso tratti netti e suoni ben definiti, e la chitarra di Beltrami è centrale negli sviluppi tematici dei brani, sia nelle parentesi più introspettive, vedi l’iniziale Jeopardy, sia nei passaggi intrigati, come avviene in Boptimistic, brano dove il trio dà prova di fantasia, amore per l’improvvisazione espressiva e per il rischio formale. Dall’ascolto d’insieme emergono anche lineamenti rock, principalmente dovuti al suono ruvido di Beltrami e a quel suo modo di interpretare le melodie con la giusta dosa d’aggressività, come in The Touch.
Julien Pontvianne – Lauren Kinsella – Hannah Marshall – Francesco Diodati – Alexandre Herer – Matteo Bortone: “Abhra” [Auand, 2016]
Undici tracce composte da Julien Pontvianne, con testi ricavati dal diario del filosofo e poeta Henry David Thoreau, formano la scaletta di “Abhra”, parola che in sanscrito indica l’atmosfera o il vuoto. È da questo concetto che prendono spunto i sei musicisti coinvolti nel progetto, che fanno riferimento al collettivo francese Onze Heures Onze, al centro del quale troviamo la voce di Lauren Kinsella, dal timbro delicato, etereo, al limite della trasparenza, sotto la quale è costruita una tessitura sonora altrettanto impalpabile, attraverso l’utilizzo di chitarra elettrica, violoncello, fiati, tastiere, pianoforte e contrabbasso. Ne deriva un insieme sempre coerente a una determinata estetica di base, che rimanda alle dinamiche dell’ambient music ed è caratterizzata dalla lenta sovrapposizione dei piani sonori, prossimi alla staticità. In alcuni momenti, come in Sun And Around, predomina il silenzio, spezzato da solo da alcune note di chitarra, in un insieme timbricamente cesellato. La voce di Kinsella, che sussurra e recita parole, serve da punto di raccordo verso significati che altrimenti si perderebbero nel nulla, nell’immagine di “vuoto infinito” che l’album lascia intendere.
martedì 3 maggio 2016
Michael Formanek Ensemble Kolossus: “The Distance” [ECM, 2016]
Il bassista e compositore Michael Formarek organizza la sua Ensemble Kolossus, una big band composta da diciotto elementi, partendo dall’idea di realizzare temi capaci di mettere in risalto le qualità dei solisti a disposizione, perlopiù reclutati nell’attuale scena jazzistica newyorkese, tra i quali segnaliamo Ralph Alessi, Chris Speed, Tim Berne e Mary Halvorson. A condurre l’orchestra è Mark Helias, mentre la scaletta di “The Distance”, con tutte le tracce scritte e arrangiate da Formanek, è quasi per intero occupata dalla suite Exoskeleton, divisa in otto parti. A risaltare è la flessibilità ritmica dell’ensemble e l’ampiezza timbrica dei temi proposti, spesso caratterizzati da movimenti lenti e pensosi, con lunghe introduzioni e passaggi dove ai rigorosi movimenti d’insieme si alternano fantasiosi slanci solisti dal carattere free. Formanek cerca di attualizzare la tradizione del jazz orchestrale attraverso l’impiego di musicisti ispirati e pronti nel condurre con personalità i primi piani espressivi, come nel caso della chitarrista Mary Halvorson, protagonista di un solo ruvido e distorto in Without Regrets. C’è spazio anche per l’improvvisazione totale, come avviene in Shucking While Jiving, in un album dalla complicata collocazione stilistica, proprio perché vario e strutturato in maniera complessa quanto fluida e lineare. Il lavoro è stato registrato al Systems Two di Brooklyn, mentre per l’immagine di copertina è stata scelta una foto di Grazia Cantoni.


























