martedì 28 giugno 2016

Kind Of Bill: intervista a Dado Moroni

Il trio composto da Dado Moroni al pianoforte, Eddie Gomez al contrabbasso e Joe LaBarbera alla batteria apre giovedì 30 giugno la rassegna estiva Summertime, alla Casa del Jazz di Roma, con il progetto “Kind of Bill”, dedicato alla figura di Bill Evans. Ne abbiamo parlato con Dado Moroni in un day off del loro tour.

Cosa ti lega alla figura di Bill Evans? Sono sempre stato accostato a un certo tipo di pianismo vicino a Herbie Hancock, Oscar Peterson, Bud Powell e altri legati alla tradizione afroamericana. In realtà Bill Evans è stato un musicista fondamentale per il mio sviluppo e la mia maturazione come pianista. Suonare il suo repertorio è una cosa rischiosa, un po’ come avvicinarsi al mondo di Monk. Lui non è un seguace di uno stile, lui ha creato uno stile. È difficile renderlo senza correre il rischio di copiarlo, e forse per questo motivo l’ho sempre lasciato da parte. Oggi però, almeno spero, credo di essere in grado di proporre un qualcosa di interessante. Mi piaceva misurarmi con un qualcosa che forse anni fa non comprendevo appieno o per la quale non mi sentivo pronto. È un passo importante che fa parte della mia crescita.

Qual è l’idea alla base di questo progetto in trio con Eddie Gomez e Joe LaBarbera? Alla base di tutto non c’è un tributo a Bill Evans, ma un progetto musicale che si ispira a Bill Evans. C’è la voglia di celebrare un’eredità, che lui ha lasciato in tutti noi. È una sorta di ringraziamento, per le emozioni che ci ha dato. La sua arte è ancora viva e la sua freschezza nel suonare è ancora attualissima.

La scaletta di “Kind of Bill” cosa prevede? Oltre ai brani di Evans suoniamo anche standard, sempre ispirati alle sue versioni, che dunque assumono mood particolari, e alcuni originali, come Kind of Bill che poi dà il titolo al progetto.

Pensi che questo progetto diventerà anche un album? L’idea è quella di fare le cose in maniera spontanea. Nel frattempo stiamo registrando alcune serate, poi vedremo.

Sia Eddie Gomez sia Joe LaBarbera hanno suonato in trio con Bill Evans, in periodi diversi. Che effetto ti fa condividere il palco con loro? Mettere loro due insieme è stato fantastico. È bello ascoltarli suonare, sul palco li ammiro, sono uno spettacolo. Questo è un progetto anche dedicato a loro. Eddie e Joe hanno una grande personalità e hanno contribuito al sound del trio di Bill Evans, il quale non sceglieva i musicisti a caso, ma andava a prendere quelli con determinate caratteristiche, perché aveva bisogno di musicisti che capissero la sua estetica, il suo linguaggio. Basti pensare all’intesa con Scott LaFaro, e al loro legame umano. Eddie ha lasciato un’impronta, è un innovatore, è un discepolo del messaggio di Scott LaFaro. Ha sviluppato l’intesa con lo strumento quanto Scott LaFaro. Nel trio di Bill Evans è stato fondamentale e ha dato a Evans un qualcosa in più. Joe suona la batteria in maniera melodica, sa essere sia delicato sia autorevole. Conosce la musica in maniera profonda, a seconda dell’accordo che si suona decide il piatto da suonare o usa le spazzole.

In questi giorni ti hanno raccontato qualche aneddoto legato alle loro esperienze con Evans? Sono rapporti molto intimi e ne parlano solo quando si sentono di parlarne. Sono legami particolari. L’empatia è difficile da descrivere. Tra le cose che sono trapelate mi dicono di una persona buona e sensibile, che amava i cartoni animati e il baseball, che aveva attenzione per i bambini, si ricordava dei compleanni dei suoi amici, e questi suoi aspetti li riversava in musica. Era molto affidabile, malgrado i suoi noti problemi legati alla tossicodipendenza. Inoltre, andava a sentire gli altri pianisti, come Monk e Oscar Peterson con il quale avrebbe dovuto fare un disco per doppio pianoforte. Era curioso. Non era introverso, aveva molti interessi. È stato un genio, un musicista che ha voltato pagina, e questo è universalmente riconosciuto.

A fine tour, quel è un complimento che ti piacerebbe ricevere? In realtà il complimento me lo hanno fatto ieri sera Eddie e Joe dopo il concerto dicendomi: «Hai capito lo spirito, hai suonato con il cuore». Quando due musicisti che hanno diviso il palco con un gigante come Bill Evans ti dicono di avere imparato la lezione vuol dire molto, è una cosa che mi dà fiducia e mi piace moltissimo.

lunedì 27 giugno 2016

Valerio Pontrandolfo & Harold Mabern Trio: “Are You Sirius?” [In Jazz We Trust Records, 2016]

Registrato nel mese di settembre del 2014, “Are You Sirius?” è un album che il sassofonista Valerio Pontrandolfo firma insieme al trio del pianista Harold Mabern, completato da John Webber al contrabbasso e Joe Farnsworth alla batteria. La scaletta si sviluppa attraverso alcuni originali firmati da Pontrandolfo e rivisitazioni, come nel caso di Make Believe, di Jerome Kern, e mette in mostra l’interplay del quartetto, evidente soprattutto nei brani suonati a ritmo sostenuto, come l’iniziale Twenty. Non mancano i momenti più rilassati, quasi intimi, come quelli descritti nella ballad Touched, in un insieme riferibile alle forme dell’hard bop. La copertina è ideata da Bruno Briscik.

Gabriele Mitelli – Pasquale Mirra: “Water Stress” [Caligola Records, 2016]

Protagonisti di “Water Stress” sono il trombettista Gabriele Mitelli, anche alle percussioni e flicorno, e il vibrafonista Pasquale Mirra. I due danno forma a nove tracce, tra originali e rivisitazioni, che non incontrano immediati riferimenti stilistici, in quanto prive di consuetudini. Tracce che sono spinte verso territori timbrici e melodici inediti e sperimentali, per un insieme che si sviluppa in divenire e senza preconcetti: c’è dell’avanguardia, nei tratti estetici che i due propongono, c’è il legame con l’Africa, ci sono momenti visionari e astratti. In copertina la riproduzione di “Taut” di Valentina Crasto.

Andrea Pozza – Andrew Cleyndert – Mark Taylor: “Siciliana” [Trio Records, 2016]

Dopo un lungo rodaggio effettuato nelle performance dal vivo durante questi ultimi anni, il trio composto da Andrea Pozza al pianoforte, Andrew Cleyndert al contrabbasso e Mark Taylor alla batteria incide per la Trio Records “Siciliana”, un album che vede in scaletta un paio di tracce firmate da Pozza e una serie di rivisitazioni di brani composti da pianisti, da Johann Sebastian Bach a Thelonious Sphere Monk. Al centro degli sviluppi espressivi ci sono le melodie, come quella cantabile dell’iniziale Bolivia di Cedar Walton, oppure quella sviluppata su ritmo sostenuto nella monkiana Wee See, per un insieme dove non manca l’alternanza di atmosfere con situazioni più intime e pensose, vedi My One And Only Love di Guy Wood.

Lorenzo Tucci: “Sparkle” [Jando Music / Via Veneto Jazz, 2016]

Il batterista Lorenzo Tucci, in trio con Luca Mannutza al pianoforte e Luca Fattorini al contrabbasso, dà forma alle dieci tracce di “Sparkle”, l’album nel quale troviamo sia brani originali sia rivisitazioni, come Seven Days di Sting e E po’ che fà di Pino Daniele. Al trio si aggiunge Flavio Boltro alla tromba in cinque brani e la voce di Karima, per un orizzonte timbrico ampio e diversificato. La cifra stilistica è rintracciabile in un moderno mainstream, dalle melodie cantabili e perlopiù espresse da Mannutza, dai temi a volte intimi o dal carattere più marcato, e dall’interplay tra gli interpreti che emerge in ogni brano in scaletta.

mercoledì 22 giugno 2016

Alberto La Neve: “Nemesi” [Manitù Records, 2016]

Il sassofonista Alberto La Neve presenta in “Nemesi” sette brani in solo, nei quali utilizza sia al soprano sia al tenore con l’aggiunta di effetti e loop elettronici. Ne deriva un lavoro dai tratti sperimentali, dove sonorità arcaiche e moderne si intrecciano per dare forma a una trama stilistica rischiosa e personale. La Neve produce melodie circolari, cantabili, tra improvvisazione e scrittura, e non perde mai di vista un processo in divenire a volte astratto e carico di visionarietà. I suoni sovra incisi si accatastano fino a creare forme timbriche sfaccettate, o lasciano spazio a momenti che flirtano con il silenzio, intimi e pensosi.

lunedì 20 giugno 2016

Dario Chiazzolino: “Red Cloud” [Tukool Records, 2016]

Fatta eccezione per Solar, di Miles Davis, la scaletta di “Red Cloud” si compone di soli brani originali firmati da Dario Chiazzolino, chitarrista torinese di stanza a New York City, che per questo nuovo lavoro organizza un quartetto di spessore assoluto, completato da Antonio Faraò al pianoforte, Manu Roche alla batteria e Dominique Di Piazza al basso. Interpreti che sanno costruire ideali intelaiature ritmiche per gli slanci espressivi del leader, capace di lunghi soli melodici, cantabili e mai eccessivi, ma anche di restituire all’ascolto d’insieme una giusta alternanza di idee, spunti e dialoghi. L’album emana una cifra espressiva di moderno mainstream, e si distingue per la coesione timbrica, per l’impasto sonoro e per il costante senso di groove che ogni brano riesce a trasmettere.

lunedì 23 maggio 2016

Roberto Magris: “Need To Bring Out Love! (JMood Records, 2016)

«Ho voluto intitolare questo nuovo CD “Need To Bring Out Love” per esprimere e far focalizzare l’ascoltatore, almeno per un attimo, sul bisogno di tirar fuori un po’ d’amore in questo periodo difficile in cui i principali argomenti proposti dai media sono il terrorismo, la violenza e i conflitti razziali». Il pianista Roberto Magris introduce così il nuovo lavoro in trio, con Dominique Sanders al contrabbasso e Brian Steever alla batteria, al quale prendono parte anche le voci ospiti di Monique Danielle e Julia Haile. La sua cifra stilistica fa riferimento al mainstream jazz, nell’accezione più elegante del termine, nel quale si fonde la tradizione jazzistica, il blues e le dinamiche del piano trio, e dove ogni interprete ha modo di esprimere la propria idea in un ambito regolato dall’equilibrata occupazione degli spazi sonori. Magris è un pianista che ama la cantabilità dei temi, e anche in questo episodio evidenzia questa sua caratteristica, accentuata, nell’ascolto d’insieme, dalla presenza delle cantanti ospiti, che rendono nei passaggi a ritmo lento, come I Want To Talk About You, atmosfere old fashioned dal grande impatto emozionale. In scaletta non mancano momenti dal tratto ritmico più marcato, nei quali il trio mostra duttilità e unione d’intenti.

Theo Allegretti: “Memorie del principio” [Dodicilune, 2016]

Il lavoro in pianoforte solo, e pianoforte preparato, di Theo Allegretti si compone di nove brani che rappresentano un viaggio attraverso i primordi del pensiero filosofico, ognuno con una determinata atmosfera che rimanda alle idee espresse in passato da figure storiche come Orfeo o Talete. Concetto che il pianista traduce in musica con un approccio mai prevedibile, che lo porta a esplorare situazioni improvvisate, momenti con esposizioni tematiche cantabili, melodie evocative o passaggi privi di immediati riferimenti di forma e stile. Lui stesso, nelle note riportate nel booklet del CD prova a definire la sua espressività come “ambient-jazz”, una sorta di luogo musicale dove si incontrano rigore e fantasia, brevi accenni sonori, intimi e introspettivi, e attimi dal maggiore impatto emozionale.

sabato 21 maggio 2016

Hobby Horse: “Rocketdine” [Parco della Musica Records, 2016]

Il trio Hobby Horse, composto da Dan Kinzelman ai fiati, tastiere, percussioni e voce, Joe Rehmer al contrabasso e Stefano Tamborrino alla batteria, si conferma con “Rocketdine” (Parco della Musica Records, 2016) come una delle realtà più interessanti e originali del panorama jazzistico italiano. Questo perché la loro cifra espressiva sfugge a un immediato incasellamento stilistico, grazie a un modo di operare che spazia da situazioni cameristiche a innesti rock oriented, dalla psichedelia a passaggi visionari tendenti all’emisfero zappiano. In scaletta si alternano linee melodiche cantabili e strappi riconducibili alle pratiche del free jazz, in una rigorosa fantasia d’insieme, energica e disorientante, che non conosce momenti di stallo.

giovedì 19 maggio 2016

Franco D’Andrea Electric Tree: “Trio Music Vol. I” [2CD, Parco della Musica Records, 2016]

Il Franco D’Andrea Trio Music è un progetto pensato dalla Parco della Musica Records, in collaborazione con LBL, che si compone di tre dischi, che vedono il pianista di Merano impegnato in tre differenti esperienze in trio. Insieme a D’Andrea troviamo in questo primo volume Luca Roccatagliati, aka DJ Rocca, all’elettronica e Andrea Ayassot al sax alto e al soprano, per due CD nei quali regna la voglia di sperimentazione, sia dal punto di vista timbrico e formale, sia espressivo. Ne deriva un approccio alla materia sonora rischioso e libero da preconcetti, che prende vita da alcune passioni comuni per andare poi verso direzioni nuove e inedite, che DJ Rocca ha così descritto in un’intervista rilasciata a Jazzit: «Quando con Franco parlavamo ancora in forma teorica del progetto, abbiamo trovato un’idea comune della cosa pensando al Miles Davis di “Bitches Brew”, come approccio, naturalmente, non come suono, o utilizzo degli strumenti. Improvvisazioni, e dove si arriva si arriva, senza porsi limiti, senza tarpare le ali a nessuno, anzi, sollecitandoci l’un con l’altro. Tutto questo per rendere chiaro che ogni nostro brano è una vera e propria session, con brani di dieci o quindi minuti, o anche medley di due brani fusi l’uno nell’altro». Mosaico che si completa con la basilare tessera rappresentata da Ayassot, elemento pronto nel recepire e rilanciare idee melodiche o suoni isolati, nel trasformare temi e rifinire l’ampiezza timbrica del trio. Attraverso questa nuova realtà D’Andrea conferma la sua infinita curiosità artistica, che lo porta a mettersi in gioco in contesti mai prevedibili.

sabato 14 maggio 2016

Lello Petrarca Trio: “Musical Stories” [Dodicilune, 2016]

Nove brani in quarantacinque minuti compongono la scaletta di “Musical Stories”, l’album che il pianista Lello Petrarca firma con il suo trio completato da Vincenzo Faraldo al contrabbasso e Adolfo Fucile alla batteria. Fatta eccezione per Roma nun fa’ la stupida stasera, di Armando Trovajoli, si tratta di soli originali firmati dal leader, il quale pone al centro della sua scrittura l’amore per le melodie cantabili, costruite anche attraverso la rielaborazione di temi provenienti dal mondo classico. Elemento che emerge netto nella malinconica La romantica di Chopin, e che viene smentito, in un’equilibrata alternanza di atmosfere, nella successiva For Dora, traccia muscolare e dall’approccio deciso. Nel suo insieme il lavoro, come il titolo lascia intendere, si pone come obiettivo quello di raccontare all’ascoltatore delle “storie musicali”, interpretabili a seconda dei punti di vista e degli umori, ma esposte con logica e creatività, rigore e sprazzi d’improvvisazione.

Pierluigi Balducci – Viz Maurogiovanni: “Cinema Vol. 1” [Dodicilune, 2016]

Come il titolo lascia intendere si tratta di un lavoro svolto su musiche di colonne sonore cinematografiche, scelte e reinterpretate da un inedito duo di bassisti, alle prese con strumenti sia elettrici sia acustici, composto da Pierluigi Balducci e Vincenzo “Viz” Maurogiovanni. L’album trova la sua originalità nell’aspetto timbrico, attraverso il quale i due protagonisti rendono celebri temi dalle pagine scritte da Ennio Morricone, John Williams, Michel Colombier e altri ancora, con l’aggiunta di un paio di tracce autografe amalgamate al contesto. Al centro degli sviluppi espressivi troviamo le melodie dei temi presi in considerazione, che Balducci e Maurogiovanni piegano, tra improvvisazioni e rigore, verso la propria visione attraverso il reciproco ascolto e il pieno rispetto degli spazi e dei tempi, in un equilibrio formale che lascia intendere una profonda unione d’intenti. I due si alternano nei ruoli ritmici e di esposizione tematica, e ospitano Fulvio Palese al soprano in The From Giordano Bruno, in un insieme dal suono compatto e aderente a una peculiare estetica. In copertina la riproduzione di una foto firmata Vasilis Protopapas.

Gerardo Nuñez – Ulf Wakenius: “Logos” [ACT, 2016]

La presenza da molti anni nel catalogo della ACT Records del chitarrista Gerardo Nuñez conferma l’amore di Siggi Loch, produttore e fondatore della ACT Records, per le musiche provenienti dallo scenario latino. La chitarra flamenco di Nuñez è al centro delle tematiche sviluppate nell’album “Logos”, al quale prende parte anche Ulf Wakenius, chitarrista svedese che rende al meglio i ruoli di controparte melodica e alternativa espressiva dei nove brani in scaletta, quasi tutti firmati dallo spagnolo. I due virtuosi mettono insieme un dialogo melodico dove la cantabilità dei temi gioca un ruolo decisivo nel territorio espressivo dell’intero album, nel quale subentrano anche percussioni, battito di mani e la voce di Cancun nel brano Sevilla. La cover art è curata da Gert e Uwe Tobias.

Paolo Fresu – Richard Galliano – Jan Lundgren: “Mare Nostrum II” [ACT, 2016]

«Tra le uscite più importanti di quest’anno c’è “Mare Nostrum II”, l’album firmato dal trio stellare composto da Paolo Fresu alla tromba, Richard Galliano alla fisarmonica e Jan Lundgren al pianoforte». Le parole di Siggi Loch, produttore e fondatore della ACT Records, sono difficili da smentire, dal momento che il trio in questione sviluppa dodici tracce, quasi tutte prese dai rispettivi repertori, che emanano un forte senso di poetico equilibrio di suoni, timbri, intenzioni ed espressioni. Al centro delle forme di questa musica troviamo le melodie, sempre cantabili e tendenzialmente malinconiche, costruite dal trio attraverso l’attenzione al reciproco ascolto. Ogni interprete ha modo di porsi in primo piano: Fresu mostra la consueta sensibilità tra silenzi e note tenute a lungo; Lundgren emerge con un pianismo colmo di rimandi classici, che sanno però “sporcarsi” di jazz nei momenti in cui è chiamato a intraprendere vie d’improvvisazione; la fisarmonica di Galliano, in alcuni passaggi al bandoneon, dona una particolare sfumatura timbrica all’intero lavoro. In copertina troviamo la riproduzione dell’opera “Blue Mountain” di Federico Herrero.

lunedì 9 maggio 2016

Stefano Coppari: “Eureka” [Auand, 2016]

C’è l’amore per le melodie cantabili al centro dei dieci brani di “Eureka”, l’album che il chitarrista Stefano Coppari firma per Auand Records, con la collaborazione di Claudio Filippini al pianoforte, Gianludovico Carmenati al contrabbasso e Ananda Gari alla batteria. Quartetto al quale si aggiungono gli ospiti Emanuele Evangelista al Fender Rhodes e Giacomo Uncini alla tromba, per un insieme dall’ampio orizzonte timbrico, dove non è sempre in primo piano la chitarra del leader, il quale, all’interno di una scrittura agile e d’immediata comprensione, lascia spazi di manovra agli altri interpreti. Coppari, attraverso una nota stampa, descrive così l’obiettivo di questo lavoro: «È un grido di gioia e soddisfazione per la soluzione di un problema. Nel mio caso, la soluzione è il disco, il prodotto finale: “Eureka” è il risultato della mia ricerca quotidiana nella musica e nello strumento, esaltata dalla collaborazione con straordinari musicisti». Oltre ai brani originali, nati dopo un viaggio di Coppari in Croazia e Bosnia, tra i quali si rintracciano ballate, movimenti muscolari e situazioni dalle sonorità tendenti al mondo orientale, troviamo la rivisitazione di Heaven dei Depeche Mode, brano che racchiude un ispirato solo di chitarra e che si rivela come terreno ideale per esaltare le profonde capacità melodiche dei musicisti coinvolti.

Foursome: “Smut! Clock! Spot!” [Auand, 2016]

A tre anni dal precedente “Guuguubarra” (Sopratoni, 2013) il quartetto Foursome arriva alla pubblicazione del secondo album, il primo targato Auand Records, dal titolo “Smut! Clock! Spot!”. Line up confermata con Giulio Stermieri all’organo Hammond, Simone Copellini alla tromba, Federico Pierantoni al trombone e Riccardo Frisari alla batteria, per un insieme timbrico molto personale, al quale si aggiungono, in alcuni brani, gli ospiti Gaia Mattiuzzi alla voce e Cristiano Arcelli al sax alto. Attraverso una nota stampa, Giulio Stermieri descrive così il processo di registrazione di questo lavoro: «La possibilità di registrare su nastro ci ha indotto ad andare in studio già con l’intenzione di eseguire un numero molto limitato di take per ciascun brano. A parte la riduzione dei tempi di lavoro, credo che il risultato sia stato anche una maggiore freschezza delle idee, soprattutto dal punto di vista improvvisativo». Ne derivano nove tracce originali, tranne la rivisitazione di Schliesse mir die Augen Beide di Alban Berg, nelle quali il quartetto dà fondo alla propria libertà creativa, in un contesto dove regnano l’imprevedibilità espressiva, l’improvvisazione formale e un approccio alla materia sonora, plasmata in divenire, che non trova immediati termini di paragone. Momenti percussivi, free jazz, linee melodiche cantabili, mainstream, venature bandistiche e altro ancora, si susseguono in un territorio musicale dove parti d’insieme e slanci solisti trovano un equilibrato intreccio di significati estetici.

Walter Beltrami Panic Trio: “Felix’ Jump” [Auand, 2016]

Il Panic Trio del chitarrista Walter Beltrami, completato da Danilo Gallo al basso e Stefano Tamborrino alla batteria, si è dato appuntamento all’Estudio Uno di Madrid nell’aprile 2015 per dare forma all’album “Felix’ Jump”, licenziato da Auand Records. Per l’occasione Beltrami si è ispirato al salto nel vuoto, compiuto dallo spazio a circa quarantunomila metri di distanza dalla Terra, di Felix Baumgartner, realizzando una serie di tracce originali, alle quali si aggiunge la rivisitazione di un movimento della “Sagra della Primavera” di Igor Stravinskij, dove emerge una musica carica di energia e adrenalina. Fattori che si concretizzano sia per il piglio dinamico del leader, ma anche grazie a musicisti come Gallo e Tamborrino abituati a contesti dal carattere deciso, dove ogni intervento si fa carico di un fattore di rischio, perché espresso senza mezzi termini e sottintesi. La cubatura timbrica dell’intero album è costruita attraverso tratti netti e suoni ben definiti, e la chitarra di Beltrami è centrale negli sviluppi tematici dei brani, sia nelle parentesi più introspettive, vedi l’iniziale Jeopardy, sia nei passaggi intrigati, come avviene in Boptimistic, brano dove il trio dà prova di fantasia, amore per l’improvvisazione espressiva e per il rischio formale. Dall’ascolto d’insieme emergono anche lineamenti rock, principalmente dovuti al suono ruvido di Beltrami e a quel suo modo di interpretare le melodie con la giusta dosa d’aggressività, come in The Touch.

Julien Pontvianne – Lauren Kinsella – Hannah Marshall – Francesco Diodati – Alexandre Herer – Matteo Bortone: “Abhra” [Auand, 2016]

Undici tracce composte da Julien Pontvianne, con testi ricavati dal diario del filosofo e poeta Henry David Thoreau, formano la scaletta di “Abhra”, parola che in sanscrito indica l’atmosfera o il vuoto. È da questo concetto che prendono spunto i sei musicisti coinvolti nel progetto, che fanno riferimento al collettivo francese Onze Heures Onze, al centro del quale troviamo la voce di Lauren Kinsella, dal timbro delicato, etereo, al limite della trasparenza, sotto la quale è costruita una tessitura sonora altrettanto impalpabile, attraverso l’utilizzo di chitarra elettrica, violoncello, fiati, tastiere, pianoforte e contrabbasso. Ne deriva un insieme sempre coerente a una determinata estetica di base, che rimanda alle dinamiche dell’ambient music ed è caratterizzata dalla lenta sovrapposizione dei piani sonori, prossimi alla staticità. In alcuni momenti, come in Sun And Around, predomina il silenzio, spezzato da solo da alcune note di chitarra, in un insieme timbricamente cesellato. La voce di Kinsella, che sussurra e recita parole, serve da punto di raccordo verso significati che altrimenti si perderebbero nel nulla, nell’immagine di “vuoto infinito” che l’album lascia intendere.

martedì 3 maggio 2016

Michael Formanek Ensemble Kolossus: “The Distance” [ECM, 2016]

Il bassista e compositore Michael Formarek organizza la sua Ensemble Kolossus, una big band composta da diciotto elementi, partendo dall’idea di realizzare temi capaci di mettere in risalto le qualità dei solisti a disposizione, perlopiù reclutati nell’attuale scena jazzistica newyorkese, tra i quali segnaliamo Ralph Alessi, Chris Speed, Tim Berne e Mary Halvorson. A condurre l’orchestra è Mark Helias, mentre la scaletta di “The Distance”, con tutte le tracce scritte e arrangiate da Formanek, è quasi per intero occupata dalla suite Exoskeleton, divisa in otto parti. A risaltare è la flessibilità ritmica dell’ensemble e l’ampiezza timbrica dei temi proposti, spesso caratterizzati da movimenti lenti e pensosi, con lunghe introduzioni e passaggi dove ai rigorosi movimenti d’insieme si alternano fantasiosi slanci solisti dal carattere free. Formanek cerca di attualizzare la tradizione del jazz orchestrale attraverso l’impiego di musicisti ispirati e pronti nel condurre con personalità i primi piani espressivi, come nel caso della chitarrista Mary Halvorson, protagonista di un solo ruvido e distorto in Without Regrets. C’è spazio anche per l’improvvisazione totale, come avviene in Shucking While Jiving, in un album dalla complicata collocazione stilistica, proprio perché vario e strutturato in maniera complessa quanto fluida e lineare. Il lavoro è stato registrato al Systems Two di Brooklyn, mentre per l’immagine di copertina è stata scelta una foto di Grazia Cantoni.

Vijay Iyer – Wadada Leo Smith: “A Cosmic Rhythm With Each Stroke” [ECM, 2016]

«Un amico, un eroe e un insegnante». Con queste parole riportate nel booklet del CD il pianista Vijay Iyer descrive il rapporto che lo lega a Wadada Leo Smith, trombettista con il quale condivide questo lavoro in duo, registrato agli Avatar Studios di New York nell’ottobre 2015. “A Cosmic Rhythm With Each Stroke” si ispira alla figura di Nasreen Mohamedi e nasce da una commissione del Metropolitan Museum of Art di New York, nell’ambito di una mostra dedicata all’artista visuale indiana. In scaletta, oltre alla suite che dà il titolo all’album, divisa in sette tracce e firmata da entrambi i musicisti, troviamo l’iniziale Passage, di Iyer, e la conclusiva Marian Anderson, che Smith dedica alla contralto mancata nell’aprile del 1993. L’album si basa sul dialogo d’improvvisazione tra il pianoforte di Iyer, che implementa la sua performance con inserti elettronici e l’utilizzo del Fender Rhodes, e la tromba di Smith, protagonista dei primi piani espressivi dei temi proposti. Smith è ispirato e meditativo, e il suo apporto al progetto è spesso caratterizzato da momenti di pausa che intervallano note lunghe e sofferte. Iyer mette in pratica la sua consueta duttilità, proponendo tessiture ritmiche per il compagno di viaggio e mettendo in luce un modo di operare che sa essere sia essenziale, quasi invisibile, sia melodicamente concreto. L’insieme è avvolto da un alone di equilibrato astrattismo, spezzato da tracce come A Cold Fire, dove il dialogo tra i protagonisti si fa aspro e contrastante.

Ralph Alessi: “Quiver” [ECM, 2016]

Registrato al Rainbow Studio di Oslo nel settembre 2014, “Quiver” è il secondo album che Ralph Alessi firma per la ECM di Manfred Eicher, dopo l’apprezzato “Baida” del 2013. Al fianco del trombettista di San Francisco, che firma tutti i dieci brani in scaletta, troviamo Gary Versace al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria. Quella che si ascolta è una musica dove predomina l’elemento melodico, quasi sempre sviluppato dal leader, il quale pone il suono della tromba al vertice della cifra espressiva del quartetto, anche se non mancano alcune parentesi soliste lasciate aperte per gli interventi di Versace, come in Smooth Descent, brano dove si può ascoltare un suo lungo e ispirato solo. I temi pensati e messi sul pentagramma da Alessi hanno una forte impronta di cantabilità, come nella melanconica Heist, una traccia che rimanda l’idea meditativa che si avverte per l’intera durata dell’album, sia in momenti di breve durata, come nella conclusiva Do Over, sia in passaggi dalla maggiore complessità formale, come nei dieci minuti di Gone Today, Here Tomorrow. “Quiver” è un album intimo, in equilibrio tra tecnica e poesia, e fotografa un particolare passaggio nella vicenda artistica di Alessi, il quale, in occasione dell’uscita dell’album, ha dichiarato: «Come musicista il mio obiettivo è quello di esprimermi nel modo più onesto possibile, di trasmettere il mio sentire e il mio reagire in un preciso momento. Ecco, credo che il jazz dovrebbe essere sempre così».

Anat Fort Trio & Gianluigi Trovesi: “Birdwatching” [ECM, 2016]

Riguardo al titolo di questo lavoro il pianista Anat Fort ha dichiarato che: «I temi dei miei brani sono spesso ispirati ai movimenti della natura: gli animali, le nuvole, il vento, l’acqua. Quando ho ascoltato il disco ho deciso di chiamarlo “Birdwatching”, non tanto per l’osservazione in sé del volo di un uccello, ma per uno sguardo interiore al movimento della nostra anima». Intenzioni che Fort traduce insieme ai componenti del suo abituale trio, completato da Gary Wang al contrabbasso e Roland Schneider alla batteria, e con Gianluigi Trovesi, già frequentato in esperienze dal vivo, ospite in alcuni brani al clarinetto. La presenza di Trovesi amplia la cubatura timbrica e sposta, in maniera marcata, il baricentro espressivo di questo progetto verso un’evidente cantabilità melodica. Il tocco di Fort risulta centrale negli sviluppi formali dell’album, soprattutto nelle tracce svolte in trio dove snocciola lunghi soli, e i suoi interventi non tradiscono mai un atteggiamento che rimanda l’idea di intima melanconia, come nell’introduzione di Inner Voices. Durante l’ascolto si respira una sensazione di estremo equilibrio, e si percepisce l’ordine e il reciproco ascolto tra i musicisti, per un insieme dove non mancano alcuni momenti d’improvvisazione, mai fuori luogo e aderenti a una precisa estetica. L’immagine di copertina è curata da Sascha Kleins.

domenica 28 febbraio 2016

Avishai Cohen
“Into The Silence”
[ECM, 2016]

“Into The Silence” è l’album che il trombettista Avishai Cohen dedica alla memoria di suo padre, venuto a mancare di recente, e che realizza insieme a Eric Revis al contrabbasso, Nasheet Waits alla batteria, Yonathan Avishai al pianoforte e, in alcuni brani, Bille McHenry al sassofono tenore. Quest’ultimo si pone come “voce” alternativa a quella del leader, principale protagonista dei primi piani espressivi delle sei tracce in programma, tutte a sua firma. L’umore dell’intero album si basa su una certa melanconia di fondo, tradotta con temi cantabili esposti con misura e concentrazione. Le forme sono compatte, poggiano su un equilibrio timbrico discreto, e lasciano spazio anche per degli slanci solisti, mai troppo lontani dalla coerenza estetica che non tradisce i canoni della ECM di Manfred Eicher. I significati di questo lavoro sono rintracciabili in un ascolto d’insieme, in quanto i brani sono legati in maniera logica, come fossero un’unica suite.

Marco Bianchi “Lemon” 4et
“Pixel”
Autoproduzione, 2015

Quello organizzato dal vibrafonista Marco Bianchi è un quartetto che comprende Nicola Tacchi alla chitarra elettrica, Roberto Piccolo al contrabbasso e Filippo Valnegri alla batteria. Il loro Pixel contiene otto originali firmati dal leader, e si distingue per un valore espressivo, e formale, capace di variare ambientazione, dai richiami rock di Red Hot Chili Boppers, ai delicati movimenti della conclusiva Ninna nanna. Gli accostamenti timbrici tra vibrafono e chitarra producono il comune denominatore di un insieme dove prevale l’ascolto reciproco e l’unità di intenti tra i musicisti.