venerdì 26 luglio 2013

White: “III” (Aagoo Records, 2013)

Dopo “Sunna”(2009) e “Twin Tigers” (2011) Cory Thomas Hanson, in arte White, dà alle stampe, tramite Aagoo Records, “III”, un album che ne conferma le attitudini pop-cantautorali in dieci brani scritti, prodotti e realizzati in solo. Canzoni nate durante i tour intrapresi negli ultimi anni con la Mikal Cronin Band e Pangea, che ne hanno forgiato la cifra stilistica, nella quale sono previsti inserimenti di parti elettroniche, soprattutto per quel che riguarda le matrici ritmiche, su tessiture melodiche ottenute con strumenti acustici e chitarre elettriche. Il timbro vocale, esile e in alcuni momenti sussurrato, evoca situazioni oniriche, come in “Pretty Creatures”, e richiama in mente le pagine più gentili dei Radiohead. White si occupa anche di arti visive, e nella costruzione della sua musica si rintracciano richiami ad elementi cinematografici, con specifica attenzione allo scambio di posizione tra primi piani, quasi esclusivamente costituiti dalla voce, e sfondi, curati con estrema attenzione nel dettaglio timbrico.

Marvin: “Barry” (Africantape, 2013)

Sono contenuti in poco più di mezzora i nove brani di “Barry”, l’album firmato dai Marvin, un trio francese giunto al terzo lavoro sulla distanza che conta. La loro è una cifra stilistica perimetrabile in un electro-rock dall’attitudine battagliera, pronto al cambio di marcia ritmico e melodicamente coinvolgente. Elementi che si riscontrano già nell’opener “Tempo Fighting”, brano dal tiro importante, con il quale fa il paio il successivo “Automan”, uno strumentale vorticoso e di grande impatto sonoro. I ragazzi amano tenere i volumi molto alti, come accade in “Giorgio Morricone”, ma sanno anche delineare percorsi melodicamente più contenuti. Il trio riesce a innescare situazioni dance-oriented, come accade in “The Dark Sheep” e “Un chien en hiver”, pur mantenedo costante la tensione ritmica che ne contraddistingue il carattere. Questo lavoro è il risultato di due anni passati a sperimentare sonorità e soluzioni, anche se i Marvin, come hanno avuto modo di sottolineare, preferiscono esprimersi nella dimensione live, dove riescono appieno a realizzare la loro idea estetica.

ascolta "Barry"

venerdì 19 luglio 2013

Hobby Horse: "Eponymous" (Parco della Musica Records, 2013)

Dan Kinzelman (sax, cl, fl, tast, voc); Joe Rehmer (cb, tast, voc, perc); Stefano Tamborrino (batt, perc, voc)

L’album “Eponymous” arriva dopo un lungo periodo di attività live intrapreso dagli Hobby Horse, il trio composto dal batterista toscano Stefano Tamborrino e dai musicisti americani Dan Kinzelman e Joe Rehmer. Le nove tracce proposte – molte delle quali firmate da Kinzelman - sono contenute in poco più di mezzora, e trovano una combinazione stilistica che unisce il free jazz, inteso come libertà espressiva dei singoli, innesti elettronici e soluzioni dinamiche vicine al rock e anche alla musica ambient. Il trio si distingue per l’ampiezza timbrica ottenuta con l’utilizzo di molti fiati, sintetizzatori e percussioni, oltre che della voce, come nella rivisitazione di Three Hours, di Nick Drake, o nella conclusiva Non ti scordar di me, che Tamborrino dedica alla memoria della moglie. L’immagine di copertina è il dipinto “Devoured Divergence”, di Evan Ross Murphy, realizzato per l’occasione.

Battle (Part 1) / Visitor / Ribcage / Watercourse / Kitten Salad Sandwich / Battle (Part 2) / Three Hours / Success / Non ti scordar di me

lunedì 24 giugno 2013

Mino Lanzieri: "The Alchimist" (Silta Records, 2013)

Il chitarrista Mino Lanzieri organizza un quartetto dal grande senso di interplay per dar vita al lavoro per Silta Records The Alchemist. Al suo fianco si muovono in maniea flessibile il contrabbassista Reuben Rogers, il batterista Gene Jackson e soprattutto Francesco Nastro, pianista dalle ottime doti tecniche, che nei cinquanta minuti di musica proposti si lascia ampiamente apprezzare anche per la forza espressiva che riesce a trasmettere.

In programma troviamo otto passaggi originali del leader, più la rivisitazione di "Falling Grace" firmata Steve Swallow, nei quali possiamo ascoltare un jazz autentico—con derivazioni boppistiche - giocato spesso e volentieri su andamenti medio-veloci, che fanno risaltare la capacità del quartetto nel saper sfruttare dinamiche importanti. Situazioni che di conseguenza portano quasi sempre Lanzieri e Nastro a dialogare con fluidità e scorrevolezza di linguaggio, mettendo così in evidenza la loro cifra stilistica che prevede al centro del nucleo espressivo la bellezza delle melodie, che risultano levigate e coinvolgenti.

A sventare il rischio di prevedibilità delle soluzioni ci sono dei passaggi più introspettivi, come "High Life," e situazioni leggermente più spigolose, come "Travelin,'" dove si può apprezzare una vibrante introduzione di Rogers, per un lavoro complessivamente denso di significati e dalla buona tensione propositiva.

Nota: per chi volesse avere una visione più profonda di questo album c'è la possibilità, sul sito del musicista, di scaricare alcuni spartiti dei brani.

sabato 22 giugno 2013

Carolina Bubbico: “Controvento” (Workin’ Label, 2013)

Dopo aver dato forma al progetto in solo One Girl Band, dove si è trovata alle prese con più strumenti, Carolina Bubbico realizza “Controvento”, l’album di debutto nel quale è affiancata da Luca Alemanno al contrabbasso e Dario Congedo alla batteria. Formazione che trova nell’apporto di diversi ospiti una discreta apertura timbrica, che include anche fiati e archi, capace di rendere, nei nove brani proposti in scaletta, una buona alternanza di atmosfere espressive. Lo stile della Bubbico, che per timbro e modi ricorda da vicino la migliore versione di Giorgia, è individuabile nell’ambito del pop curato nel dettaglio e suonato con perizia. L’azzeccato innesco tra melodia e ritornelli sfocia in una formula di sicuro appeal, che dà vita ad alcuni singoli episodi, come “Cambierà” e “A me piacerebbe ridere”, capaci di coinvolgere. “Controvento” include anche passaggi più riflessivi, nei quali risalta maggiormente la sensibilità artististica della cantautrice.

giovedì 6 giugno 2013

Live Footage: "Doyers" (Autoprodotto, 2013)

Mike Thies (batteria, tastiere) e Topu Lyo (violoncello, elettronica) continuano a operare insieme nell’area di Brooklyn dove hanno realizzato l’album autoprodotto “Doyers”. Si tratta di una scaletta di diciassette tracce, amalgamate con sagacia e nelle quali riversano le loro diverse attitudini stilistiche, con particolare riferiemento all’unione di elementi elettroacustici, già messe in mostra nelle precedenti prove in studio. Il blend dei Live Footage prevede alcuni passaggi dance oriented, dub seminato a piene mani, tappeti strumentali di derivazione post rock, e un approccio improvvisativo prossimo al jazz in senso lato. La somma di questi fattori dà vita a una musica che si sviluppa senza nessuna fretta performativa, e che caratteriza idee capaci di confluire una dentro l’altra in un continuo divenire. Questo lavoro è da osservare nel suo insieme più che sulla valenza del singolo brano, dal momento che i ragazzi intendono la loro musica come sottolineatura, o sottofondo, ad altre esperienze artistiche, tralasciando l’eventuale colpo da classifica. L’elemento cinematico è dominante in un lavoro dove le melodie si distendono senza opposizioni su sfondi ritmici pensati per essere applicati in diversi contesti d’ascolto.

Live Footage: "Willow Be"

Live Footage: "Plays Jay Dee"

mercoledì 5 giugno 2013

Marcus Fjellström: “Epilogue –M-” (Aagoo Records, 2013 EP)

L’artista multimediale Marcus Fjellström dà alle stampe per Aagoo Records l’EP “Epilogue –M”, dopo alcune prove in studio che hanno destato un buon interesse da parte di critica e pubblico, come l’autoprodotto "Library Music 1″ del 2011. In scaletta troviamo sei brani strumentali, per una durata totale di mezzora, nei quali Fjellström lascia confluire elementi di musica ambientale, capaci sia di vivere di luce propria e sia per risultare idonei come sfondo per un’eventuale proiezione visiva o un’installazione artistica. La costruzione dei temi segue uno svolgimento di grande lentezza che porta l’ascolto verso stati di assuefazione, nei quali lo spazio e il tempo sembrano dilatarsi all’infinito. Il lavoro non porta con sé novità sotto il profilo formale e rimane costantemente in equilibrio tra la lezione dei Tangerine Dream e quella di Angelo Badalamenti.

https://soundcloud.com/5rp/marcus-fjellstr-m-dance-music

venerdì 17 maggio 2013

Sorrow: “Dreamstone” (Monotreme, 2013)

Dopo una serie di interessanti EP, prodotti negli ultimi due anni, per Sorrow è arrivato l’atteso momento del debutto sulla distanza che conta. “Dreamstone” esce per Monotreme, e contiene undici brani dove l’artista inglese mette a reagire nel suo pentolone diverse matrici stilistiche, dalla bossa all’ambient, dal dubstep all’house più leggera e sognante. Un’ibridazione ottenuta grazie al lento accatastamento di piani sonori, che vanno a formare figure in divenire dove entrano voci sussurrate – come quella dell’ospite CoMa -, beats e accostamenti timbrici sempre coerenti alla visione d’insieme del progetto. Ne viene fuori un lungo flusso sonoro, che coinvolge e circonda l’ascoltatore in maniera discreta ma inevitabile, in una sorta di abbandono temporale, che conosce, a volte, situazioni ballabili. Disponibile anche in vinile da 180g.

https://www.facebook.com/sorrowgarage

Suonocaustica: “Aprile” (Soundiva Music, 2013)

“Aprile” è il primo lavoro sulla lunga distanza per i Suonocaustica, gruppo bergamasco che nel corso degli anni ha conosciuto diversi cambi di line up e percorso un sentiero stilistico che li ha portati fino all’attuale ibridazione di melodie e ritmi di stampo britannico. Il loro è un pop-rock cantato in italiano, che trova alcuni momenti coinvolgenti, come quelli espressi da “Per sempre” – classico singolo dal ritornello appiccicoso e dall’innesco ritmico dance oriented -, passaggi più pensosi e riflessivi, come nell’introduzione di “Particelle”, situazioni dove il dosaggio rock assume forme più consistenti. Nel complesso si tratta di un album pensato nel dettaglio e suonato con un aproccio strumentale deciso, ma non vi è traccia di originalità espressiva, di carattere, di soluzioni meritevoli di particolari attenzione. Per costruire l’eventuale futuro ci sarà bisogno di altri ingredienti.

http://www.suonocaustica.it/web/

giovedì 16 maggio 2013

Slow Earth: Latitude and 023 (EP Autoprodotto, 2013)

Per gli Slow Earth si tratta di un EP di debutto che lascia intravedere alcuni motivi d’interesse, anche se le tracce contenute nella mezzora di “Latitude and 023” non convincono del tutto sotto il profilo dell’originalità. Questo perché fin dall’apertura affidata a “Identify” sembra troppo evidente l’accostamento ai primi Placebo, poi ribadito in altri passaggi, come in “Change Nothing”. Somiglianze con la band di Molko si intravedono nella costruzione dei ritornelli, negli inneschi ritmici e soprattutto nei timbri utilizzati per tessere una rete pop-rock a volte ammiccante, e in altre situazioni leggermente virata di malinconia. Oltre a farsi notare per l’artwork, firmato dallo studio del leggendario Storm Thorgerson, questo lavoro non lascia grandi segni del suo passaggio. Attendiamo gli Slow Earth alla prova sulla lunga distanza.

http://www.slowearth.se/

lunedì 13 maggio 2013

Massimo Zamboni e Angela Baraldi: “Un'infinita compressione precede lo scoppio” (URP, 2013)

Si erano già incrociati i destini di Massimo Zamboni e Angela Baraldi, come nel recente “Solo una terapia: dai CCCP all’estinzione”, il live-album con il quale l’ex componente dei CCCP ha riportato alla luce il percorso intrapreso molti anni fa con la band di Giovanni Lindo Ferretti, di cui è stato per anni ingranaggio fondamentale. Quello con la Baraldi è un incontro speciale, che secondo Zamboni: «Non è stata una scelta, nel senso che non c’è stato un casting, non faccio mai i conti a tavolino. Con Angela avevo già collaborato, e ci siamo piaciuti. Ho fiuto per le persone, ho sensibilità, non ho bisogno di esami».

L’idea di un progetto in studio era da qualche periodo nei pensieri dei due, ed oggi ha preso forma nelle undici tracce dell’album “Un'infinita compressione precede lo scoppio”, con il quale Zamboni ribadisce un feeling speciale con la scrittura e con l’assemblamento degli elementi sonori, che da una parte rinvigoriscono la fiamma del passato mai del tutto spenta, e dall’altra rimandano l’idea di modernità espressiva, fedele a sé stessa ma al contempo pronta al cambiamento eventuale.

Fattori che emergono fin dal brano d’apertura “Vorremmo esserci”, dove la Baraldi dà fondo alla sua forza comunicativa, con un approccio vocale capace di flettere da timbri scuri e opachi ad aperture melodiche coinvolgenti. Melodie lineari che segnano anche la successiva “Che farai”, dove si intrecciano chitarre ed effetti, e nella quale a colpire nel segno è la qualità testuale di un brano perfettamente in equilibrio con un andamento vagamante easy. La situazione si fa più aggressiva in “Lamenti”, griffata dal basso di Gianni Maroccolo, e diventa spigolosa in “Fallimetare”, dove affiora il coro sostenuto da Giorgio Canali, in un percorso che conosce con “In rotta” le coordinate del punk di un’Emilia sempre e comunque dal carattere paranoico. È la terra sonora di Zamboni, è una precisa identità che ritorna in mente, senza mai venire a noia, in un’ulteriore prova di forza espressiva, che nel brano “Nel cuore della notte” raggiunge vertici di semplicità ed efficacia, dramma e passione.

http://www.massimozamboni.it

domenica 5 maggio 2013

Dino & Franco Piana Septet: Seven (Alfa Music, 2012)

Franco Piana stava attraversando un periodo di grande ispirazione nel momento in cui questo capolavoro è stato messo su carta e poi realizzato: «Ho iniziato a scrivere la musica di “Seven” pensando innanzitutto alla parte melodica, lasciandomi influenzare dall’affetto e dall’amore che nutro per la mia famiglia». Come d’altra parte deve essere stata decisiva la spinta e la convinzione di suo padre Dino: «Appena ho letto la musica gli ho detto che il materiale era da mettere su disco, perché si trattava di un qualcosa d’importante». Il resto lo hanno fatto gli altri musicisti chiamati in causa - Fabrizio Bosso ed Enrico Rava alla tromba; Max Ionata ai sax; Enrico Pieranunzi e Luca Mannutza al pianoforte; Giuseppe Bassi al contrabbasso; Roberto Gatto alla batteria -; la professionalità dei tecnici e dei produttori di Alfamusic; e la magia che ha attraversato queste session di registrazione.

Si tratta di un lavoro destinato a rimanere per lungo tempo tra i preferiti degli appassionati di jazz italiani e non - al punto che sono stati in molti a considerarlo un classico già subito dopo la pubblicazione –, perché la musica che contiene coniuga in un verbo di grande modernità la tradizione jazzistica, qui intesa come qualità sia della musica scritta sia delle parti improvvisate, interplay millimetrico, grande propensiene a realizzare un suono d’insime capace però di far risaltare anche le doti soliste, e dosaggi pressoché perfetti di timbri, ritmi e melodie. La scaletta si apre con la suite in quattro movimenti intitolata “Open Dialogues”, dove possiamo intercettare le splendide introduzioni in solo di Pieranunzi (sul primo e terzo movimento), il respiro melodico del settetto che rimanda all’idea d’arrangiamento di una piccola big band, e alcuni soli, come quello al trombone a pistoni di Dino Piana, di grande fantasia e cantabilità. In “Your Smile” ad emergere è l’anima blues e chiaroscurale di questo progetto, mentre in “Eighty and One” è la forza di Ionata e Bosso ad essere messa in evidenza grazie a uno svolgimento ritmico su tempi rapidi e scambi serrati tra gli interpreti. Album di grande eleganza, capace di mettere tutti d’accordo sulla sua valenza, e nel quale si intrecciano citazioni, momenti di grande intimità, come in “Sunlight”, e fuori programma che non ti aspetti, come i sapori latin serviti nell’ultima traccia “Step by Step”.

Elenco dei brani: 1. Open Dialogues: I Movimento; 2. II Movimento; 3. III Movimento; 4. IV Movimento; 5. Your Smile; 6. Eighty and One; 7. Dark Eyes; 8. Asimmetrico; 9. Sunlight; 10. Step by Step.

giovedì 4 aprile 2013

Giuliana Soscia & Pino Jodice Quartet: Il viaggio di Sindbad (AlfaMusic, 2012)

Prodotto nel 2012 da AlfaMusic, “Il viaggio di Sindbad” rappresenta un buon esempio di fusione riuscita tra jazz e musica orientale, tra percorsi scritti nel dettaglio e ampie aperture di compasso improvvisative. In programma troviamo dieci brani originali, quasi tutti firmati dai due leader Giuliana Soscia e Pino Jodice, ai quali si affiancano Aldo Vigorito al contrabbasso e Giuseppe La Pusata alla batteria e soprattutto il musicista iracheno Raed Khoshaba all’oud, elemento determinante per la costruzione espressiva di questo lavoro. Si tratta di un album dall’impasto timbrico particolare e spiazzante, che si colloca in un territorio formale di grande singolarità, dove gli interpreti sono sempre inclini al cambio di registro emozionale. Il contesto rimane sospeso tra derivazioni puramente jazz, vedi alcuni fraseggi serrati tra il pianismo di Jodice e la sezione ritmica, musica tradizionale italiana, tradotta dalla fisarmonica di Giuliana Soscia, pronta nel ritagliarsi discrete parti di primo piano, e i profumi misteriosi e intensi emessi da Khoshaba. Tra i momenti meglio messi a fuoco vanno sottolineati i dieci minuti della riuscita “Terre del s’oud”, dove il quintetto trova un equilibrio ritmico/melodico di raro buon gusto.

http://www.giulianasosciapinojodicequartet.com/

http://www.alfamusic.com/

giovedì 28 marzo 2013

Powerdove: Do You Burn? (Africantape, 2013)

Annie Lewandowski è una songwriter del Minnesota che ha dato vita al progetto Powerdove nel 2007, anno in cui ha unito il proprio cammino artistico con il percussionista Alex Vittum e il bassista Jason Hoopes. I tredici brani che compongono la mezzora dell’album “Do You Burn?” hanno visto la loro creazione durante il tour europeo che Annie ha affrontato alcuni anni più tardi con Curtis McKinney; dopodichè, di ritorno in America, ha messo in atto le sue intenzioni con un nuovo trio, composto da John Dieterich (basso e chitarra) e il multistrumetista Thomas Bonvalet. Il suono d’insime risulta intimo, con delle linee melodiche che a volte sembrano solo accennate, in un continuo gioco di spunti e rimandi a situazioni essenziali. Corde appena pizzicate, percussioni ridotte allo stato primordiale fanno da sfondo alla voce eterea e trasparente di Annie, che nella sua fascinosa malinconia ricorda Nico. L’album scorre via veloce, anche se non dà mai la sensazione di frettolosità esecutiva, trovando nella penombra espressiva il motivo di maggior forza.

Israel Martínez: The Minutes (Aagoo Records, 2013)

“The Minutes” è la settima registrazione in studio di Israel Martínez, un artista messicano che si dedica da diverso tempo alla costruzione di musica capace di miscelare elettronica, riprese ambientali e tensioni melodiche che rimandano a situazioni complicate. Le sue sovrapposizioni di piani sonori e le strutture ritmiche dilatate formano le dieci tracce – composte nel biennio 2011/2012 – presenti in quest’album, che non si sottraggono al tipico approccio di Martínez. Il risultato è nel suo insieme affascinante, anche se privo di senso compiuto vista l'assenza di un'eventuale parte visiva. La sua intenzione di base è quella di trasferire in musica il disagio e le difficoltà del popolo messicano, che sta attraversando un periodo di profonda crisi, culturale ed economica. Impresa difficile, ma certamente meritevole di elogio, anche da parte di chi osserva il tutto da una distanza considerevole.

http://www.israelm.com/

mercoledì 27 marzo 2013

Ventura: Ultima Necat (Africantape, 2013)

Con “Ultima Necat” torna a far parlare di sé il trio svizzero Ventura, in questo nuovo episodio coadiuvato dal chitarrista aggiunto Oliver Schubert. Registrato da Serge Morattel il lavoro ribadisce le buone impressioni destate in passato da questa realtà attiva in Europa da diverso tempo, e apprezzata in ambito undergound grazie al muro sonoro che riesce a realizzare. Ma non si tratta di semplice rumore, perché i ragazzi sanno sviluppare melodie coinvolgenti grazie al sapiente lavoro di sovrapposizione di piani sonori, come accade in “Very Elephant Man”, brano dove è messa in risalto anche la voce di Philippe Henchoz. Sulla loro carta d’intetidà stilistica potrebbero scriverci “Rock progressive”, certamente, ma dall’approccio moderno, possente e allo stesso momento dettagliato. Non c’è spazio per i ritornelli a presa rapida, e – sotto il profilo timbrico - i raggi di luce che riescono a vincere le fitte trame dei Ventura sono pochi, come quelli che illuminano “Exquisite and Subtle”, passaggio che chiude la scaletta e che arriva come conclusione di un sonno tormentato, fatto di sogni inquieti.

http://www.youtube.com/user/thebandventura

Midas Fall: Wilderness (Monotreme, 2013)

Al centro delle strategie espressive dei Midas Fall c’è la voce di Elizabeth Heaton, la quale – con il suo timbro sottile, evocativo, sensuale – riesce a prendere per mano l’ascoltatore e trascinarlo con delicatezza attraverso le dieci tracce che compongono “Wilderness”. Un album dagli atteggiamenti melodici pop-oriented, contenente diverse tracce coinvolgenti e buone per tentare la scalata alle classifiche di vendita, come nel caso dell’azzeccata “Borders”. Brani pensati per arrivare subito al nocciolo della questione, senza grandi sottintesi formali, basati essenzialmente sulla struttura della song, e che vedono sullo sfondo un’impalcatura fatta di chitarre e suoni sintetizzati che non invadono mai il primo piano vocale. Nel complesso si tratta di un album curato nel dettaglio, anche se le tracce sembrano avere più valenza se prese singolarmente che nel loro insieme, dal quale affiora un pizzico di monotonia, dovuta alla ripetizione delle medesime soluzioni ritmico-melodiche.

domenica 24 marzo 2013

Child Bite: Vision Crimes + Monomania (Joyful Noise Recordings, 2013)

Si tratta di un CD (disponibile anche in vinile) contenente due extended play dei Child Bite, realtà tra le più attive nell’area di Detroit. Le tracce di “Vision Crimes” (2013) e “Monomania” (2012) formano un insieme coeso, in quanto riportano nel loro dna il medesimo approccio alla materia sonora, fatto di tagli improvvisi, irruenza melodica e ritmi sostenuti. Nelle trame di questa band – capitanata dalla mente pensante del vocalist Shawn Knight - non è semplice inquadrare situazioni accomodamti, dal momento che i ragazzi fanno il possibile per andare sempre verso una direzione noise, che sulla lunga distanza si rivela piegata a una evidente monotonia espressiva. Brani dall’alto contenuto adrenalinico delineano un atteggiamento che potrebbe portare a risultati concreti nella dimensione live, mentre trova meno adattabilità in un ascolto casalingo.

lunedì 18 marzo 2013

Sananda Maitreya: Return to Zooathalon (Treehouse Publishing, 2013)

Edito anche in versione strumentale, “Return to Zooathalon” segna il ritorno di Sananda Maitreya (dai più conosciuto prima del 2001 come Terence Trent D’Arby) a due anni dal precendete “The Sphinx”, e sancisce uno dei momenti maggiormente ispirati del suo percorso. Si tratta di un lavoro complesso, sia nei significati che sotto il profilo prettamente formale ed espressivo. Al centro del discorso c’è la splendida voce di Maitreya, capace di accarezzare le melodie, ma anche di scendere in profondità cariche di groove dal fascinoso appeal. L’album riesce a coinvolgere anche grazie a un andamento ritmico sempre in perfetta tensione con le ellissi melodiche, e a ruotare in buona sincronia ci sono molteplici esperienze stilistiche, che spostano le coloriture timbriche dal funk al pop più disimpegnato, dal rock alle diramazioni blues. Un calderone importante, forte di una scaletta di oltre venti brani necessaria per illustrare il concetto stesso di Zooathalon, riferito all’insieme del movimento stellare, lo zodiaco, gli spiriti, e le anime che vivono intorno a noi. Una sorta di mondo parallelo che in questo lavoro è tradotto dall’artista con estrema efficacia e caleidoscopica capacità di mettere a frutto la sua esperienza venticinquennale, che ha conosciuto situazioni importanti e delle flessioni, ma che avrebbe meritato nel suo insieme una rilevanza maggiore.

more info: http://www.sanandamaitreya.com/

venerdì 15 marzo 2013

Cuong Vu: It’s Mostly Residual (Auand, 2006)

In questo lavoro, organizzato nel 2005 da Auand records, vengono a contatto due tra i personaggi più fantasiosi, e pronti nel prendersi dei rischi creativi, che ci sono in circolazione: Cuong Vu e Bill Frisell. I due, supportati da Ted Poor alla batteria e Stomu Takeishi al basso elettrico, danno vita a un percorso di sei brani – tutti a firma del trombettista di Saigon – che rilasciano diverse sensazioni emozionali. Ci sono i cortocircuiti ritmico-melodici, come accade in “Brittle, Like Twigs”, una traccia capace di far saltare i polsi anche all’ascoltatore più compassato; c’è l’amore per l’atmosfera rilassata, vedi “Chitter Chatter”, ma il tutto è legato dalla voglia di non fermarsi mai davanti alle apparenze, cercando di andare sempre oltre il limite raggiunto. Contraddizioni creative, che portano la musica prodotta in territori di confine stilistico, dove il jazz si bagna di psichedelia visionaria, come in “Expressions of a Neuronic Impulse”, o prende il largo verso scenari levigati a perfezione, come nella title track. Album eccitante e di grande impatto.

giovedì 14 marzo 2013

Paolo Fresu Devil Quartet: Desertico (Tuk Music/Ponderosa, distr.EMI – 2013)

Il Devil Quartet è per Paolo Fresu una dimensione di libertà espressiva, dove riesce a far uscire al meglio la sua diversità di linguaggio. È per lui anche un posto dove poter incontrare degli ottimi compagni di ventura, con i quali mettere insieme le idee per poi intraprendere degli itinerari capaci di far scoprire all’ascoltatore degli orizzonti sempre nuovi e inattesi. “Desertico”, che segue di sei anni il precedente “Stanley Music”, vive di queste sensazioni in dodici tracce coinvolgenti, nelle quali possiamo apprezzare l’ottimo lavoro di squadra svolto da Fresu con Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria, e i grandi dialoghi – che sfociano spesso in scontri o accordi creativi – imbastiti con Bebo Ferra, che anche in questo episodio si conferma musicista dalla grande sensibilità e di livello assoluto. Sullo sfondo c’è l’Africa, introdotta dall’immagine di copertina e poi rilasciata nel disco attraverso gli ampi spazi di manovra ritmico/melodici, dove trovano posto episodi di grande brio e lucentezza timbrica, come la cover di “Satisfaction” posta in apertura; momenti di assoluta tranquillità emotiva, come nella splendida “Ambra”; discese piene d’insidie nel sottosuolo di uno scenario metropolitano incontrato lungo il cammino, come nella title track. Fresu lascia molta iniziativa agli altri componenti del gruppo, ma la forza della sua poetica, che si tratti di passaggi serrati che di note accennate, rimane il motivo principale intorno al quale ruotano gli altri intenti. Ci mette anche degli effetti elettronici il trombettista sardo, per dare una maggiore ampiezza formale, senza strafare e con il buon gusto esecutivo che lo contraddistingue da sempre. Lavoro dai significati densi, avvolto da vesti melodiche di fascinosa bellezza, come nella traccia “Suite for Devil”, dove Fresu e Ferra ingaggiano un rimbalzo di scambi emozionali che danno vita a una sorta di danza pacata, capace di dare brividi anche a una pietra.

sabato 9 marzo 2013

Quintorigo: Experience (Métro/Self, 2012)

I Quintorigo non sono nuovi a lavori di rivisitazione, basti ricordare il premiato “Plays Mingus” che nel 2008 ripercorreva il sentiero tracciato da un’icona del Novecento come Charles Mingus, e non sono nuovi a spiazzare chi li segue con lavori sempre diversi e interessanti, sia come approccio che dal punto di vista dell’organizzazione formale. In “Experience” si sono messi sulle tracce di Jimi Hendrix, cavando quattordici brani dal forziere del chitarrista di Seattle e mettendoci del loro sotto il profilo dell’interpretazione, che assume diverse colorazioni anche grazie agli ospiti chiamati a interagire. Moris Pradella alla voce entra senza sfigurare nella prestigiosa lista di cantanti che si sono susseguiti in questi anni dietro al microfono della band; poi ci sono Vincenzo Vasi, voce e anche theremin in “Voodoo Child”, Eric Mingus – sì, proprio il figlio di - e il pianista Michele Francesconi. Nei vari brani proposti – quasi tutti classici del repertorio, come “Hey Joe” o “Angel” - c’è del retrogusto bluesy, ci sono gli innesti al vetriolo di Andrea Costa al violino, c’è il sax – quasi sempre incendiario – di Valentino Bianchi e dunque ci sono tutte le componenti che rendono unico il suono dei Quintorigo. Si tratta di una band che ama suonare, nell’accezione più pura del termine "amare", e le performance dal vivo – ancor più delle incisioni - ne sono evidente testimonianza.

venerdì 1 marzo 2013

Marilena Paradisi & Stefania Tallini: Come Dirti (Silta, 2012)

"Come dirti" si sviluppa attravero sedici brani di musica totalmente improvvisata, nei quali l'espressività narrativa della voce di Marilena Paradisi e la forza melodica del pianismo delicato di Stefania Tallini intrecciano le loro strade in un destino di grande fascino, dove regna sovrano il divenire delle situazioni, in una sorta di equilibrismo senza rete di grande interesse, Primo piano (voce) e sfondo (pianoforte) mantengono le loro posizioni fidandosi senza remore dei rispettivi ruoli, dipingendo un'atmosfera chiaroscurale fatta di lievi sfumature, timbri accennati, tradotti dalla voce lieve e spettrale della Paradisi. Brani a volte molto brevi, che spesso sembrano dei bozzetti accennati con un filo di matita, pronti nel poter diventare qualcosa di più concreto, ma che vengono lasciati nel loro stato embrionale proprio per creare quel senso di continuità che caratterizza l'intero album. Un lavoro pensato e avvolto da una trama in bianco e nero, fitta, quasi impenetrabile, nella quale difficilmente si scorgono angoli luminosi di melodie aperte e assonanti. Non è semplice individuare un momento di maggiore impatto rispetto agli altri, perché "Come dirti" è un discorso che va interpretato nel suo insieme, nell'interezza di uno stile personale che potremmo avvicinare a quello dello sperimentalismo vocale, o se preferite a un'avanguardia minimale e colta.Esperienza ostica, alla quale bisogna dare il giusto tempo di sedimentazione e l'esatto spazio di comprensione, altrimenti il tutto potrebbe cedere facilmente il fianco a tentazioni di distrazione. Abbassare le luci in sala.

venerdì 15 febbraio 2013

Box Demolition: Banale (Autoproduzione, 2013)

Nel nuovo album “Banale” i Box Demolition ripropongono la loro formula ad alta tensione emozionale: punk rock tagliente, tempi sostenuti, suono rugginoso e tanta voglia di lasciare ricordi tangibili nelle orrecchie di chi ascolta. Segni di riconoscimento che hanno permesso a questa realtà del sottobosco toscano di farsi conoscere in giro per il Paese, con al loro attivo cinque demo, più di cento esibizioni live e tanta gavetta sfociata in due album.In questo secondo lavoro troviamo otto tracce in poco più di venti minuti, nelle quali c’è tanta voglia di divertirsi e divertire, come riportato nella nota stampa, ma anche di creare musica con delle vere credenziali. Apprezzabile l’utilizzo sia della lingua madre che dell’inglese; ottima la tenuta della band sui tempi sostenuti; decisa la tendenza a portare a galla tematiche scomode di disagio e rapporti interpersonali non certo semplici.Cattivi, ma anche intelligenti, musicalemnte parlando i Box Demolition possono essere accusati di tutto tranne che di mancare sotto l’aspetto dell’autenticità, in un contesto – quello della musica emergente italiana - eccessivamente xfactorato e piegato alle logiche di un mercato che, grazie al cielo, non esiste più. Gli dei se ne vanno e gli arrabbiati continuano a rimanere tra i piedi.


Can't think LIVE

BOX DEMOLITION | Myspace Music Videos

venerdì 8 febbraio 2013

Barber Mouse feat. Samuel: Plays Subsonica (Auand , 2012)

Quello operato dal trio Barber Mouse - Fabrizio Rat (pianoforte), Stefano Risso (contrabbasso), Mattia Barbieri (batteria) - sul repertorio dei Subsonica è un lavoro decisamente intrigante, sia sotto il profilo dell’espressività che dal punto di vista prettamente formale. Il progetto, al quale partecipa anche Samuel Romano che presta la voce in alcuni passaggi, vive su una tensione generale sviluppata grazie alla “preparazione” degli strumenti, ai quali è stato abbinato l’utilizzo di oggetti di vario tipo in modo da creare effetti curiori, dissonanze, e vibrazioni innatuarli che in qualche modo si sostituiscono agli inserti elettronici tipici del sound della band piemontese. Vengono a crearsi delle piacevoli analogie che producono cantabilità in “Incantevole”, isterismi creativi che vanno a caratterizzare l’iniziale “Colpo di pistola”, stravolgimenti ideali per intraprendere tangenti lontane e a volte lontanissime, come in “Disco labirinto”. La voce di Samuel e alcune cellule melodiche mantengono intatto un filo – che a tratti tende a scomparire – con la linea madre del repertorio proposto, in un lavoro di rivisitazione rischioso, di grande impatto e rara originalità.