venerdì 26 ottobre 2012

Alessandro Grazian: Armi (Ghost records, 2012)

“Armi” segna un cambiamento netto nel percorso artistico di Alessandro Grazian, finora caratterizzato da una cifra stilistica delicata, curata nel dettaglio timbrico e per dirla con un solo aggettivo “equilibrata”. Non che il nostro abbia perso il buon gusto per l’attenzione alle sfumature, ma brani come la title track non ne aveva ancora partoriti, così pieni di energia, creatività e voglia di rompere uno schema prestabilito. Sembra voler dire, a chi gli è intorno, di essere capace anche di fare cose diverse dal consueto, o probabilmente la sua è un’urgenza espressiva che oggi prende forma in maniera evidente. L’album porta in dono delle ottime canzoni, come “Se tocca a te”, momenti dove emerge l’innato rispetto per le strutture formali di Grazian, vedi “Soltanto io”, e attimi dove si intravede in filigrana la sua forza poetica, come in “Helene”. Brevi frammenti di potenza creativa, come in “Non devi essere poetico mai”, si alternano con gesti più delicati e dal minore impatto al primo ascolto, come “Il mattino”. A conti fatti si tratta dell’ennesima prova riuscita di Grazian, che continua a gravitare intorno a un emisfero sotterraneo con poca visibilità mediatica, ma lo fa con tanta stoffa da vendere anche a sarti cantautorali molto più nominati di lui.

Max Petrolio: Humor pomata (Seahorse/Audioglobe, 2012)

Con “Humor pomata” Max Petrolio conferma le buone impressioni destate con i precedenti lavori, e ribadisce la sua attitudine cantautoarle che unisce ironia, significati importanti e freschezza espressiva. In scaletta troviamo sette brani – per poco più di mezzora - che si ritagliano un angolo stilistico prossimo alla new wave, perché capaci di far confluire in unico discorso sia le sonorità acustiche che alcune parti sintetiche, per quello che potremmo definire come electro-pop d’autore. Alternativo, dunque, a quelle maniere che riconducono sempre e comunque a schemi precostituiti e dozzinali. Il nostro mette a reagire diverse strategie compositive, sceglie le parole con buon gusto, innesca ritornelli mai banali e non fa mancare ai suoi brani una decisa dose di cantabilità, che non guasta, come in “Humor 3”. Ibridazioni che fanno nascere situazioni surreali e atmosfere sinistre, che poi si tramutano in visioni isteriche di un’attualità descritta con buona originalità. Nel complesso “Humor pomata” risulta come un album intelligente e con un pensiero critico e viscerale, a tratti scomodo e allucinato, e che difficilmente aprirà le porte alla larga fruizione.

sabato 13 ottobre 2012

Sergio Sorrentino: Tempus Fugit (Silta Records, 2012)

L’album di Sergio Sorrentino “Tempus Fugit” porta in copertina la dicitura “Past and Future in the Contemporary Guitar Music”. Segno che il chitarrista intende intraprendere in questi dieci brani un viaggio chitarristico in grado di esplorare e unire in un unico discorso il passato e l’attualità dello stile chitarristico, con uno sguardo rivolto al futuro. Idea ambiziosa, e dunque interessante. Ne viene fuori una musica ostica, tra improvvisazioni, brani originali e riletture senza tempo, che amano percorrere territori scoscesi, fatti di suoni ora staccati e distanti, ora di intrecci dall’intenzione labirintica. Sorrentino utilizza un linguaggio molto personale, che difficilmente trova paragoni nel panorama avanguardistico. Si serve di chitarra barocca, chitarra battente, elettrica e nastri per dar vita a un complesso gioco di riflessi, dove l’imprevisto è dietro l’angolo, e nel quale non c’è traccia di soluzioni accomodanti e senza un significato ben preciso. All’interno del booklet ci sono delle note esplicative dello stesso Sorrentino, decisive per accopagnare un ascolto altrimenti senza un chiaro punto di partenza.

Deison: Quiet Rooms (Aagoo Records, 2012)

Deison mantiene nei contenuti di “Quiet Rooms” le aspettative racchiuse nel significato del titolo. Si tratta infatti di quattro movimenti (denominati “Room I-IV”) che riflettono le sensazioni e gli scenari immaginari di stanze silenziose, con le loro ansie, i loro rumori ambientali e un drone di sottofondo che accompagna l’intera registrazione. Circa quarantasei minuti di muisca ambient, intesa come proiezione in sound del nulla. Il niente che anziché essere fatto di spazi vuoti viene riempito con una sorta di densità sonora che oscilla tra momenti più o meno intensi. Una musica che sembra non avere mai inizio, ma che a conti fatti si rivela infinita, da mettere in loop fino a formare un’onda continua che inesorabilmente invade l’area circostante. Proposta che al semplice ascolto non risulta di grande appeal, e che porge il fianco alla facile distrazione, ma che potrebbe rivelarsi decisiva in caso di installzione artistica, a commento di immagini che ne amplifichino gli eventuali significati. Chiamala se voui avanguardia.

venerdì 12 ottobre 2012

Electric Electric: Discipline (Africantape, 2012)

Gli Electric Electric sono un trio francese attivo dal 2005, che negli ultimi anni ha iniziato a mettere fuori il naso dai confini nazionali, raggiungendo palchi di una certa importanza come quello del Pop Montreal o della rassegna SXSW di Austin. Il loro è uno modo di scolpire la materia musicale che non bada molto al dispendio di bpm e che non conosce mezzi termini espressivi. Chiarezza d’intenti che si traduce in un sound tambureggiante, infarcito di innesti elettronici che compensano gli spazi lasciati vuoti da batteria e chitarra elettrica. Degli undici brani in programma del loro “Discipline” rimane difficile sceglire un momento meglio messo a fuoco di altri, perché si tratta di un’idea espressiva continua, che non conosce né soste né deragliamenti stilistici. Difficile anche rimanere fermi ad ascoltare gli Electric Electric, dal momento che più di qualche passaggio risulta congeniale per gli amanti del dancefloor, ma anche per i tanti che sotto a un palco preferiscono perdere volentieri il senso dell’orientamento, vedi l’esemplificativa “Summer’s Eye”. Disponibile anche in doppio vinile.

Stumbleine: Spiderwebbed (Monotreme, 2012)

Dato diverse volte per defunto il Bristol sound riemerge dal sottosuolo spesso e volentieri vestito di sensibili variazioni, ma integro nelle intenzioni e nell’anima. È il caso di Stumbleine, producer che licenzia per Monotreme il godibilissimo “Spiderwebbed”. Dieci tracce curate nel dettaglio timbrico e ritmico, capaci di avvolgere l’ascoltatore in un abbraccio dai toni soffici e garbati. Questo anche grazie al supporto di ospiti funzionali alla causa, come i vocalist CoMa e Steffaloo che rendono di pregio tessiture armoniche pensate con estrema dedizione. Ritmi versati a un atteggiamento da club-culture carattrizzano l’iniziale “Cherry Blossom”, c’è la malinconia di una ballad inquieta come in “Fade into You” (cover del brano dei Mazzy Star), ci sono situazioni di piacevole smarrimento temporale, che spingono al lasciarsi andare sulle onde melodiche, ai piani sonori che si sovrappongono senza fretta alcuna. Quaranta minuti proiettati nell’attualità, con un piede nel passato e uno in procinto d’essere spinto verso evoluzioni future.

Intuitive Music Quartet: “Music from fur kommende seiten by Karlheinz Stockhausen” (Silta Records, 2012)

Non è impresa semplice addentrarsi nella musica eseguita dell’Intuitive Music Quartet, a meno che non si è pratici di maniere avanguardistiche e in particolar modo dell’opera firmata da Karlheinz Stockhausen. Questo perché il loro è un lavoro versato al ciclo di testi Für Kommende Zeiten, eseguito rispettando l’intenzione primaria del compositore tedesco. Ne viene fuori un album ostico, dove si alternano silenzi, note staccate, accostamenti timbrici azzardati, per un insieme che si muove in maniera incostante tra improvvisazioni estemporanee e situazioni di assoluta libertà formale, dove melodia, ritmo e punti di riferimento certi lasciano il posto a sorprese continue. La tromba di Mario Mariotti è forse l’unico elemento di riconduzione a una linea espressiva commestibile, mentre il lavoro di liquefazione sonora è ben messo in atto dal pianismo di Mell Morcone, dai suoni sintetici di Walter Prati e dal basso solitario di Giorgio Dini. Musica intuitiva.

mercoledì 10 ottobre 2012

Go!Zilla: Go!Zilla EP (Santavalvola, 2012)

Sei brani adrenalici stipati in quarto d’ora compongono l’ep omonimo dei Go!Zilla, duo fiorentino all’esordio composto da Luca Landi (chitarra e voce) e Andrea Delvento (batteria e voce), che hanno chiamato in causa Jason Ward per la masterizzazione effettuata in quel di Chicago. Il loro è un sound esportabile, basato su un approccio alla materia musicale molto concreto, fatto di slanci chitarristici, voci distorte e ritmi serrati, ben chiaro già nell’opener “I’m Bleeding”, brano che ricorda vagamente il riff della depechemodiana “Personal Jesus”. La storia cambia di poco nei restanti passaggi, spostando il nucleo espressivo di questa interessante realtà verso territori garage-punk, dove è alto il grado di coinvolgimento della musica prodotta. Uno scatto buono per la breve distanza, e che fa dunque ben sperare per un’eventuale prova sull’intero giro di pista.

TaranProject con Marcello Cirillo: “Rolica” + Live dvd (CNI, 2012)

Con “Hjuri di hjumari” i Taranproject di Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea avevano tracciato la nuova strada per la tarantella calabrese, con un approccio istintivo e un modo di scolpire la materia musicale fresco e attuale. A poco tempo di distanza arriva “Rolica”, album che prosegue idealmente quel discorso, stavolta maggiormente rivolto a un pubblico più ampio, in nove brani dal suono meno aspro e più fruibile. A contribuire a questa sorta di livellamento espressivo contribuisce la presenza di Marcello Cirillo, calabrese di nascita e romano d’adozione, che ha scelto di contribuire in maniera spontanea alla causa portata avanti da questa interessante realtà. La miscela timbrica, fatta di fiati, percussioni, organetto, lira calabrese e inserti elettrici, riesce a cogliere nel segno e coinvolgere, tra rivisitazioni di canti popolari e brani originali, in un andamento coeso e dal buon impatto emozionale.

Dalle tante apparizioni live che hanno visto protagonisti Mimmo Cavallaro e soci è scaturito il dvd TaranProject: “Kaulonia Tarantella Festival” (CNI, 2012), che testimonia la grande forza espressiva di questa band, capace di attrarre e trascinare una folla danzante in quel di Caulonia (il 23 agosto 2011), comune situato nel cuore della Locride. L’elemento decisivo che emerge da questa ripresa dal vivo è proprio il ballo di alcuni dei protagonisti e della folla giunta sotto il loro palco, ingrediente basilare per l’esatta riuscita della formula stilistica proposta. Riprese semplici e senza effetti ritraggono la band – alla quale si unisce per alcuni brani Marcello Cirillo - per oltre un’ora nel suo splendore di colori e timbri, nel suo insieme colmo di positività fatto di tradizione e nuovi idiomi.

Buildings: Melt Cry Sleep (doubleplusgood, 2012)

C’è dell’energia in “Melt Cry Sleep”, il nuovo lavoro firmato Buildings, band di Minneapolis che in questi dieci brani continua a perseguire un discorso noise-rock a presa rapida e di sicuro coinvolgimento. Ritmi sostenuti, a tratti apocalittici, dinamiche sempre importanti, sonorità costantemente innestate di timbri ruvidi e ostili caratterizzano l’intera registrazione, cosicchè nella mezzora proposta non ci sono momenti per eventuali riflessioni, né per situazioni più tranquille. Brian Lake mantiene una condotta vocale dai lineamenti satanici, mentre la tensione ritmica è garantita dal drumming portentoso di Travis Kuhlman e dal nuovo bassista Sayer Payne. Emergono rigurgiti grunge, c’è l’irruenza del punk più genuino, e si avverte la sensazione che i ragazzi, oltre che a mostrare i muscoli, sappiano mettere in fila un discorso di coerenza stilistica, che sulla carta li potrebbe portare a una certa originalità, che per il momento si intravede tra le maglie fitte del loro album.

lunedì 8 ottobre 2012

Transmontane: Staring Back at You (Sick Room Records, 2012)

Ryan Duncan è la figura che si cela dietro al progetto Transmontane, giunto al secondo episodio dopo l’esordio de “Lo specchio circolare”. Il nuovo “Staring Back at You”, edito da Sick Room Records di cui il nostro è cofondatore, propone undici brani dal taglio cantautorale, innervati di sapori malinconici, scenari essenziali e colorati di tonalità grige e offuscate. In questo lavoro c’è una grande monotonia, che può rasentare i confini della noia, ma anche affascinare e colpire nel cuore di chi ascolta. Valutazione soggettiva, alla quale si contrappone la reale nitidezza di un modo espressivo lontano dalle soluzioni a portata di mano, che intraprende puntualmente la strada più in salita possibile. Sembra che Duncan ami mettere degli ostacoli tra lui e chi lo ascolta, perché oltre a un timbro ruvido e profondo si lascia accompagnare perennemente da una chitarra dal suono distorto, rugginoso. Disponibile in vinile e in formato digitale.

Keiki: Popcorn from the Grave (Cheap Satanism Records, 2012)

Dieci tracce stipate in poco più di mezzora compongono “Popcorn from the Grave”, terzo lavoro del duo Keiki, di base a Bruxelles. I ragazzi autodefiniscono il loro stile come satanic-pop, etichetta plausibile dal momento che l’album presenta sia soluzioni melodicamente morbide, sia atmosfere sinistre e introspettive. Proposta che potremmo collocare temporalmente nella seconda metà degli anni Ottanta, vicino a certe produzioni chiaroscurali della 4AD, e che risente in maniera positiva - soprattutto dal punto di vista ritmico - di una decisa iniezione di elettronica. L’album nel suo complesso si lascia ascoltare con interesse, anche se non ci sono momenti particolarmente coinvolgenti, né brani a presa rapida capaci di rimanere in mente al primo passaggio. I due ospiti presenti tra i credits (Pete Simonelli e Eugene Robinson) aggiungono un po’ di sale alla ricetta dei Keiki, che però in questo episodio strappano una sufficienza interlocutoria.

Tamales de Chipil: Un largo camino (UPR/Edel, 2012)

Sono italiani i Tamales de Chipil, ma si sono ispirati fin dalla loro nascita al Messico e alla sua musica, fatta di velata nostalgia, ritmi ballabili e sonorità calde e coinvolgenti. “Un largo camino” non fa eccezione in una discografia giunta al terzo capitolo e intervallata da partecipazioni a importanti festival in ambito latino-americano (Vivalatino 2012). In questo lavoro i ragazzi non dimenticano le loro origini con un’azzeccata cover di “Amara terra mia” di Domenico Modugno, spaziano andando a pescare nel repertorio di Jimi Hendrix, omaggiato con “Drifiting”, e accompagnano l’ascoltatore tra rifacimenti di musica popolare messicana e brani originali. Nel loro calderone stilistico vanno a confluire reggae, ska, bossa e un certo mood cantautorale tradotto dalla voce di Antonio Adamo Lauria, dal timbro deciso e dal piglio narrativo. Album interessante sia per chi già conosce questa variopinta realtà, ma che potrebbe rappresentare una via d’accesso anche per quelli che solitamente scartano a priori certe proposte.

giovedì 20 settembre 2012

The Crooked Fiddle Band: Overgrown Tales (Autoprodotto, 2012)

Non mancano di certo sotto il profilo dell’originalità gli australiani The Crooked Fiddle Band, al punto che anche Brian Eno ha avuto parole d’elegio per il loro particolare approccio stilistico. Un modo che trova il suo punto di forza espressivo nel violino di Jess Randall, dietro al quale agiscono gli altri tre elementi della band, che si dividono il compito d’impalcatura ritmico/armonica tra contrabbasso, batteria, chitarre, bouzouki e charango. Nel loro esordio “Overgrown Tales” (che segue un paio di Ep di riscaldamento) ci sono andamenti veloci e dai profumi balcanici (“Countness barthory’s Finishing School for Girls”) che si alternano a situazioni più compassate (“Clockwork Bride”) nelle quali predomina comunque il violino e le sue evoluzioni vertiginose, ipnotiche e prossime al delirio melodico. Si ha l’impressione di ascoltare la colonna sonora di una festa pagana, con tanto di sipario sciamanico (“The Mountain Hag’s Advice”) caratterizzato dalle voci e dal violoncello dell’ospite Russell Rolen, elemento aggiunto in un album di sicuro interesse.

Philippe Petit: Extraordinary Tales of a Lemon Girl – trilogy / Chapter Two: Fire-Walking to Wonderland (Aagoo Records, 2012)

“Extraordinary Tales of a Lemon Girl” è la trilogia ideata da Philippe Petit (ingranaggio fondamentale del progetto Strings of Consciousness) giunta al suo secondo capitolo con l’album “Fire-walking to Wonderland”, che segue il precedente “Oneiric Rings on Grey Velvet”. Si tratta di un lavoro che si sviluppa attraverso cinque parti (sono tutte prime take) dove regnano la libertà formale, l’atonalità ostinata, e una ricerca sonora che – a conti fatti – sembra portare per mano l’ascoltatore verso un territorio senza spazi definibili, né tempi quantificabili. Musica improvvisata, a volte astratta, costruita con l’utilizzo di una nutrita serie di strumenti (synths, turntables, processori) e non (palloni gonfiabili, registrazioni ambientali) che vanno a formare una sorta di colonna sonora della contemporaneità urbana, fatta di suoni slegati, stridenti e privi di coordinate stilistiche. Una matassa difficilmente districabile, che si crea tramite un continuo divenire, dove i piani sonori si accatastano con un rigoroso disordine melodico prossimo al caos. Ascolto non semplice ma intrigante per coloro in cerca di situazioni decisamente fuori dalle consuetudini.

Il sogno il veleno: Piccole catastrofi (Seahorse Recordings/Audioglobe, 2012)

“Piccole catastrofi” è il passo d’esordio de Il sogno il veleno, una proposta cantautorale dal sapore un po’ retrò che in questo lavoro racchiude dieci brani dall’anima cinematografica (il disco è dedicato a Pier Paolo Pasolini) e con un’intenzione dalle forti prerogative descrittive. La band trova il suo segno di riconoscimento nella voce di Alex Secone, il quale si muove su degli sfondi che sanno essere sognanti e trasparenti, come nella conclusiva “Comizi d’amore”, ma anche spensierati e carichi di melodia orecchiabile, come nella pop-oriented “Nouvelle Vague”. I ragazzi raggiungono il giusto equilibrio tra espressione e significati quando i toni si fanno più malinconici e vagamente eleganti (“Le cose importanti”); riescono a mettere insieme una buona varietà stilistica passando da situazioni fumose e introspettive (“Storia quasi d’amore”) ad altre più informali (“Paese sera”). Nell’album manca il singolo a presa rapida, capace di aumentare la cifra di attenzione verso questa realtà, ma probabilmente non era nelle loro strategie e in quelle del produttore Paolo Messere (ex Ulan Bator).

mercoledì 12 settembre 2012

Zulus: “Zulus” (Aagoo Records, 2012)

Otto brani, ventudue minuti, un’elevata cifra d’adrenalina pura. Sono questi i numeri di “Zulus”, l’omonimo disco della band di base a Brooklyn, capace di sviluppare un approccio alla materia musicale d’assalto, che potremmo etichettare come incrocio tra punk puro e post-hardcore. Roba per cuori forti, tanto per capirci. A cominciare da brani come “Tremolo”, in grado di minare profondamente qualsiasi tentativo di costruire una linea melodica amichevole. I ragazzi fanno leva su un andamento ritmico forsennato, testi visionari e assoluto divieto per un momento di silenzio. Trovano il loro orgasmo stilistico nella conclusiva “Death in the Current”, anche se i passaggi di tensione sono diversi e caratterizzano l’intera registrazione. Come nella tellurica “By Night and Spear”, passando per la scheggia impazzita “Blackout” e per “Kisses”, una sorta di manifesto punk, per via della sua espressività diretta e condita da suoni senza fronzoli. Gli Zulus non concedono time out per riflettere, né situazioni per prendere fiato. C’è solo da correre.

The Vindicators: Greatest Hits (Go Down Records, 2012)

Qualcuno si ricorderà dei Vindicators, band nata dallo scioglimento dei Frigidaire Tango, stilisticamente ispirata ai Fleshtones, in grado di dare alla luce un paio di album nella seconda metà degli anni Ottanta. Per tutti gli altri arriva il “Greatest Hits”, che raccoglie in due cd il meglio della loro produzione, quattro brani inediti e un live ripreso in varie location. Siamo in ambito rock, caratterizzato da andamenti ritmici sostenuti, originalità espressiva ottenuta grazie all’apporto dei fiati e una capacità di attenuare i toni per creare momenti più riflessivi, dal taglio cantautorale. La parte in studio conta su una scaletta di venti brani che si lasciano ascoltare senza fatica, poiché le linee melodiche sono costantemente in assonanza e prive di situazioni dalla chiave di lettura difficile. Musica che sa coinvolgere, e che nella parte registrata dal vivo (diciotto brani, con una qualità audio non levigata) assume connotazioni ancor più sanguigne e veritiere, capaci di riflettere la carica emotiva prodotta da Charlie Out Cazale e soci. Una buona riscoperta, lontana dalle tendenze ammiccanti e modaiole.

The Junction: Let Me Out! (Dischi Soviet Studio, 2012)

I The Junction (Marco Simioni, Francesco Reffo, Alberto Bettin) arrivano alla pubblicazione del loro primo album con ottime credenziali, accumulate con diverse date live, apparizioni radiofoniche ed EP. Il loro “Let me Out!” propone una formula stilistica semplice, ma efficace, nella quale si avverte netta l’influenza della scena punk di fine Settanta e il rock orientato verso Franz Ferdinand e derivati. Le undici tracce di questo lavoro sono giocate su ritmiche medio-veloci, ritornelli orecchiabili e inneschi melodici a presa rapida. Si tratta di musica dalla notevole cifra coinvolgitiva, vedi il potenziale singolo scala classifica “Mayday”, che in certi casi riesce ad esprimere anche un modo meno forsennato e più attento ai particolari, come in “Sleeping Dancer”, brano nel quale i ragazzi si lasciano apprezzare per il buon gusto compositivo. C’è da dire che il trio ha un ottimo feeling con la materia sonora, anche se ancora deve trovare la propria via per arrivare all’originalità.

sabato 8 settembre 2012

Rossopiceno: Come cambia il vento (Upr/Edel, 2012)

“Come cambia il vento” è il secondo album dei Rossopiceno, gruppo marchigiano che si è già messo in mostra per una serie di buone prestazioni live e collaborazioni di rilievo in ambito nazionale. Su tutte l’inserimento del loro brano “C’era” nel recente lavoro dei Modena City Ramblers (“Battaglione Alleato”), band con la quale Emidio Rossi (voce) e compagni sono idealmente legati sia da un’ispirazione stilistica marcata, ma anche oggettivamente, perché Francesco Moneti (violino dei MCR) ha curato la produzione di questo lavoro. Undici brani che trasudano rabbia, amore e voglia di ribellione, nei quali fanno la loro comparsa Ascanio Celestini con una lettura d’introduzione a “Camice e tute” e Marino Severini (Gang) che presta la sua voce nella title track. Brani che parlano la lingua del combat rock tricolore, partigiano, apertamente schierato e vagamente incazzato, giocato su tempi medio-veloci, testi impegnati che narrano difficoltà quotidiane, intrecci melodici coinvolgenti fatti di fisarmonica, flauto e chitarre. I ragazzi sanno dire la loro senza ricorrere alle maniere forti e senza urlare. Tutto lodevole, anche se poco originale.

Simone Zanchini: My Accordion’s Concept (Silta records, 2012)

C’è del coraggio nel lavoro di Simone Zanchini. C’è la voglia di rompere gli schemi e proporre una musica che non conosce il significato della parola “consuetudine”. Terre di nessuno, spazi inesplorati e orizzonti di puro astrattismo emergono dal suo “My Accordion’s Concept”, un disco difficile e dunque buono per chi non ha voglia di fermarsi alle apparenze, a un ascolto superficiale. Si tratta di un album di fisarmonica in solo, dove Zanchini propone un approccio improvvisativo quasi totale, riuscendo a descrivere un percorso zigzagante, che in otto tracce sfiora territori di assoluta libertà espressiva. La sensazione è di trovarsi costantemente di fronte a un terreno impervio, sconnesso, fatto di suoni slegati, sovrapposti e contrari. Il nostro fa un uso discreto della componente elettronica, introducendo rumori e soluzioni che si discostano dal timbro classico dello strumento. La fisarmonica come, probabilmente, non l’avete mai ascoltata.

Peter Cincotti: Metropolis (Heads Up International, 2012)

“Metropolis” è il quarto album del cantante e pianista Peter Cincotti, che in questo nuovo episodio propone una scrittura orientata in maniera decisa verso i luccicanti lidi della pop-music, intesa come territorio dove a farla da padrone sono ritornelli a presa rapida, intelaiature melodiche leggere e ripetuti tentativi di infilare il singolo da classifica. Dodici brani che nelle intenzioni di Cincotti descrivono l’attuale paesaggio urbano e che si discostano dai precendenti lavori, confermando la sua vocazione nel riuscire a ottenere un buon equilibrio tra leggerezza formale e profondità espressiva. Molte tastiere, inneschi ritmici ben studiati, andamenti smussati e sempre sereni, senza grinze né imprevisti, compongono un insieme liscio come la pelle di un neonato. Tra i passaggi meglio messi a fuoco va messo “Madeline”, un brano delicato, dove trova posto un arrangiamento d’archi che fa da sfondo a un primo piano vocale timbricamente più deciso. Non un capolavoro, ma un album che può starsene discretamente in sottofondo e nel quale, all’occorrenza, si può rintracciare qualche significato.

mercoledì 11 luglio 2012

The Last Fight: Miracles

Tre brani compongono l’EP Miracles, firmato dai The Last Fight, band che ha già all’attivo un lavoro sulla distanza che conta dal titolo Right of Wave. Le tracce qui proposte non aggiungono grandi novità alla tendenza stilistica del quartetto, che rilascia un sound dall’approccio rock molto deciso, come testimoniato dalla tambureggiante traccia d’apertura, che dà il titolo a questa pubblicazione. La seguente Kiss Cosmic è un brano dipinto con colori leggermente più tenui, anche se la voce di James F. Dini risulta essere l’elemento primario dell’espressione complessiva del gruppo, dietro al quale si muove uno scenario che trova la giusta tensione tra la chitarra elettrica e la sezione ritmica. I nostri giocano le loro carte sull’innesco di ritornelli a presa rapida, che però non sempre lasciano un segno tangibile, come nella conclusiva The Importance of Being Connected.

Clan Bastardo: Clan Bastardo

Quattordici brani, cantati in italiano e stipati in poco più di mezzora, compongono l’album d’esordio dei Clan Bastardo, formazione nata dall’unione dei fratelli Pino (voce e chitarra) ed Enzo Di Guglielmo (basso), ai quali si sono affiancati il batterista Dino Magnotta e il chitarrista Stew Page. Il loro sound è un punk-rock di chiara ispirazione Clash, rivisto e forgiato con approccio dinamico alla materia musicale, scolpita a furia di ritmi martellanti e andamenti che non lasciano spazio alle riflessioni. Questo lavoro arriva dopo un periodo di rodaggio, e denuncia la buona maturità della band campana, che sa farsi valere in particolar modo dal vivo, dove i testi graffianti e rabbiosi arrivano a coinvolgere il pubblico senza possibilità di scampo. Tra i brani più incisivi segnaliamo Whiskey e puttane, che sintetizza l’attitudine dei Clan Bastardo.

martedì 10 luglio 2012

Espresso Atlantico: Espresso Atlantico

Gli Espresso Atlantico danno alle stampe il loro primo album omonimo, che in poco più di mezzora riesce a mettere in mostra un arco espressivo capace di abbracciare diversi generi. Si tratta di un viaggio immaginario che tocca diversi lidi stilistici, come il tango di Tango negro e la tarantella di Tarantella aia sassa, i sapori dell’est Europa di La Balalaika di Kaluga e il valzer elegante di La Valse à Margaux. Rivisitazioni di brani di grandi artisti, come la splendida Escualo di Astor Piazzolla, e pezzi originali – firmati dal pianista Andrea Gattico – si fondono in una miscela inebriante di profumi e sapori, in un continuo cambio di scenario che cattura l’attenzione dell’ascoltatore di turno. Inoltre, in un’amalgama di sicuro interesse, non mancano le parentesi ballabili, come il cha cha dell’iniziale Donde estas Yolanda.