giovedì 20 settembre 2012

The Crooked Fiddle Band: Overgrown Tales (Autoprodotto, 2012)

Non mancano di certo sotto il profilo dell’originalità gli australiani The Crooked Fiddle Band, al punto che anche Brian Eno ha avuto parole d’elegio per il loro particolare approccio stilistico. Un modo che trova il suo punto di forza espressivo nel violino di Jess Randall, dietro al quale agiscono gli altri tre elementi della band, che si dividono il compito d’impalcatura ritmico/armonica tra contrabbasso, batteria, chitarre, bouzouki e charango. Nel loro esordio “Overgrown Tales” (che segue un paio di Ep di riscaldamento) ci sono andamenti veloci e dai profumi balcanici (“Countness barthory’s Finishing School for Girls”) che si alternano a situazioni più compassate (“Clockwork Bride”) nelle quali predomina comunque il violino e le sue evoluzioni vertiginose, ipnotiche e prossime al delirio melodico. Si ha l’impressione di ascoltare la colonna sonora di una festa pagana, con tanto di sipario sciamanico (“The Mountain Hag’s Advice”) caratterizzato dalle voci e dal violoncello dell’ospite Russell Rolen, elemento aggiunto in un album di sicuro interesse.

Philippe Petit: Extraordinary Tales of a Lemon Girl – trilogy / Chapter Two: Fire-Walking to Wonderland (Aagoo Records, 2012)

“Extraordinary Tales of a Lemon Girl” è la trilogia ideata da Philippe Petit (ingranaggio fondamentale del progetto Strings of Consciousness) giunta al suo secondo capitolo con l’album “Fire-walking to Wonderland”, che segue il precedente “Oneiric Rings on Grey Velvet”. Si tratta di un lavoro che si sviluppa attraverso cinque parti (sono tutte prime take) dove regnano la libertà formale, l’atonalità ostinata, e una ricerca sonora che – a conti fatti – sembra portare per mano l’ascoltatore verso un territorio senza spazi definibili, né tempi quantificabili. Musica improvvisata, a volte astratta, costruita con l’utilizzo di una nutrita serie di strumenti (synths, turntables, processori) e non (palloni gonfiabili, registrazioni ambientali) che vanno a formare una sorta di colonna sonora della contemporaneità urbana, fatta di suoni slegati, stridenti e privi di coordinate stilistiche. Una matassa difficilmente districabile, che si crea tramite un continuo divenire, dove i piani sonori si accatastano con un rigoroso disordine melodico prossimo al caos. Ascolto non semplice ma intrigante per coloro in cerca di situazioni decisamente fuori dalle consuetudini.

Il sogno il veleno: Piccole catastrofi (Seahorse Recordings/Audioglobe, 2012)

“Piccole catastrofi” è il passo d’esordio de Il sogno il veleno, una proposta cantautorale dal sapore un po’ retrò che in questo lavoro racchiude dieci brani dall’anima cinematografica (il disco è dedicato a Pier Paolo Pasolini) e con un’intenzione dalle forti prerogative descrittive. La band trova il suo segno di riconoscimento nella voce di Alex Secone, il quale si muove su degli sfondi che sanno essere sognanti e trasparenti, come nella conclusiva “Comizi d’amore”, ma anche spensierati e carichi di melodia orecchiabile, come nella pop-oriented “Nouvelle Vague”. I ragazzi raggiungono il giusto equilibrio tra espressione e significati quando i toni si fanno più malinconici e vagamente eleganti (“Le cose importanti”); riescono a mettere insieme una buona varietà stilistica passando da situazioni fumose e introspettive (“Storia quasi d’amore”) ad altre più informali (“Paese sera”). Nell’album manca il singolo a presa rapida, capace di aumentare la cifra di attenzione verso questa realtà, ma probabilmente non era nelle loro strategie e in quelle del produttore Paolo Messere (ex Ulan Bator).

mercoledì 12 settembre 2012

Zulus: “Zulus” (Aagoo Records, 2012)

Otto brani, ventudue minuti, un’elevata cifra d’adrenalina pura. Sono questi i numeri di “Zulus”, l’omonimo disco della band di base a Brooklyn, capace di sviluppare un approccio alla materia musicale d’assalto, che potremmo etichettare come incrocio tra punk puro e post-hardcore. Roba per cuori forti, tanto per capirci. A cominciare da brani come “Tremolo”, in grado di minare profondamente qualsiasi tentativo di costruire una linea melodica amichevole. I ragazzi fanno leva su un andamento ritmico forsennato, testi visionari e assoluto divieto per un momento di silenzio. Trovano il loro orgasmo stilistico nella conclusiva “Death in the Current”, anche se i passaggi di tensione sono diversi e caratterizzano l’intera registrazione. Come nella tellurica “By Night and Spear”, passando per la scheggia impazzita “Blackout” e per “Kisses”, una sorta di manifesto punk, per via della sua espressività diretta e condita da suoni senza fronzoli. Gli Zulus non concedono time out per riflettere, né situazioni per prendere fiato. C’è solo da correre.

The Vindicators: Greatest Hits (Go Down Records, 2012)

Qualcuno si ricorderà dei Vindicators, band nata dallo scioglimento dei Frigidaire Tango, stilisticamente ispirata ai Fleshtones, in grado di dare alla luce un paio di album nella seconda metà degli anni Ottanta. Per tutti gli altri arriva il “Greatest Hits”, che raccoglie in due cd il meglio della loro produzione, quattro brani inediti e un live ripreso in varie location. Siamo in ambito rock, caratterizzato da andamenti ritmici sostenuti, originalità espressiva ottenuta grazie all’apporto dei fiati e una capacità di attenuare i toni per creare momenti più riflessivi, dal taglio cantautorale. La parte in studio conta su una scaletta di venti brani che si lasciano ascoltare senza fatica, poiché le linee melodiche sono costantemente in assonanza e prive di situazioni dalla chiave di lettura difficile. Musica che sa coinvolgere, e che nella parte registrata dal vivo (diciotto brani, con una qualità audio non levigata) assume connotazioni ancor più sanguigne e veritiere, capaci di riflettere la carica emotiva prodotta da Charlie Out Cazale e soci. Una buona riscoperta, lontana dalle tendenze ammiccanti e modaiole.

The Junction: Let Me Out! (Dischi Soviet Studio, 2012)

I The Junction (Marco Simioni, Francesco Reffo, Alberto Bettin) arrivano alla pubblicazione del loro primo album con ottime credenziali, accumulate con diverse date live, apparizioni radiofoniche ed EP. Il loro “Let me Out!” propone una formula stilistica semplice, ma efficace, nella quale si avverte netta l’influenza della scena punk di fine Settanta e il rock orientato verso Franz Ferdinand e derivati. Le undici tracce di questo lavoro sono giocate su ritmiche medio-veloci, ritornelli orecchiabili e inneschi melodici a presa rapida. Si tratta di musica dalla notevole cifra coinvolgitiva, vedi il potenziale singolo scala classifica “Mayday”, che in certi casi riesce ad esprimere anche un modo meno forsennato e più attento ai particolari, come in “Sleeping Dancer”, brano nel quale i ragazzi si lasciano apprezzare per il buon gusto compositivo. C’è da dire che il trio ha un ottimo feeling con la materia sonora, anche se ancora deve trovare la propria via per arrivare all’originalità.

sabato 8 settembre 2012

Rossopiceno: Come cambia il vento (Upr/Edel, 2012)

“Come cambia il vento” è il secondo album dei Rossopiceno, gruppo marchigiano che si è già messo in mostra per una serie di buone prestazioni live e collaborazioni di rilievo in ambito nazionale. Su tutte l’inserimento del loro brano “C’era” nel recente lavoro dei Modena City Ramblers (“Battaglione Alleato”), band con la quale Emidio Rossi (voce) e compagni sono idealmente legati sia da un’ispirazione stilistica marcata, ma anche oggettivamente, perché Francesco Moneti (violino dei MCR) ha curato la produzione di questo lavoro. Undici brani che trasudano rabbia, amore e voglia di ribellione, nei quali fanno la loro comparsa Ascanio Celestini con una lettura d’introduzione a “Camice e tute” e Marino Severini (Gang) che presta la sua voce nella title track. Brani che parlano la lingua del combat rock tricolore, partigiano, apertamente schierato e vagamente incazzato, giocato su tempi medio-veloci, testi impegnati che narrano difficoltà quotidiane, intrecci melodici coinvolgenti fatti di fisarmonica, flauto e chitarre. I ragazzi sanno dire la loro senza ricorrere alle maniere forti e senza urlare. Tutto lodevole, anche se poco originale.

Simone Zanchini: My Accordion’s Concept (Silta records, 2012)

C’è del coraggio nel lavoro di Simone Zanchini. C’è la voglia di rompere gli schemi e proporre una musica che non conosce il significato della parola “consuetudine”. Terre di nessuno, spazi inesplorati e orizzonti di puro astrattismo emergono dal suo “My Accordion’s Concept”, un disco difficile e dunque buono per chi non ha voglia di fermarsi alle apparenze, a un ascolto superficiale. Si tratta di un album di fisarmonica in solo, dove Zanchini propone un approccio improvvisativo quasi totale, riuscendo a descrivere un percorso zigzagante, che in otto tracce sfiora territori di assoluta libertà espressiva. La sensazione è di trovarsi costantemente di fronte a un terreno impervio, sconnesso, fatto di suoni slegati, sovrapposti e contrari. Il nostro fa un uso discreto della componente elettronica, introducendo rumori e soluzioni che si discostano dal timbro classico dello strumento. La fisarmonica come, probabilmente, non l’avete mai ascoltata.

Peter Cincotti: Metropolis (Heads Up International, 2012)

“Metropolis” è il quarto album del cantante e pianista Peter Cincotti, che in questo nuovo episodio propone una scrittura orientata in maniera decisa verso i luccicanti lidi della pop-music, intesa come territorio dove a farla da padrone sono ritornelli a presa rapida, intelaiature melodiche leggere e ripetuti tentativi di infilare il singolo da classifica. Dodici brani che nelle intenzioni di Cincotti descrivono l’attuale paesaggio urbano e che si discostano dai precendenti lavori, confermando la sua vocazione nel riuscire a ottenere un buon equilibrio tra leggerezza formale e profondità espressiva. Molte tastiere, inneschi ritmici ben studiati, andamenti smussati e sempre sereni, senza grinze né imprevisti, compongono un insieme liscio come la pelle di un neonato. Tra i passaggi meglio messi a fuoco va messo “Madeline”, un brano delicato, dove trova posto un arrangiamento d’archi che fa da sfondo a un primo piano vocale timbricamente più deciso. Non un capolavoro, ma un album che può starsene discretamente in sottofondo e nel quale, all’occorrenza, si può rintracciare qualche significato.

mercoledì 11 luglio 2012

The Last Fight: Miracles

Tre brani compongono l’EP Miracles, firmato dai The Last Fight, band che ha già all’attivo un lavoro sulla distanza che conta dal titolo Right of Wave. Le tracce qui proposte non aggiungono grandi novità alla tendenza stilistica del quartetto, che rilascia un sound dall’approccio rock molto deciso, come testimoniato dalla tambureggiante traccia d’apertura, che dà il titolo a questa pubblicazione. La seguente Kiss Cosmic è un brano dipinto con colori leggermente più tenui, anche se la voce di James F. Dini risulta essere l’elemento primario dell’espressione complessiva del gruppo, dietro al quale si muove uno scenario che trova la giusta tensione tra la chitarra elettrica e la sezione ritmica. I nostri giocano le loro carte sull’innesco di ritornelli a presa rapida, che però non sempre lasciano un segno tangibile, come nella conclusiva The Importance of Being Connected.

Clan Bastardo: Clan Bastardo

Quattordici brani, cantati in italiano e stipati in poco più di mezzora, compongono l’album d’esordio dei Clan Bastardo, formazione nata dall’unione dei fratelli Pino (voce e chitarra) ed Enzo Di Guglielmo (basso), ai quali si sono affiancati il batterista Dino Magnotta e il chitarrista Stew Page. Il loro sound è un punk-rock di chiara ispirazione Clash, rivisto e forgiato con approccio dinamico alla materia musicale, scolpita a furia di ritmi martellanti e andamenti che non lasciano spazio alle riflessioni. Questo lavoro arriva dopo un periodo di rodaggio, e denuncia la buona maturità della band campana, che sa farsi valere in particolar modo dal vivo, dove i testi graffianti e rabbiosi arrivano a coinvolgere il pubblico senza possibilità di scampo. Tra i brani più incisivi segnaliamo Whiskey e puttane, che sintetizza l’attitudine dei Clan Bastardo.

martedì 10 luglio 2012

Espresso Atlantico: Espresso Atlantico

Gli Espresso Atlantico danno alle stampe il loro primo album omonimo, che in poco più di mezzora riesce a mettere in mostra un arco espressivo capace di abbracciare diversi generi. Si tratta di un viaggio immaginario che tocca diversi lidi stilistici, come il tango di Tango negro e la tarantella di Tarantella aia sassa, i sapori dell’est Europa di La Balalaika di Kaluga e il valzer elegante di La Valse à Margaux. Rivisitazioni di brani di grandi artisti, come la splendida Escualo di Astor Piazzolla, e pezzi originali – firmati dal pianista Andrea Gattico – si fondono in una miscela inebriante di profumi e sapori, in un continuo cambio di scenario che cattura l’attenzione dell’ascoltatore di turno. Inoltre, in un’amalgama di sicuro interesse, non mancano le parentesi ballabili, come il cha cha dell’iniziale Donde estas Yolanda.

Antinomia: Illusioni ottiche

Gli Antimonia sono una rock band piemontese che finora si è fatta notare per una serie di live in ambito nazionale e per l’EP Sottobosco (2010). Illusioni ottiche è il loro primo album, nel quale riversano un’attitudine rock che rimanda in mente situazioni già esistenti del panorama italiano, leggi Litfiba e dintorni. Le undici tracce che compongono la tracklist formano un insieme nel quale la figura primaria risulta essere la voce profonda e graffiante di Riccardo Rizzi, dietro al quale si muove uno sfondo fatto di chitarra elettrica, tagliente e rugginosa quanto basta, e una rocciosa sezione ritmica. Testi in italiano, che parlano delle contraddizioni dell’attuale società, approccio deciso e tanta voglia di portare a galla la propria idea musicale fanno di questa band una realtà interessante, con le carte in regola per riuscire ad emergere.

Anna Cinzia Villani e MacuranOrchestra: Fimmana, mare e focu!

Da sempre attiva nell’ambito della riscoperta e della riproposizione della musica tradizionale salentina Anna Cinzia Villani conferma in Fimmana, mare e focu! la sua attitudine stilistica e la sua forza espressiva, attraverso un repertorio che spazia tra composizioni inedite e canti tipici della sua terra. Tredici brani che hanno come filo conduttore la figura femminile nell’immaginario popolare, spesso oggetto di canzoni, poesie e serenate, nei quali la voce della Villani rappresenta un primo piano di inarrivabile fascino, carica della giusta enfasi e di una cifra interpretativa notevole. A contorno la pizzica, ma anche situazioni chiaroscurali, accennate, e un contesto musicale che sfugge al facile incasellamento perché pieno di derivazioni e stili lontani, dalle semplici canzoni alle rarefazioni di matrice jazzistica.

Baye Fall: Immigration

Idrissa Sarr, in arte Baye Fall, è un rapper senegalese che dopo numerose collaborazioni nell’ambito hip-hop del proprio Paese è arrivato in Italia con il sogno di far conoscere la sua musica. Idea che è diventata realtà grazie alla label salentina 11/8, e concretizzata nell’album Immigration. Titolo emblematico, dal momento che i testi – cantati in inglese, italiano, francese e lingua wolof – parlano di immigrazione e di storie relative a un problema che non trova soluzione di continuità. Razzismo dunque, ma anche sfruttamento di persone attratte da una prospettiva di vita migliore che spesso si rivela fasulla, alle quali si rivolgono i tredici brani in programma. Tracce dietro le quali agisce Cesare Dell’Anna, compositore e direttore artistico di questo interessante progetto che si muove tra afrobeat, manipolazioni dub e rap in senso stretto.

venerdì 6 luglio 2012

Massimo Barbiero e Marcella Carboni - feat: Maurizio Brunod: Kandinsky

Interessante incontro tra le sonorità africane prodotte del percussionista Massimo Barbiero (Odwalla) con il dolce suono d’arpa di Marcella Carboni e le tensioni chitarristiche di Maurizio Brunod, Kandinsky si propone come un lavoro denso di significati espressivi, varietà formale e dallo sviluppo intrigante quanto coinvolgente. Si tratta di dieci brani originali – più la rivisitazione di Come Sunday (Duke Ellington) - legati tra loro dalla voglia di eplorare scenari inediti, intenzione che caratterizza tutte le uscite discografiche – sia di gruppo che in solo – nelle quale troviamo coinvolto Barbiero. In questo nuovo episodio c’è l’idea del suono che si materializza in colori e visioni inedite, tradotte da un triangolo strumentale che produce loop ipnotici, note staccate e sospese, andamenti irregolari, intrecci di corde e pelli piacevolmente sorprendenti.

Ada Montellanico: Suono di donna

Dieci brani di ispirazione stilistica lontana – si va dal pop di Carmen Consoli alla storia del jazz di Abbey Lincoln – compongono il nuovo lavoro firmato dalla vocalist Ada Montellanico, la quale ha affidato il complesso compito di arrangiamento a Giovanni Falzone, che a sua volta ha fatto leva su un gruppo di musicisti giovani e duttili, tra i quali Francesco Diodati (chitarra) e Alessandro Paternesi (batteria). Suono di donna si ispira all’universo poetico femminile e rivela un’anima profonda e coesa, dove la voce e la tromba svolgono ruoli primari, trovando nei suoni e nelle parole una grande liricità e una forza espressiva notevole. Il lavoro, giocato su timbri forti e atmosfere strumentali di grande impatto, presenta diversi momenti di interessante sviluppo formale, anche quando, come nell’originale appositamente composto (Meteora), i toni si fanno più soffusi e pensosi.

Alessandro Bertozzi: Crystals

Undici brani originali compongono Crystals, l’album nel quale il saxofonista Alessandro Bertozzi propone una miscela stilistica che include derivazioni funk, venature soul e mainstream jazz. Il leader si distingue per i suoi lunghi soli, nei quali sviluppa melodie dalla grande canatabilità, come nell’iniziale Da Vince Blues, che formano il primo piano di una scenario nel quale compaiono diversi musicisti come, tra gli altri, Andrea Braido, John Patitucci e Hiram Bullock, splendida voce in Why Must I Wait. O come Randy Breacker che segna in maniera indelebile Falling Leaves, uno dei momenti più intimi e introspettivi di un programma che emana una notevole quantità di groove e passaggi dal tiro ritmico più importante. Si tratta di un lavoro interessante, perché costruito con intelligenza da Bertozzi e con grande unione di intenti malgrado un’affollata credits list.

Max De Aloe Quartet: Björk on the Moon

L’armonicista Max De Aloe innesta nelle tessiture timbriche del suo quartetto – completato da Roberto Olzer (piano, Fender Rhodes), Nicola Stranieri (batteria) e Marco Mistrangelo (contrabbasso) – il violoncello barocco di Marlise Goidanich per dar vita a Björk on the Moon, un progetto incentrato sulla musica della cantante islandese. In tal senso non siamo al primo tentativo che si registra nell’area jazzistica, ma il lavoro di De Aloe si distingue per la grande voglia di allargare gli orizzonti del repertorio, facendo proprio il nocciolo compositivo per poi intraprendere percorsi che non ti aspetti. Così Hyper Ballad diventa un pretesto per un’improvvisazione collettiva di grande spontaneità; Overture un episodio dall’approccio poetico; Come to Me vira in territori melodici più ampi e solari, in un insieme che ha diversi motivi per farsi ricordare.

Bebo Ferra: Specs People

Per il suo nuovo lavoro Bebo Ferra sceglie l’assetto chitarra-Hammond-batteria, dando vita a un percorso interessante composto da brani originali, sconfinamenti in ambito rock (Satisfaction) e nella musica da film (Gran Torino). Un insieme tenuto legato dal comune senso della profondità espressiva, tradotta dalla chitarra elettrica del leader – molto melodica, ma anche tagliente all’occorrenza - e dal tipico suono dell’Hammond, capace di avvolgere il tutto in un’atmosfera inevitabilmente vintage. Tra le cose migliori di Specs People va segnalata l’iniziale Scuro, dove il leader rilascia sia valore tecnico che comunicativo, in un brano che ben riassume l’intenzione di spaziare tra generi e approcci stilistici diversi. Il trio si muove da situazioni cullanti ad altre intrise di psichedelia, in cinquanta minuti che sanno come rapire l’attenzione di chi ascolta.

sabato 23 giugno 2012

Lips Against the Glass: Vivid Colour

La sempre attenta Seahorse dà alle stampe “Vivid Colour”, l’album di debutto dei Lips Against the Glass, band che si muove in territori post rock, valorizzati e resi più accattivanti da un apporto elettronico deciso, azzeccato sia per rimarcare le trame ritmiche che per dare maggiore risalto alle lunghe ellissi melodiche che caratterizzano buona parte della scaletta. In programma troviamo dieci tracce, tra le quali va messo un asterisco vicino a “56”, brano che più di altri riesce a catturare l’attenzione di chi ascolta, proprio perché condensa le attitudini sopra elencate, con un approccio alla materia musicale istintivo, irruento e molto ben messo a fuoco. La musica prodotta dai Lips Against the Glass vira spesso su andamenti sostenuti, ipnotici e ripetitivi, cosicchè può risultare adatta anche in un contesto dance-oriented (“Tremolo”) o ambient (“Keep Focus”), anche se – nel complesso – i ragazzi prediligono i toni chiaroscurali, le figure in penombra, da osservare a lungo prendendosi il tempo necessario.

Patrizio Trampetti: Qui non si muove mai niente

Da sempre divulgatore della musica tradizionale, prima con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma soprattutto nella lunga collaborazione con Edoardo Bennato, Patrizio Trampetti dà alle stampe un album cantautorale dalla grana espressiva notevole, impreziosito dalla presenza di ospiti di rilievo e curato in fase di produzione da Jennà Romano dei Letti Sfatti. Nei dieci brani di “Qui non si muove mai niente” va sottolineata la voce di Silvia Romano, capace di regalare eleganza con un intervento dal sicuro appeal emozionale in “Sono un animale”, e quella altrettanto aggraziata di Mena Casoria in “Perdere tempo”. Tra le cose migliori c'è la rilettura del brano di Ivan Graziani “Scappo di casa”, probabilmente il passaggio più leggero della scaletta, e la più aggressiva “Italian Kaos”, nella quale fanno la loro comparsa i partenopei A’67. Nel complesso si tratta di un insieme interessante, nel quale Trampetti propone brani originali e cover piegate verso una propria identità radicata nel tempo, legati insieme dai timbri caldi, dai ritmi e dalle atmosfere mediterranee, che trovano la loro sintesi in “Al mercato delle parole”, dove compare la tromba di David Larible. Chiude questo lavoro “Portugal”, nella quale Trampetti dialoga con Gilberto Gil, e dove la lingua portoghese e il dialetto napoletano si fondono in un esempio riuscito di commistione tra culture diverse.

venerdì 22 giugno 2012

Peppe Fonte: Secondo me è l’una

Influenzato in maniera decisiva dall’incontro personale con Piero Ciampi – al quale, nel precedente lavoro “Quello che ti dirò”, aveva dedicato la cover di “Sobborghi” – Peppe Fonte arriva alla pubblicazione del nuovo album “Secondo me è l’una”, dopo un percorso che lo ha visto impegnato, oltre che nella composizione, in diverse live performance. Dodici brani, arrangiati dal maestro Riccardo Biseo, nei quali si susseguono scenari di vita personale e sociale, descrizioni di rapporti, situazioni quotidiane ed eventuali. Il suo è un modo che si allaccia con quello del cantautorato italiano: atmosfere chiaroscurali al limite dell’essenziale; momenti timbricamente più aperti e solari; voglia di costruire melodie cantabili con testi di buonissima levatura, che non conoscono il qualunquismo. Peppe Fonte ha stile. Fatto di cose semplici, ma mai semplicistiche, che insieme riescono a formare una piacevole alternanza.Nella lista dei crediti sono diversi i nomi noti: tra gli altri Francesco Puglisi al basso, Derek Wilson dietro i tamburi, Pino Iodice alle chitarre, per un contesto capace di formare lo sfondo mutevole alla voce di Fonte, a sua volta pronta nel risultare confidenziale o di liberarsi in ritornelli aggreganti.

giovedì 21 giugno 2012

Lüger: Concrete Light

Il quintetto madrileno Lüger – già in vista in alcuni festival importanti come il Primavera e il South By Southwest - dà seguito all’omonimo debutto del 2010 con un album che ne ribadisce l’ottimo approccio stilistico, a metà strada tra rock tendenzialmente industrial (“Dracula’s Chauffeur Wants More”), estasiante psichedelia e una dose di riconoscibilità melodica che non guasta. Sono questi gli elementi che emergono dalle sette tracce di “Concrete Light”, lavoro dove si alternano atmosfere sinistre, come in “Zwischenspiel”, nella quale fa bella mostra il sitar di Daniel Fernandez, e sintesi elettroniche, come nell’iniziale “Belldrummer Motherfucker”, un pezzo strumentale che scomoda paragoni fin troppo scontati con la serialità della scena kraut di settantiana memoria. I ragazzi si muovono in maniera decisa attraverso un percorso mai scontato, che li vede spingere spesso sull’acceleratore espressivo, come nella vorticosa e ipnotica “Monkey’s Everywhere”. “Concrete Light” non mostra evidenti punti deboli, rimanendo in costante tensione espressiva, che a sua volta richiede a chi ascolta un piccolo sforzo di attenzione.

mercoledì 20 giugno 2012

Tindara: Quando parlo urlo

I Tindara conoscono il loro debutto negli undici brani che compongono “Quando parlo urlo”, un album di rock italiano molto curato sotto l’aspetto produttivo (firmato da Luca Bergia dei Marlene Kuntz), che porta in serbo diversi motivi di interesse e alcuni passaggi trascurabili. I nostri si fanno largamente apprezzare quando propongono un suono d’insieme avvolgente, pronto nel colpire a fondo grazie ai ritornelli piazzati con decisione, come in “Ho scelto il nero”, mentre si perdono in un’anonima sufficienza quando i toni si fanno più compassati, come nella title track. A emergere è sempre più la voglia di urlare anziché di parlare, attitudine che affiora in “Sopra la delusione”, tra i momenti meglio messi a fuoco di una scaletta apprezzabile, alla quale fa da relativo poco convincete “Sogna che ti passa”, brano con atteggiamento pop leggermente fuori luogo. Forse si poteva azzardare qualcosa in più, ma per il momento va bene così, perché i ragazzi hanno trovato una giusta base dove poter costruire qualcosa di importante.