domenica 20 maggio 2012

Violassenzio: Nel dominio

Per la band ferrarese Violassenzio si tratta del secondo lavoro sulla distanza che conta, a due anni dall’interessante “Andrà tutto bene”, un album che aveva ottenuto diversi riscontri positivi da parte di critica e pubblico. “Nel dominio” riallaccia i fili con il rock cantautorale dell’esordio, e propone quattordici brani legati insieme da un concept che gira intorno al termine “dominio”, inteso come controllo dei numeri e di conseguenza del potere politico e degli eventi. Assistiamo quindi a un innalzamento sensibile dell’asticella espressiva e dei significati, per un lavoro ambizioso e complesso, che si lascia apprezzare per lunghi tratti e che non si sottrae a qualche caduta di tensione. Tra le cose migliori segnaliamo il buon taglio rock di brani come “Rinchiusi in una scatola” e “Nelle fabbriche”, nei quali travano spazio dei momenti only instrumental che allargano le vedute stilistiche del gruppo, che in questo modo riesce a uscire leggermente dagli schemi precostituiti della song in senso stretto. La voce di Fabio Cipollini si pone al centro dello scenario proposto, mentre al suo fianco la solida intelaiuatura di basso-chitarra-batteria viene in alcuni casi ingentilita dalla presenza di pianoforte e synth. Nel suo complesso la strada intrapresa sembra essere quella giusta.

Following Friday: Outside the Fence EP

Secondo Ep per gli italiani Following Friday, che con i sei brani di “Outside the Fence” ribadiscono la loro attitudine pop oriented, e non aggiungono granchè a quello già sentito nel precedente lavoro. Si tratta di una formula che strizza entrambi gli occhi alle sonorità radiofoniche, con linee melodiche chiare e dirette, che non conoscono momenti di tensione o strappi alla regola stilistica. Intenzione evidente già nella traccia d’apertura “First Shot is the Hardest”, che sintetizza il credo di questa band, che sembra avere bene in mente la strada da percorrere. Percorso però da verificare sulla lunga distanza, lì dove con tutta probabilità quello proposto fino a questo momento non basterà.

mercoledì 16 maggio 2012

Orlando Andreucci: Inusitato

Quella di Orlando Andreucci è una voce che canta fuori dal coro. Il cantautore romano, classe ’47, se ne resta lontano dalla facile fruizione, dai ritornelli a presa rapida, dagli abbellimenti di facciata. Il suo modo di intendere il songwriting rimanda ai grandi del passato, a un tempo sparito, coniugato nel presente dei dieci nuovi brani che compongono “Inusitato”, un album che bada al sodo, ai significati concreti. Parole che seguono la narrazione di eventi e descrivono persone, che si pongono in garbato primo piano sullo sfondo musicale che si sposta da andamenti dal sapore jazzy ad altri più disimpegnati, rimanendo sempre nell’ambito dell’essenzialità, elemento basilare di questo lavoro, preannunciato anche dall’artwork in bianco e nero, semplice e minimale. Al fianco di Andreucci c’è l’accompagnamento della sua chitarra e del pianoforte elegante di Primiano Di Biase, ingredienti che servono a rendere notturne le atmosfere proposte, avvolte in quella malinconia che sa colpire le giuste corde emozionali. Canzoni registrate in un paio di sedute, che rimandano costantemente l’idea della spontaneità, e che si lasciano ascoltare – e riascoltare – con interesse, proprio per la qualità della pazienza che portano dentro di loro e che richiedono per essere apprezzate in tutte le loro sfumature. Non ci sono momenti di maggiore appeal, l’intero lavoro si muove compatto in un territorio denso di valori, di descrizioni minuziose e toni calibrati. Rarità.

lunedì 14 maggio 2012

Shelley Short: Then Came the After

Shelley Short prosegue il suo percorso cantautorale riprendendo le linee tenui e le timbriche accennate nel precedente “A Cave, a Canoo”, per dar vita ai dodici nuovi brani che compongono l’altrettanto malinconico e chiaroscurale “Then Came the After”. Album registrato a cavallo tra il 2010 e il 2011 con la collaborazione attiva del fidato Alexis Gideon, e con un gruppo di musicisti pronti a delineare gli sfondi sui quali la voce di Shelley narra storie di vita personale, relazioni e misteri dell'esistenza. La songwriter di Portland non ama fare le cose di fretta. E i suoi brani emanano in maniera inesorabile questa attitudine compositiva e caratteriale. Cosicchè assistiamo al lento succedersi di eventi sonori, che ci accompagnano dalle gentilezze melodiche di “Right Away”, ai lineamenti impalpabili di “Plane”, dove Shelley mostra un timbro vocale al limite della trasparenza, ai tratti più marcati di “Steel”, nella quale la chitarra elettrica di Gideon rende qualche buona grinza al tessuto pregiato di questo lavoro. Ci sono poi dei passaggi fragili, come “Caravan”, che contribuiscono a impreziosire il tutto e che potrebbero trovare la propria ragione in un sottofondo a lume di candela. La voce di Shelley Short – molto levigata, mai fuori da un binario espressivo coerente – segna in maniera indelebile un album che va ascoltato in tutte le sue sfumature, facendo parecchia attenzione ai particolari. Prendetevi del tempo libero.

sabato 12 maggio 2012

Nedry: In a Dim Light

I Nedry sono un trio di base a Londra, composto dai multi strumentisti Chris Amblin e Matt Parker e la vocalist Ayu Okakita, capace di sviluppare atmosfere avvolte in un chiaroscuro costante, fatto di suoni riverberati, andamenti ritmici medio-lenti e sonorità che si sommano senza fretta fino a formare un insieme di sicuro impatto. Il loro “In a Dim Light” dà continuazione al precedente “Condors” e si muove in un ambito trip hop intriso di suoni elettronici, che oscilla tra temi ballabili ad altri più cupi e riflessivi. Insieme che trova il giusto equilibrio melodico in pezzi come “Home” e “Here.Now.Here”, nei quali la voce bjorkiana di Ayu Okakita – tratto distintivo dello stile e dell’approccio di questa band – libera la sua bellezza timbrica, riuscendo a disegnare passaggi fascinosamente intriganti. I ragazzi sanno innescare la giusta tensione ritmica, mantenendo sempre vivo il discorso melodico, anche quando, vedi “Dusk Till Dawn”, le atmosfere tendono a farsi più ferme, quasi a sottolineare con troppa ostentazione il proprio credo stilistico. Volendo trovare un difetto a “In a Dim Light” si potrebbe puntare il dito verso le evidenti derivazioni che il gruppo porta dentro di sé, leggi Portishead e parenti stretti, ma la miscela e l’intuizione con la quale il tutto viene messo insieme riescono a lasciare in secondo piano ogni, eventuale, aspetto negativo.

venerdì 11 maggio 2012

Jester at Work: Magellano

Jester at Work è Antonio Vitale, cantautore con addosso un mantello stilistico dalle trame vintage. Sarà per quel modo di cantare rugginoso, su accordi essenziali, sarà per quel suo modo di scolpire la pietra musicale a mani nude, fino ad estrarre un’essenza espressiva profondissima. Jester at Work realizza “Magellano”, un album che segue il precedente “Lo-fi, Back to Tape”, che diversi consensi aveva raccolto in ambito strettamente underground, presso una nuvola di cultori che ne avevavo apprezzato il suo modo analogico (nell’accezione più aderente del termine, in quanto si trattava di brani registrati con un registratore analogico Fostex) e il suo modo interpretativo minimale, vero. E gli undici brani qui proposti non sono che la conseguenza naturale di quel lavoro; sono undici dipinti a mano libera, con un modo che non conosce gli ammiccamenti, le scorciatorie melodiche, le furbatine che a volte si celano dietro il file under songwriting. Le linee interpretative di Vitale si reggono in piedi grazie al sostegno della sua chitarra acustica, con la quale dialoga e intavola discorsi brevi e di immediata comprensione, in un album da ascoltare in più riprese, aspettando magari un giorno di pioggia per far attecchire ancora di più le sensazioni che rilascia a piene mani. C’è della malinconia. Mista a speranza. C’è voglia di raccontare storie sensate in “Magellano”, un lavoro che si lascia ascoltare senza nauseare. E di questi tempi, scusate se è poco.

mercoledì 9 maggio 2012

Extra Life: Dream Seeds

“Dream Seeds” è per gli Extra Life di Charlie Looker il terzo lavoro sulla distanza che conta, e rappresenta un punto di cambiamento della band di Brooklyn, perché da quintetto i ragazzi si sono ridotti a trio e perché il loro approccio alla materia musicale si è fatto, da “Made Flesh” a oggi, meno sperimentale e più vicino a un’idea di intimità compositiva. Questa è la prima impressione che ci viene fornita dall’opener “No Dreams Tonight”, un pezzo dove la voce di Looker – più morrisseyana del solito – canta di scenari immaginari su uno sfondo melodico esile e lineare, come non eravamo abituati e come non ti aspetti dagli Extra Life. Di certo non mancano le ruvidezze e i momenti più aspri, nei quali la band continua a dare il meglio di sé, riuscendo a tirare al punto giusto i fili di una tensione palpabile, una sorta di urgenza espressiva tradotta in andamenti ritmici spezzati, melodie angolari, situazioni al limite del tetro. Nei brani proposti si parla di bambini e di sogni (Charlie Looker è un maestro di musica di una scuola elementare), c’è dunque un mondo difficile da esplorare che può trasformarsi anche in incubo. In tal senso è esplicativa “Discipline for Edwin” che, con dei cambiamenti di scenario improvvisi, ben delinea questo aspetto della musica degli Extra Life. I ragazzi – sia a livello formale che espressivo – sanno il fatto loro, hanno nelle corde una capacità tecnica tale da poter reggere con grande credibilità discorsi su più tavoli, cosicchè i loro lavori non riescono a passare inosservati, anche quando hanno l’aria di momento di transizione.

martedì 8 maggio 2012

Bee and Flower: Suspension

C’è la voce di Dana Schechter al centro della strategia dei Bee and Flower, band di stanza a New York, con diverse sortite in quel di Berlino, che dal 2000 a oggi ha dato vita a molti lavori tra colonne sonore e album, compreso il loro terzo e interessante “Suspension”. Lavoro che mantiene inalterata la loro cifra espressiva, capace di inglobare varie sfaccettature stilistiche, che spaziano – con buona duttilità formale – da toni chiaroscurali a territori più illuminati, da tenere linee melodiche a qualche tensione che non guasta. Il riferimento è a brani al limite del tetro come “You’re not the Sun”, o a quelli gentili come “Swallon Your Stars”, dove la voce di Dana danza su un intreccio delicato, fatto di cori, fiati, ritmica sospesa e mai invadente. Tra le cose migliori va segnalata la pop oriented “Waiting Room”, ma anche le ombre che avvolgono un passaggio tra i più profondi e sentiti, come “Overrun”. Stanze sonore arredate con grande gusto, dove ogni particolare è curato con parsimonia, e dove a volte riesce a filtrare qualche raggio di luce intensa, come nella conclusiva “Simple Life”, nella quale arriva anche il solo di tromba di Martin Wenk (Calexico) anche se non determinante. Decisivo è invece l’approccio generale che la band sa imprimere a fuoco a questo lavoro, un album dove si avverte molta qualità, con delle strutture pensate al dettaglio, ma mai a discapito di un'interpretazione sempre di livello assoluto.

sabato 5 maggio 2012

Cristina Donà: live @ piper club 3 maggio 12

Certamente l’album ‘Torno a casa a piedi’ ha aggiunto un tassello importante alla storia di Cristina Donà. Il passo avanti è stato notevole. I lavori del passato avevano raggiunto livelli di ottima fattura, ma stavolta abbiamo avuto la netta sensazione di trovarci di fronte a un classico, a uno di quei passi destinati a non subire flessioni nel tempo. E di tempo ne è passato dal suo esordio artistico, raccontato insieme ad altri episodi della sua carriera nella sua prima biografia ufficiale, ‘Parlami dell’universo. Storia di un viaggio in musica’, scritta da Michele Monina per Galaad Edizioni. Un viaggio in musica è stato anche il tour promozionale che, da un anno a questa parte, la vede ancora impegnata sui palchi. Ieri, la cantante lombarda ha fatto tappa nel prestigioso Piper Club di Roma.
Ha fatto tanti chilometri Cristina Donà. Speriamo, per lei, non a piedi. Tanti veramente, al punto che, se ci mettiamo la tappa di gennaio nella limitrofa Ciampino, è la terza volta che i fan romani hanno la possibilità di ascoltarla dal vivo nella loro città. Il Piper è la discoteca per antonomasia, nella capitale e non solo. Un posto, uno dei pochi a dire il vero, dove il rock si può ascoltare al giusto volume, dove il suono non tradisce, e dove da un po’ di tempo si è tornati ad organizzare concerti in maniera degna, con nomi di un certo rilievo. Per la Donà c’era il pericolo di un inflazionamento. Invece, sotto il suo palco, si è radunato un numero consistente di ammiratori, da lei definiti “giapponesi”, vista la mole di macchine fotografiche che la stavano immortalando. Del resto è una figura di sicuro interesse, una cantautrice dalle grandi doti interpretative. Vive le sue canzoni in maniera molto profonda, sia che si tratti di brani delicati, sia nei momenti in cui c’è da lasciare il graffio, lì dove è l’amarezza a farla da padrona.
Alle sue spalle un trio – Saverio Lanza (tastiere, chitarre, cori), Emanuele Brignola (basso e contrabbasso), Piero Monterisi (batteria) – che riesce a vestire i brani in maniera sempre coerente, mettendo in mostra tecnica e duttilità stilistica. Band che sa farsi valere nei passaggi dove c’è da accelerare, ma anche nei molti chiaroscuri previsti dal songbook della Donà. Libro nel quale sono entrati, per diritto acquisito sul campo, diversi brani tratti da ‘Torno a casa a piedi’. Leggi ‘In un soffio’, o anche ‘Miracoli’, che la gente può e deve fare in un periodo di così grande difficoltà sociale. Sono tempi nei quali bisogna tenere duro, come in una gara di ‘Triathlon’, cantata alla fine di un concerto molto emozionante, nel quale è arrivata, scusandosi, con la voce in riserva per ‘Universo’, cantata quasi completamente dal pubblico, alla quale ha legato un brandello di ‘Across the Universe’. Da brividi. Scorrono in fretta le due ore al Piper. Nel finale, qualche sorpresa, dal momento che la band, su un pattern di 4/4, sa infilare qualsiasi pezzo. E così ecco ‘Heart of glass’ (Blondie), interpretata in maniera magistrale, e da dietro le quinte spunta fuori anche Jose Ramon Caravallo per un solo di tromba che addiziona motivi per emozionarsi. Emozioni sincere, un po’ di seta, soprattutto per i molti reduci da un Primo maggio in Piazza San Giovanni pieno di ortiche.

mercoledì 2 maggio 2012

Live Footage: Plays Jay Dee

Plays Jay Dee è un disco inciso dai Live Footage in menomria del producer J. Dilla, che si risolve in otto cover strumentali che attraversano - con atteggiamenti vagamente jazzy - un percorso che spazia dall’hip hop, alla club music e all’elettronica pura e semplice. Il duo newyorkese, già in evidenza per il precedente full lenght Willow Be, fa leva sulle proprie attitudini stilistiche, tradotte in un approccio sempre originale grazie al violoncello di Topu Lyo che ben si amalgama, o entra in curiosi contrasti, con le impalcature ritmico/melodiche erette dal drummer e polistrumentista Mike Thies. In apertura di tracklist troviamo un paio di pezzi (Light Works e Think Twice) giocati su atmosfere leggere e ritmi medi dal sapore dub, che se ne restano in sottofondo senza lasciare un segno tangibile. Ma questo sembra il preludio per alcuni momenti di maggiore intensità espressiva, che possiamo individuare nel rifacimento di Got Till It’s Gone (Janet Jackson) e nelle trame di violoncello contenute in una ammaliante Didn’t Cha Know (Erykah Badu). Chiudono il cerchio, di un lavoro nel suo complesso apprezzabile, la dance oriented Runnin’ (The Pharcyde) e la sorniona So Far To Go, che forse meglio di altre fotografa l’idea e il modo di plasmare musica che era proprio di J. Dilla.

M+A: Remixes.Yes

Quattro remix e una cover di M.I.A. compongono Remixes.Yes, lavoro firmato da M+A, il duo formato da Michele Ducci e Alessandro Degli Angioli che aveva destato interesse, dividendo le opinioni di critici e platee, con il precedente Things.Yes, anch’esso edito da Monotreme. Si tratta di brani manipolati puntando a ottenere un discorso coerente, che fila in modo lineare dalle atmosfere ovattate di Here.Now.Here (Nedry) a quelle leggermente più insidiose di Takes Me Back (Emay), passando per le melodie distese che segnano Tangents (Polinski). Stesso discorso per il brano dei Joycut preso in considerazione: Garden Grey è giocato su ritmi lenti e sonorità delicate, in una sorta di andamento che procede senza far troppo chiasso e mai propenso agli stravolgimenti radicali. Poco aggiunge la rivisitazione di Paper Planes, come del resto l’intero Remixes.Yes non molto altro ci dice su M+A, ragazzi in grado di sviluppare una buona concezione sia del remix che della costruzione del brano in sé, ma prima di gridare al miracolo ci attendiamo prove più concrete.

venerdì 6 aprile 2012

Francesco Negro Trio: Silentium

Francesco Negro inizia a farsi grande. Dopo l’ottimo Abbagli, il pianista leccese dà ulteriore prova di maturità espressiva e formale in Silentium, album licenziato da Alfa Music, dove lo ascoltiamo alla guida di un trio completato da Igor Legari al contrabbasso e Ermanno Baron alla batteria. Si tratta di dieci brani – la maggior parte dei quali composti dal leader – che sono il frutto di lunghe sessioni di prove nel silenzio della campagna salentina. E deve essere stata proprio quell’atmosfera a dare lo spunto creativo per Silentium ed a trasmettere ai brani il loro andamento così naturale, fatto di melodie semplici, che si intrecciano con grande coesione. Unità di intenti che si riscontra anche nell’interplay del trio, nel quale si avverte un patto non scritto di eguali diritti e spazi espressivi, per un insieme che si muove in maniera fluida e concreta. Tra le cose migliori va segnalata la sobrietà di Koala, brano firmato da Legari, dove il pianismo gentile di Negro viene messo in splendido risalto dalla sezione ritmica, discreta, sensibile, perfettamente in grado di procedere in maniera decisa e senza invadere troppo la scena. Un paio di improvvisazioni collettive – tra le quali Secondo Frammento ci è sembrata quella più intrigante - rendono ancor meglio l’idea di spontaneità creativa di questo trio, che sposta il discorso da scenari fragili, fatti di poche note, come l’intro de La finestra sul cortile, a quelli ritmicamente più ricchi e colorati de La mia Africa. Registrato in maniera cristallina, Silentium accompagna l’ascoltatore per oltre un’ora di durata senza cali di tensione, rilasciando costantemente la sensazione di originalità e forza comunicativa. Notevole.

Gian Piero Alloisio: Ogni vita è grande

Gian Piero Allosio riversa in Ogni vita è grande la sua caratura cantautorale, forgiata attraverso un lungo percorso che lo ha visto protagonista in diversi ambiti culturali, dal teatro-canzone alle collaborazioni con alcuni dei monumenti della musica italiana, come Giorgio Gaber e Francesco Guccini. Quelli contenuti in questo lavoro sono episodi che raccolgono il meglio della sua produzione con l’aggiunta di alcuni brani inediti di Umberto Bindi, in una sorta di testamento artistico a dieci anni dalla sua scomparsa. Assistiamo dunque a un’opera dal grande spessore artistico, caratterizzata da un modo di intendere la canzone del tutto lontano dalle soluzioni semplicistiche, dalle faccende che mirano al facile consenso. Alloisio riesce a trattare con leggerezza temi dalla grande portata come la tossicodipenza (King), e con sottile ironia riesce a mettere in mostra i vizi formali della nostra società (Italia ti vorrei salvare). Punta il dito verso la classe politica e sfiora l’estrema trattano toccando argomenti di discriminzione, opportunismo e precarietà. Il Paese delle cose che non sono e non saranno è uno degli inediti di Bindi, che contribuiscono a rendere il tutto ancora più affascinante e carico di significati, in particolar modo grazie alla splendida La Parte migliore, scritta con la collaborazione di Maurizio Maggiani. Ogni vita è grande è un disco che parla alla gente, con semplicità mista a classe intrinseca, che accompagna un ascolto disinvolto, ma che riesce nel contempo a far riflettere, a emozionare senza far chiasso. Buon gusto applicato con coerenza.

Nicolò Carnesi: Gli eroi non escono il sabato

Gli eroi non escono il sabato è il disco d’esordio di Nicolò Carnesi, giovane cantautore capace di coniugare leggerezza formale e profondità espressiva, in un album che presenta diversi motivi d’interesse. Le undici canzoni contenute lo vedono percorrere in buona scioltezza sia la via del cantautorato pop di Forma Mentis, brano dalle sonorità aperte e solari, ma anche quella dall’andamento più rock oriented di Medusa, senza tralasciare la sorta di new wave che alberga nelle trame di Kinder cereali all’amianto. Carnesi mette in mostra una solida ricercatezza nei testi, frutto probabilmente di ascolti ispirati, capaci di modellarsi su uno sfondo sonoro che trova una piacevole alternanza di atmosfere anche grazie a passaggi più tranquilli, come in Penelope, spara!, nella quale affiora una velata malinconia. L’album fa leva su ritornelli di facile assimilazione, anche se non scadono mai nella banalità, anche quando a farla da padrone è la spesieratezza, come in Divento ingegnere. A impreziosire questo debutto interviene Dario Brunori, voce in Mi sono perso a Zanzibar, in un contesto che ingloba anche qualche episodio dal sapore dance, come nella conclusiva Mr. Robinson dal sapore vagamente depechemodiano. Meritevole d’attenzione.

Le Case del Futuro: Lucertole

Lucertole è il debutto sulla lunga distanza de Le Case del Futuro, giovane band dall’attitudine rock indie, nata nel 2007 in quel di Brescia e con all’attivo l’ep omonimo di un paio d’anni fa. Le dieci tracce sono stipate in poco più di mezzora e alternano momenti di facile fruizione, come in Miranda, ad alcune situazioni leggermente più intrigate e coinvolgenti, come quelle dell’iniziale Uragani. Qualche passaggio lascia intravedere una buona vena cantautorale e nel complesso si tratta di un esordio con delle potenzialità, anche se non è ben chiara la via che i nostri intendono percorrere. Da una parte sembrano voler battere un territorio prossimo al pop radio friendly, come si evince in Division, dall’altra si evince la possibilità è la voglia di smarcarsi da una certa consuetudine, mettendo a reagire un rock più deciso e penetrante. È chiaro che molte cose sono da mettere a punto per voler tentare l’esatta coniugazione del loro verbo espressivo; per il momento annotiamo sul nostro taccuino le riuscite Brucia Parigi, per la tensione che riesce a sviluppare in meno di tre minuti, e la successiva Momento, pervasa da una dose di psichedelia che non guasta, anzi. Da rivedere.

lunedì 2 aprile 2012

Cristina Donà: a Roma, Piper Club, il 3 maggio

Il 3 maggio arriva al Piper club di Roma una delle voci femminili più note e apprezzate d’Italia, quella di Cristina Donà, che porta sul palco dello storico locale romano la tranche invernale di “Torno a casa a piedi tour”. Il tour che vede protagonista l’album omonimo “Torno a casa piedi” (EMI) - premiato dal pubblico e dalla critica con grandi apprezzamenti - torna a Roma con una versione più intima e raccolta, in grado di evocare atmosfere calde e coinvolgenti. “Torno a casa a piedi” diventa un tour-manifesto in cui le nuove canzoni si alternano ai classici, e negli arrangiamenti trovano spazio sonorità rock e ballate struggenti, creando una fusione di stili che ha fatto di Cristina Donà un punto di riferimento della musica d'autore. Per questa unica data romana al Piper il 3 maggio, Cristina proporrà al suo pubblico un nuovo mix di ingredienti. Le performance ariose, colorate e intense e l'accompagnamento di una band di alto livello seguiranno infatti le indicazioni di un album che, come riporta la critica, “celebra la vita attraverso piccole istantanee”. Una data importante per un’artista come Cristina Donà per cui il palco è sempre stato motore del percorso artistico. Mai come ora, la passione e l’esperienza di 20 anni dedicati alla musica, trovano una sintesi nell’impatto e nella confidenza acquisita dopo centinaia di concerti. L’appuntamento romano con l’icona della canzone d’autore femminile è al Piper Club, Via Tagliamento 9, il 3 maggio 2012. Per info: www.2pier.it Ufficio stampa: Marta Volterra, marta.volterra@gmail.com Tel.:340.9690012

martedì 27 marzo 2012

White Rabbits: Milk Famous

Per i White Rabbits si tratta del terzo lavoro sulla distanza che conta. Se i precedenti Fort Nughtly (2007) – per l’esotismo dal sapore new wave - e It’s Frightening (2009) – per la sua energia percussiva dal passo maggiormente rock - avevano ottenuto una buona dose di consensi da parte di critica e pubblico pagante, Milk Famous è destinato a dividere opinioni e stati d’animo. Questo perché neel’interezza del cammino finora intrapreso sembra essere il primo concreto tentativo di smarcarsi dai riferimenti del passato, leggi Specials su tutti.

Le undici tracce proposte presentano diversi motivi di interesse e altrettanti passaggi che lasciano a desiderare sotto il profilo della ricerca espressiva, proprio lì dove la band - che oggi si muove nalla scena indie-rock di Brooklyn, vale a dire in quel sottobosco di ibridazioni di varia natura, - aveva costruito la propria impalcatura di credibilità. Il riferimento va a brani come I’m Not Me, che rilasciano un pop privo del giusto appeal, pronto nel deragliare alla prima curva di un ritornello cantilenante che denuncia una certa mancanza di inventiva, o come nella successiva Hold It To the Fire dove si avverte l’eccessiva leggerezza nelle trame melodiche, tendenzialmente shoegaze, e nella struttura ritmica di un brano fin troppo vago nelle sue intenzioni.

L’antifona cambia in altri passaggi, meglio messi a fuoco, come Temporary, perché la band incanala le sue forze in maniera fruttuosa, investendo in suoni dal taglio più aggressivo, che delineano un andamento ai confini della ballabilità, che non guasta e cattura l’attenzione dell’ascoltatore di turno, grazie a un tiro che non lascia spazio alle facili distrazioni. Stesso discorso per Danny Come Inside, pezzo cortocircuitale e ossessivo dalle venature electro, capace di spiazzare e coinvolgere, come del resto Back For More, che rispetto agli altri brani del lotto lascia emergere echi vagamente calypso e un songwriting di buona levatura.

Senza rivelare nessuna invenzione tangibile, i White Rabbits – guidati in una fin troppo eccessiva fase di produzione da Mike McCarthy - mescolano e innestano nel loro modo una discreta serie di idee, anche se Milk Famous si appiattisce troppo spesso verso un orizzonte pop incolore e non riesce a tenere la giusta tensione per la sua intera durata.

sabato 17 marzo 2012

[Alessandra Gismondi]

le figurine di PopOn: #1

Nei giorni in cui l’Italia musicale si interrogava sulle acconciature di Anna Tatangelo al Festival di Sanremo, noi raggiungevamo telefonicamente Alessandra Gismondi, cantante e principale artefice del progetto Pitch – con il quale ha da poco dato alla luce l’intrigante Comme un flux – e protagonista del sottobosco indie anche con Vessel (trio completato da Emanuele Reverberi e Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò) e Schonwald (insieme a Luca Bandini). Il suo è il punto di vista di chi la scena, anziché subirla, la fa.

Comme un flux è il titolo del nuovo album dei Pitch. Fa riferimento al modo in cui sono state composte le canzoni? Sì, il titolo è ispirato al flusso della musica, delle parole e anche della danza, in quanto ho studiato danza per tantissimi anni e quindi cercavo qualcosa che riassumesse un po’ tutto il mio percorso, il mio excursus artistico sia musicale che come ballerina.

Che gestazione ha avuto questo nuovo disco? Questo per noi è il quarto album, ed è l’unico che abbiamo creato esclusivamente in studio. Siamo partiti da un canovaccio di canzoni di note abbozzate. Avevamo circa un mese per registrare il disco, ed è stato creato passo dopo passo all’interno dello studio, in un modo diverso rispetto al passato. La fotografia, che è un'altra forma d'arte che mi appassiona, ha influito nella nascita della canzoni: l’anno scorso ho collaborato con Paolo Zauli alla stesura delle didascalie per il suo libro fotografico, questo probabilmente ha sviluppato in me la voglia di avvicinarmi alla fotografia attraverso la musica.

Anche rispetto ai precedenti dischi, questa volta con quali aspettative avete lavorato? Ad essere sincera ce ne sono sempre. Il primo lavoro (Bambina atomica, 1997 ndr) è importantissimo perché è come presentarsi con un biglietto da visita a delle persone che non sanno nemmeno chi sei; il secondo (Velluto, 1999 ndr) è importante perché c’è l’ansia da prestazione, perché vuoi essere all’altezza del lavoro precedente, se è andato bene; il terzo (A Violent Dinner, 2007 ndr) per i Pitch ha rappresentato una specie di rinascita, in quanto c’è stato un rinnovo della line-up, siamo stati fermi sette anni perché di fatto il gruppo si era sciolto, quando ho deciso di riprendere in mano il progetto ho riformato una nuova band, c’era voglia di riproporsi in maniera diversa rispetto al passato. Comme un flux, infine, è l’album che raggiunge una maturità superiore rispetto alle precedenti prove, in quanto all’interno del gruppo ci conosciamo meglio, e come approccio risulta più fresco e più immediato.

Quali obiettivi vi siete prefissi? Sinceramente non ci siamo mai dati un obiettivo, perché le cose le viviamo alla giornata, anche se questa frase può sembrare un po’ un cliché. Forse un obiettivo è quello di suonare, fare un album e cercare di promuoverlo in modo da farlo conoscere a più persone possibile, fare concerti e arrivare a molta gente. Per me è importante il contatto diretto con le persone.

Quando componi i brani hai in mente il tipo di ascoltatore che andrai a raggiungere? Scrivo molto d’istinto, di getto. Il titolo stesso dell’album te lo dice “come un flusso”. Dentro di me è come se avessi un flusso che spero vada a toccare più persone possibili. Non ho un ascoltatore standard. La magia della musica è quella di riuscire a catturare le persone.

La vostra musica è accostabile al pop anglosassone, seppur utilizzate anche la lingua francese. E' vero che il vostro è un omaggio a Serge Gainsbourg. Sì, sono molto legata alle sue canzoni, fin da bambina, avendo avuto la fortuna di avere un padre che ascoltava tantissima musica italiana, inglese e francese, sono rimasta affascinata da Gainsbourg. Negli ultimi anni, anche con l’altro mio progetto Vessel, mi sono avvicinata alla sua canzone. Questo mi ha dato modo di liberare la mia vena da chansonnier francese.

I vostri esordi vi vedono nella scuderia Vox Pop di Manuel Agnelli a metà anni Novanta, da allora quali cambiamenti della scena indie potete raccontarci? Di base io vivo in Italia, anche se sono stata molto all’estero in questi ultimi dieci anni. Diciamo che è cambiata tanto, c’è stata una rivoluzione della scena cantautorale, molto radicata da come posso notare, però dal punto di vista indie-rock vedo uno stallo; confrontando sempre l’Italia con il resto del mondo chiaramente. Rispetto a un decennio fa si producono molti più dischi, è cambiato il tipo di fruizione, ci si dimentica in fretta di ciò che si ascolta. Il fatto di vendere materialmente meno cd ha contribuito a un certo appiattimento.

Proprio Manuel Agnelli, nel 2009, andando al Festival di Sanremo ha provato ad avvicinare l’indie al mainstream italiano. A conti fatti un tentativo fallito, sei d’accordo? Sì, sono totalmente d’accordo, non trovo che ci sia un filo conduttore che possa portare la musica di culto in quel conteso. Già nel 2000 mi fu proposto dalla mia casa discografica di partecipare al Festival e rifiutai perché sarei andata a snaturare una parte di me che non poteva far parte di Sanremo. La musica indipendente non può arrivare a Sanremo, perché lì è tutta una strategia di marketing.

Marketing e immagine prima ancora della musica in sé. Quest'anno si sono accesi dibattiti sull’acconciatura di Anna Tatangelo. Sono rimasta di stucco, non mi aspettavo una Tatangelo contro corrente. Le persone vogliono vedere l’Anna Tatangelo di sempre.

Tornando ai tuoi progetti, oltre ai Pitch fai parte dei Vessel. Andrà in porto l’idea di realizzare un album intero dal momento che avete solo fatto degli ep? Siamo rimasti un attimo fermi perché avevo in cantiere l’album dei Pitch. Stiamo ancora valutando su come verrà sviluppato il nostro percorso, nel senso che sicuramente andremo avanti a registarre nuove canzoni. Sul come verranno utilizzate siamo ancora in alto mare. Era un nostro desiderio realizzare una trilogia di ep e stampare un album, sarebbe stato perfetto, ma questo non dipende da me, ma dall’etichetta.

Nei Pitch emerge il tuo lato più cordiale, mentre in Schonwald tiri fuori quello più introverso, scuro. Sì, quando siamo in due con Luca - che fa parte anche dei Pitch - salta fuori una vena melodica un po’ più dark. Forse perché Luca ha origini tedesche, quindi nordiche, fredde. Lui è il capobanda di Schonwald, quindi io mi lego a lui e vado dietro alla sua creatività, ed esce fuori un’Alessandra più tenebrosa. Mentre nei Pitch i lavori partono da mie idee che sono più aperte e solari.

Dunque tre progetti da portare avanti non sono pochi, non avrai mica altre sorprese in cantiere? Il realtà sì, dal momento che farò parte del solo project di Hanin Elias, cantante e fondatrice di Atari Teenage Riot di Berlino, band storica di metà anni Novanta punk-industrial. Lei ha lasciato la band che si è da poco riunita per un tour mondiale e ha inciso un disco solista. Io sarò la sua bassista per le date del tour dal vivo.

mercoledì 15 febbraio 2012

Francesco Di Giacomo (Banco): intervista

Due parole con Francesco Di Giacomo, voce storica del Banco, a pochi giorni dal tour del quarantennale in compagnia de Le Orme.
Perché tanti giovani ai vostri concerti? Mi stupisco anche io, poi se ci ragiono un attimo, dopo aver chiesto proprio a loro se quella che cercano di fare non sia un’operazione archeologica, mi piace usare le loro parole: il Banco mi racconta l’oggi anche con le canzoni di ieri. Questo un po’ mi preoccupa perché vuol dire che la storia va avanti lentamente. Il nostro modo di proporre le composizioni e i brani – per parole e musica - è molto riconoscibile, come dire “alla Banco” e questa è una cosa alla quale teniamo particolarmente e che ci fa molto piacere. Alcuni di loro, in modo carbonaro, sono quasi dispiaciuti se qualcun altro scopre il Banco, se lo tengono - come si faceva una volta - sotto cenere come i collezionisti di cose rare. Preferisco però stare all’aperto e sentire l’aria in faccia anziché essere oggetto di culto in quel senso.

Quanto è importante a livello umano - viste le vicende personali che vi hanno attraversato negli ultimi anni – tornare sul palco a suonare la musica del Banco? Se vivi il palco con un po’ di senso critico, nel senso che non è la ripetizione di te stesso tutte le volte che ci Sali, non a caso noi pur facendo concerti con materiale che ha quarantanni, eppure reagice sotto le mani e sul pubblico come se fosse attuale, anche perché noi per non subire quello che abitualmente è il tuo brano ne cambiamo le strutture cercando di attualizzarlo. Riuscire a non essere la cover di te stesso è una grossa sfida.

Salirete sul palco con Le Orme. È una cosa che andrà amplita un po’ di più, perché non basta suonare i pezzi a vicenda, pensiamo di fare dei nuovi arrangiamenti ognuno sui brani dell’altro, cercare una via espressiva più complessa. La musica è fatta di un materile talmente “possiible” che se metti dieci note insieme puoi suonarle per tutta la vita, l’importante è come le rigiri.

In un altro paese un gruppo come il vostro godrebbe di ben altra notorietà e considerazione. Sei dello stesso avviso? Sarei un ipocrita a dirti di no, però nella vita pensi semopre che qualche riconoscimento in più sarebbe sicuramente stato apprezzato. Posso dire che di renderti conto di andare a suonare di fronte a un pubblico, come successo di recente, che aderisce in massa, alla fine il riconoscimento è quello. Ci avevavo proposto di fare una cosa televisiva che va per la maggiore e abbiamo detto di no, chiaramente sempre con qualche titubanza, ma alla fine crediamo che il responso sia nel nostro pubblico. La gente che vedi dal palco è l’energia, la propulsione per mantenerti su quel palco.

Se dovessi lasciare ai posteri un testamento musicale del Banco, quale brano sceglieresti? (ride, ndr). Non saprei, ma più che ai posteri lascerei un brano a me stesso. Un brano che mi dà sempre molto è “Canto nomade”, anche se lo abbiamo suonato poco.

Dopo diversi anni di silenzio in che stato di salute hai trovato la tua voce? Mi dicono bene, sinceramente. Mi dicono che ho dei capelli in meno, ma la voce sembra meglio di prima. Ma questo non è un merito, è una questione di fortuna, perché io non faccio niente per curarla, non sono il tipo che fa i sulfumigi del Novecento o i gargarismi con le code di lucertola.

Una tua frase celebre di qualche tempo fa era “la musica sceglietevela sempre”. Io non sono uno che naviga, e devo dire purtroppo, e non per fortuna, ho un pessimo rapporto informatico. Nel mare di internet la scelta individuale non dipenda mai da quanto hai di fronte per scegliere, ma da cosa tu hai deciso di sceglire.

venerdì 10 febbraio 2012

Vittorio Nocenzi (Banco): intervista

Quattro parole con Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso, a pochi giorni dal tour del quarantennale, al quale parteciperanno anche Le Orme.
Tecnicamente parlando quali sono le difficoltà maggiori da affrontare sul palco per integrarvi con Le Orme? È necessario che ci sia un’organizzazione del suono molto seria. Ci sono delle sezioni separate del mixer di palco, come per il mixer di sala. Quelle di palco, per uel che riguarda la registrazione dei volumi e dell’equalizzazione di ogni strumento, sono gestite in maniera digitale, si richiamano degli schemi di equilibrio dei volumi e poi si riprongono a seconda del concerto, con la possibilità di adattarle di volta in volta a secondo dell’acustica del luogo. La difficoltà è sia tecnologica che logistica, gli spazi possono divenire più complessi da gestire, però essendoci una bella atmosfera di feeling e supportati da un service valido diventa tutto agibile.

Qual è stato il momento più bello a livello musicale della vostra carriera? È molto difficile dare una risposta onesta, vista una carriera così lunga fatta di percorsi affrontati e superati. Ci sono diversi momenti di soddisfazione. Certo che gli inizi sono sempre gli inizi, quindi quando agguanti il successo derivante non da una hit parade che strizza l’occhio alle canzonette, ma l’agguanti con della musica alla quale credi completamente è una soddisfazione profonda, sia a livello artistico che umano, il primo posto con “Il salvadanaio” è stato un momento magico, come del resto per “Darwin” e “Io sono nato libero”. Andando avanti con il tempo diventi sempre più smaliziato, le soddisfazioni diventano di altra natura, direi che un altro momento indimenticabile è stato il lavoro di “Terra”, il primo lavoro sinfonico, non con un’orchestra che accompagna una band rock, ma un lavoro scritto per un organico completo, per una creatura sia elettrica che acustica. Lavoro lungo e complesso, con i concerti indimenticabili fatti all’Arena di Verona. Un altro passaggio a me molto caro è stato quando abbiamo scoperto all’estero il seguito che la musica del Banco aveva. Non un seguito scontato tra gli emigranti italiani, ma fra i giapponesi, fra i messicani, gli statunitensi. Internet, dagli anni Novanta in poi, ha creato per il progressive una realtà molto ampia e molto attenta. A Tokyo, durante la prima tournée tra le tante che abbiamo fatto in Giappone, trovai l’intera discografia del Banco. Ho trovato lì una grande competenza, conoscevano benissimo i nostri brani, anche quelli da diciotto minuti, conoscevano il nostro repertorio a memoria. Non dimenticherei poi i successi che alcuni nostri brani, con la struttura di canzone, hanno avuto, come paolo pa del 1980, che affontava un tema scottante come l’omosessualità rinnegata nelle perifrei metropolitane, o Moby dick, con il suo celebrare il sogno, l’utopia, così irrinunciabile per una persona. Situazioni che ci hanno portato una grande crescita artistica.

Se potessi riscrivere qualche pagina del vostra storia, dove metteresti mano? Non ho dubbi: l’album E via, che abbiamo fatto per il mercato europeo nell’85, credo che sia il più brutto, non tanto per scrittura compositiva, ma come realizzazione, perché nacque esclusivamente per il mercato europeo ma poi la casa discografica abortì il progetto e ci trovammo, dopo aver fatto dei concerti in Olanda, in Belgio, in Francia, ci trovammo questo prodotto sul mercato italiano, ed era assolutamente in distonia.

Quante probabilità ci sono di ascoltare a breve un nuovo album di inediti? È già uscito il primo dei due libri in programma, “Sguardi dall’estremo occidente” che è una mia conversazione sulla musica che ho composto in questi quaranta anni, soprattutto per il Banco, prima di giugno poi uscirà la nostra prima biografia ufficiale.

Qual è il motivo, il filo conduttore che vi ha tenuto legati per tutti questi anni? Credo un rispetto reciproco che è stato più forte dei disaccordi, delle divergenze di opinione, che inevitabilmente ci sono, anche tra persone legate profondamente. La serietà che abbiamo cercato di dare al nostro modo di lavorare è stato un cemento molto forte. Nella realtà siamo così diversi, ma che noia mortale sarebbe pensarla sempre nello stesso verso!

Un musicista come te, venuto su negli anni Settanta, come vede e vive le trasformazioni che la materia musicale ha subito? Internet è una cosa fantastica, un’opportunità enorme che la musica, la cultura e noi tutti abbiamo. Certo è che va sempre utilizzata al meglio anziché nel modo banale che a volte vedo essere preferito da molti. Direi che se hai una Ferrari non ci fai il giro del palazzo per andare a comprare il pesce, con una Ferrari ci fai il chilomentro lanciato e sfidi il record, almeno questo è il mio pensiero. Internet va utilizzato per conoscere, apprendere, coltivare le diversità, per avere memoria, questa è una cosa fondamentale, per celebrare il passato e per scegliere e progettare il proprio futuro. In giro c’è tanta musica senza significato e senza valore, perché è aumentata la quantità e per come ogni cosa questo è inversamente proporzionale alla qualità. Certo, ci sono grandi talenti, grandi proposte, solo che si confondono in questo oceano di offerta. Starei alla lontana da un eccesso di consumismo miope perché confonde le idee e uccide le emozioni . direi ai giovani artisti di armarsi di un coraggio da minatori, di mettersi l’elmetto e proseguire il proprio percorso senza farsi scoraggiare. Di sicuro è più difficle oggi che quarantanni fa, paradossalmente è così, perché i media sono diventati sempre più invasivi e puntano – con poche eccezioni – alla quantità, detteta dalle necessità di mercato. Poi ci sono realtà come SUONO che si dedicano a una nicchia di qualità, nei quali si respira la scelta, si respira la selezione, non si può sempre vivere della banalità del luogo comune, sarebbe la morte dell’arte, del talento, della creatività.

mercoledì 8 febbraio 2012

Michi Dei Rossi (Le Orme): intervista

Quattro parole con il leader de Le Orme, a pochi giorni dal tour che li vedrà impegnati sul palco insieme al Banco del Mutuo Soccorso.
Siete i compagni di viaggio di un tour storico: sensazioni? È una situazione meravigliosa. Abbiamo già fatto dei concerti, e c’è la sensazione che sia un grande evento, non solo perché due colossi del prog italiano sono in tou insieme, ma è un grande evento perché la c’è grande disponibilità e una fusione tra amici. Siamo riusciti a creare sul palco un miracolo, perché dodici musicisti che suonano insieme credo che non esista in un altro posto al Mondo. Siamo riusciti a creare la magia che c’era anche negli anni Settanta, e questo per volontà e per l’umiltà di entrambi i gruppi. C’è la voglia di unire le forze per fare un grande spettacolo, una cosa bella. Sono onorato di partecipare a questa cosa, e quando me l’hanno detto sono saltato dalla gioia, è una grande cosa.

Qual è la difficoltà nello stare sul palco insieme? Non ho trovato grandi difficoltà, perhè ognuno di noi si è messo al servizio della musica e questa è una cosa miracolosa, riusciamo a suonare con grande unità d’intenti. Certo all’inizio qualche difficoltà c’è stata per preparare i brani, ma a forza di provare abbiamo trovato il giusto equilibrio, e questo quando poi si va sul palco si sente e la risposta del pubblico è fantastica. Sono stati dei concerti magici, il pubblico ha risposto benissimo, abbiamo visto la gente esultare, e artisticamente è stata una cosa importante, peccato che non si sia fatta negli anni Settanta quando c’erano più band coinvolte, ma fortunatamente l’abbiamo rcuperata. Alla fine

Negli anni Settanta c’era rivalità tra di voi? Ci sono state delle cose dette in radio e sui giornali, credo però che noi eravamo tutti cugini, erano i media a volere questa cosa e a cercare degli scoop. I giornali dicevano della rivalità, ma non abbiamo mai fatto niente di spiacevole, era una cosa montata alla perfezione e ancora oggi se ne parla.

Questa esperienza cosa può rappresentare nel vostro cammino? Quando ci sono delle collaborazioni del genere c’è sempre da imparare, qualcosa porti sempre a casa. Credo che l’esperienza con il Banco ci frutterà amicizia, che al giorno d’oggi è una cosa molto importante, e cose positive fatte di sentimenti veri.

mercoledì 25 gennaio 2012

Intervista a Gaetano Curreri (Stadio)

Trent'anni di carriera, il nuovo album Diamanti e caramelle, la collaborazione con Noemi, la polemica tra Vasco Rossi e Luciano Ligabue, la musica per il nuovo film di Carlo Verdone... con Gaetano Curreri non mancano gli argomenti di conversazione. Il leader degli Stadio ci concede un punto della situazione sulla sua perpetua attività di musicista che – piaccia o meno – rappresenta ormai un punto fermo della storia della musica italiana.

Stai lavorando alla colonna sonora del prossimo film di Carlo Verdone, parliamone! È un film molto bello, uno di quei film di Verdone che rimarranno nella storia del suo cinema, come “Compagni di scuola”, “Acqua e sapone” e “Borotalco”. Si intitola “Posti in piedi in paradiso”. Ho curato l’intera colonna sonora insieme a Fabio Liberatori e Andrea Formini; abbiamo scritto un paio di pezzi appositamente per questo film e poi ci saranno diverse canzoni storiche, perché Carlo fa la parte di un venditore di dischi in vinile, quindi c’è un po’ di storia del rock, da Jim Morrison a tanti gruppi degli anni Settanta. C’è tanta musica bella e Carlo quando fa un film dà molta importanza alla musica. Ci sarà modo di ridere e di pensare, perché la storia è uno spaccato della nostra società, di come la stiamo vivendo, di come molte volte ci buttiamo via, di come ci incasiniamo la vita e ce la rendiamo un po’ difficile, mentre potrebbe essere molto più bella e molto più semplice.

Mentre il recente lavoro degli Stadio si intitola Diamanti e caramelle. Qual è il significato del titolo? Prende il titolo da una canzone contenuta nell’abum scritta insieme a Irene Grandi e Carlo Rizioli, un giovane autore che è un enorme talento che si propone nella musica italiana. Credo che gli autori siano la vera linfa per far sì che la musica sia una cosa che continua nel tempo, molto spesso vengono dimenticati, ma è attraverso loro che la musica cresce e rimane un fatto di emozione collettiva. Quindi ascoltando Diamanti e caramelle e lavorandoci su ho scoperto che questa canzone poteva essere un po’ lo spot di questo lavoro e della nostra storia, del nostro modo di fare musica.

Diamanti e caramelle è anche l'album del vostro trentennale. Sì, tempo fa ascoltavo alla radio Acqua e sapone, un pezzo che ha circa 27 anni, lo ascoltavo insieme ad altre canzoni uscite in questi anni e non sfigurava affatto, anzi forse brilla più adesso che quando l’abbiamo fatto. Questo per la capacità che abbiamo avuto in quegli anni di saper leggere la direzione della musica e soprattutto di saper fare una musica non strettamente legata alla moda del momento; abbiamo seguito quelle che erano le nostre aspirazioni, le nostre capacità. Questi sono dei piccoli diamanti, poi se pensi alle nostre canzoni d’amore allora lì ci trovi le caramelle. Abbiamo sempre cercato di fare musica in maniera dolce e preziosa.

Per una band così longeva, qual è il senso di continuare a fare album se con tutta probabilità il pubblico vi apprezza e vi ricorderà per cose fatte in passato? Ci andrei piano con questa considerazione, perché in questo album ci sono tre o quattro canzoni che già stanno segnando la nostra storia. Mi viene in mente Gaetano e Giacinto, la canzone che abbiamo scritto per ricordare Giacinto Facchetti e Gaetano Scirea, che è già come un evergreen che può stare bene vicino a Chiedi chi erano i Beatles, perché credo che Facchetti e Scirea stiano al calcio come i Beatles stiano alla musica. In questo disco ci sono canzoni che hanno la loro riconoscibilità, che hanno la capacità di fare la nostra storia, ed è questo che ci aiuta ad andare avanti con grande entusiasmo.

Un album che parla di sentimenti, di amore, in un’epoca dove l’odio e la violenza sono all’ordine del giorno. Non vi sentite un po’ anacronistici? No, assolutamente, perché noi abbiamo sempre fatto questo, abbiamo raccontato la cronaca attraverso la nostra poesia. L’idea è che la poesia è un qualcosa che c’è in ognuno di noi, ed è quella che rimane nel tempo contrapponendosi alla cronaca, che tende un po’ a impolverare. Gaetano e Giacinto è una canzone che avevamo in mente da anni, poi nel momento in cui l’abbiamo fatta uscire c’è stato il tentativo di impolverare uno di questi due personaggi attraverso la cronaca del processo di Napoli su Calciopoli. Però raccontando le gesta di questi due personaggi, attraverso una forma poetica, abbiamo notato che tutto si è diradato.

In che modo? Tutti hanno capito che la nostra era un’operazione di posizionamento di questi grandi campioni nell’immaginario collettivo, che è un immaginario poetico, non certo figlio di una cronaca un po’ becera, che un giorno dice una cosa e un giorno ne dice un’altra. Questo è il compito di chi fa musica, perché altrimenti saremmo figli solo del tempo che stiamo vivendo, mentre lo siamo di un tempo molto lungo. Trentanni di carriera ci hanno permesso di raccontare delle storie che sono rimaste negli anni proprio perché non erano solo legate a quel periodo, noi ce ne siamo – per dirla in maniera molto semplice - fregati di quello che ci accadeva, senza però nasconderci, perché poi abbiamo cantato anche canzoni che parlano di fatti che hanno scritto la storia del nostro Paese, però sempre attraverso la poesia, con le possibilità che ti dà la forma canzone. Questo ce lo ha insegnato Roberto Roversi all’inizio della nostra carriera, da lì abbiamo capito che avevamo in mano una grande possibilità, quella di poter scavalcare la stretta attualità e le brutture della cronaca.

C’è anche un discreto utilizzo dell’elettronica. Non pensi che questo elemento possa raffreddare il feeling di alcuni brani, come per esempio Piuttosto che non averti mai incontrato? No, abbiamo sempre usato l’elettronica attraverso una logica molto personale. Non ci siamo mai fatti prendere dall’elettronica, anche se dicono che nel 2040 saranno le macchine a essere più intelligenti dell’uomo, ma io credo che le macchine possano solo aiutare a mettere un po’ di ordine. Il computer, soprattutto nella fase compositiva, non lo uso assolutamante, mentre poi nella fase di realizzazione dei primi arrangiamenti mi dà una mano a farmi lavorare con una velocità un pochino superiore rispetto a qualche tempo fa. Dopodichè noi continuiamo a suonare molto le nostre canzoni, senza farci condizionare da macchine che schematizzano; grazie a Dio siamo dei musicisti capaci, ci piace molto suonare insieme e questo, se è fatto con i nostri tempi e la nostra sensibilità, funziona bene, mentre se è fatto con una macchina allora non funziona più. L’elettronica ci aiuta a organizzare il lavoro, ma la creatività lasciala a noi.

Nel disco c'è La promessa, cantata insieme a Noemi. Una collaborazione reciproca che dunque continua. C’è l’intenzione di realizzare con lei un qualcosa di più importante e concreto? Con Noemi abbiamo fatto una canzone importantissima che è Vuoto a perdere, che ha fatto da traino al suo album, e poi anche questa canzone che è nata dalla gioia reciproca di cantare insieme. Lei è capitata mentre stavamo finendo di registrare il brano e la vedevo al di là del vetro che canticchiava la melodia, quindi l’ho invitata a cantare e, quando si è trovata lì, si è avventata sul microfono; infatti se si ascolta bene la canzone sembra che io sia il suo ospite e non il contrario. Lei la canta con la sua anima blues, con la sua anima un po’ nera, è un duetto abbastanza anomalo che mi è piaciuto molto inserire in scaletta. Noemi è un talento musicale grandissimo, è una cantante a livello internazionale, se avrà la possibilità di avere canzoni di livello come merita, è pronta per fare grandi cose. E' una delle più belle voci che abbiamo in Italia tra le cantanti nuove.

Noemi è figlia di un talent show televisivo. Qual è la tua idea su questa nuova realtà di scouting? I talent show non li seguo, sono molto sincero. Sono programmi televisivi che usano la musica in maniera un po’ impropria, non hanno un grande senso. In questi anni è attraverso i gruppi che la musica italiana è cresciuta, hanno fatto da spartiacque, hanno cercato di portare avanti qualche novità. Nei talent show c’è un andamento un po’ obsoleto di voci molto belle che poi ripropongono figure di personaggi che ci sono già, mentre di gruppi non se ne vedono. Mi vengono in mente gruppi come i Negramaro, sono questi i personaggi veri di questi ultimi anni, o mi viene in mente anche Caparezza, personaggio che amo profondamente, mentre ciò che è proposto dai talent show lo vedo un pochino stantio. Certo poi ci sono personaggi interessanti come Noemi o qualcun altro, ma per il resto vedo poca novità.

E Internet? Mi incuriosisce di più. Lì c’è qualcuno che si fa conoscere e viene fuori con tutta la sua oroginalità, ed è attraverso questo che la musica cresce, mentre la riproposizione di cose già sentite lascia il tempo che trova.

E di tutto ciò che si muove a distanza dal grande pubblico, che solitamente viene etichettato come “indie”, che idea hai? E' un mondo che mi interessa molto, anche perché ho la fortuna di abitare a Bologna e quindi di frequentare dei locali dove suonano gruppi molto interessanti, come per esempio la Cantina Bentivoglio e altri. È lì che la musica cresce e riesce a tirare fuori delle novità. Da questo punto di vista però la discografia è imbalsamata, ma è sempre stato così: basti pensare a quando andavo in giro con Vasco Rossi a far sentire le sue canzoni, ci dicevano che in Italia non avrebbe mai venduto, pensa quei discografici quanto erano illuminati (ride, ndr).

A proposito di Vasco, perché sei voluto tornare sulla diatriba tra lui e Ligabue, schierandoti dalla parte del primo? Ho espresso il mio parere: ci sono dei personaggi che hanno fatto girare pagina alla musica e, in Italia – esclusi Guccini e De Andrè che considero fuori dalla cerchia della canzone in quanto li ritengo più vicini ai grandi poeti –, credo siano Battisti e Vasco. Poi ci sono una serie di personaggi che si sono infilati tra questi due, e uno è Luciano Ligabue. Lui non è uno di quelli che ha fatto girare pagina, poi non metto in dubbio che sia bravo, che scrive belle canzoni e attira tanta gente ai concerti. Non credo di essere stato irrispettoso, ma chi lo paragona a Vasco è come se paragonasse me a John Lennon, forse è un po’ forte come equazione, ma anche io sono un cantante di un gruppo, anche io scrivo canzoni, ho cantato anche belle canzoni, ma non sono John Lennon, e così vale per Ligabue, che ha scitto belle canzoni, ha cantato belle canzoni, ma non è Vasco Rossi. 16 gennaio 2012

martedì 24 gennaio 2012

Pier Mazzoleni: “La tua strada”

Tredici brani scritti e musicati da Pier Mazzoleni compongono il suo nuovo lavoro in studio dal titolo “La tua strada”. Il compositore e polistrumentista bergamasco costruisce un percorso tematico – dal taglio prettamente cantautorale - attraverso il quale possiamo incontrare metafore di vita e delle scelte da compiere durante il cammino, storie di rapporti tra persone e di vicende quotidiane, e una serie di situazioni tematiche mai scontate e bisognose di un ascolto attento. Questo perché gli andamenti sono spesso pacati, pieni di una garbatezza espressiva notevole, risultato di una serie di esperienze vissute da Mazzoleni che ne hanno forgiato uno stile a metà tra eleganza e sobrietà, canzone in senso stretto e movimenti più articolati. Brani che denunciano un attaccamento alle radici, e che trovano la loro forza nelle parole, nei significati e nel modo di porsi. Tra le cose migliori segnaliamo l’iniziale “Un altro abbraccio”, con una deliziosa virata nei territori colorati della bossa, l’eleganza jazzy di “Io credo”, la sorta di folk tricolore della title track, e molti altri episodi che riescono a descrivere in maniera esaustiva ora un ricordo, poi un desiderio o un’idea intellligente. Non si tratta di musica di semplicissima fruizione, non ci sono ritornelli a presa rapida e movimenti ammiccanti, cosicchè se ne consiglia l’ascolto agli amanti delle cose fatte bene, come si facevano una volta.

lunedì 23 gennaio 2012

Mimmo Cavallaro – Cosimo Papandrea “Taranproject”: “Hjuri di hjumari”

Nell’ambito della grande riscoperta e valorizzazione della musica popolare italiana va ad innestarsi, con piena cognizione di causa, anche Taranproject, realtà ideata e guidata da due santoni della tarantella come Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea. Il loro è un lavoro teso a sviluppare un linguaggio semplice, ma efficace, della tarantella calabrese vista, e intesa, come musica legata al passato ma capace di emanare significati e ragioni profondamente aderenti alla realtà dei giorni che viviamo. L’album “Hjuri di hjumari” – al quale partecipano in veste di ospiti anche Mimmo Epifani, Eugenio Bennato e Francesco Loccisano - si sviluppa attraverso quattordici tracce cantate in dialetto - comprensibile anche ai profani - e condite dai sapori inebrianti degli strumenti tipici, come la lira calabrese, e arrangiamenti che riescono a equilibrare le voci di primo piano con i cori e le melodie di chitarra classica sullo sfondo. Non c’è l’ostentazione e la voglia di forzare gli atteggiamenti di una musica al tempo stesso sobria e decisa, leggera e dai significati profondi, pronta a danzare (“Santu Roccu”)e perfettamente in grado di trovare situazioni più pensose e riflessive (“Ninna nanna”). Si respira al tempo stesso aria di festa e di dolore, di un popolo passato attraverso molte fasi di difficoltà e che riesce a proiettare nella propria musica mille colori e altrettanti significati. Questo lavoro vuole anche essere un portavoce della nuova cultura che sta gettando fondamenta sane per una Calabria vista da un altro punto d’osservazione, lontano dagli stereiotipi negativi che da troppo tempo ne hanno compromesso una figura affascinante e piena di sfumature positive.